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Emotional Film-making Therapy: cinema, terapia narrativa e benessere emotivo degli anziani in un progetto Erasmus+ col Liechtenstein

Emotional Film-making Therapy for Seniors: Emotional Well-being, promotion of cultural heritage, EU Values and autobiographic therapy in Action Riferimento progetto: 2024-1-LI01-KA210-ADU-000243199 · Azione: KA210-ADU — Partenariati su piccola scala nell’educazione degli adulti

Cosa succede quando una persona anziana prende in mano una videocamera e racconta la propria vita? Non un documentario girato da altri, ma un film che sceglie di scrivere, narrare e montare in prima persona, decidendo quali momenti raccontare e con quale sguardo. È la domanda al centro del progetto Erasmus+ Emotional Film-making Therapy for Seniors, un partenariato su piccola scala nell’educazione degli adulti coordinato dal Liechtenstein, che unisce cinematerapia, terapia narrativa e tecniche audiovisive per sostenere il benessere psicologico degli over 65 e trasmettere, allo stesso tempo, patrimonio culturale e valori europei alle generazioni più giovani.

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Il risultato principale del progetto è un manuale di oltre cento pagine, rivolto a educatori degli adulti, psicologi e counselor, che offre una metodologia strutturata per accompagnare gli anziani nella creazione di brevi film personali, emotivamente significativi, che riflettano la loro storia e i loro valori.

Perché il cinema fa bene agli anziani: le basi scientifiche

Il progetto affronta tre sfide ricorrenti nella terza età: l’isolamento sociale, i vissuti depressivi e la ricerca di senso nella fase avanzata della vita. Sono gli stessi temi che attraversano altri progetti Erasmus+ sulle emozioni positive nell’invecchiamento attivo, ma qui lo strumento scelto è il linguaggio filmico.

La cinematerapia è riconosciuta come una forma di arteterapia. L’idea di usare i film a scopo terapeutico risale al 1946 con Elias Katz, ma la sua formalizzazione arriva nel 1990 con Berg-Cross, Jennings e Baruch. I film funzionano come metafore: permettono di esplorare il proprio mondo interno in modo indiretto e da una distanza di sicurezza, stimolando risposte emotive e cognitive che, se elaborate con cura, favoriscono l’insight e il cambiamento. Il manuale distingue due letture principali: quella psicodinamica, che vede nel film una rappresentazione dei conflitti inconsci, e quella socio-cognitiva, radicata nella teoria dell’apprendimento sociale di Bandura, in cui i personaggi diventano modelli di nuovi comportamenti. Chi conosce la tecnica del cinema usata nel trattamento del trauma ritroverà un principio simile: immaginarsi spettatori della propria storia crea la distanza necessaria per rielaborarla.

La terapia narrativa, sviluppata da Michael White e David Epston negli anni Novanta, parte invece da un’idea semplice e potente: le persone non sono i loro problemi. Attraverso l’esternalizzazione, il problema viene separato dall’identità e osservato come una forza esterna con cui si ha una relazione; attraverso la ri-narrazione (re-authoring), la persona riscrive la propria storia in modo coerente con i valori e l’identità preferita. Per gli anziani, il lavoro autobiografico guidato ha un valore specifico: consente di riconciliarsi con il passato, dare coerenza alla propria vicenda e lasciare un’eredità.

Il metodo: tre fasi dalla storia al film

L’innovazione del progetto sta nell’integrazione dei due approcci. Entrambi lavorano sul racconto e sulla costruzione di significato; unirli permette una riflessione interna (terapia narrativa) e una rappresentazione esterna (film) della stessa storia. Il percorso proposto si articola in tre fasi:

  1. Esplorazione narrativa. In sessioni di terapia o di formazione, gli anziani individuano gli eventi chiave della propria vita – sfide, perdite, successi – e li riformulano in chiave di risorsa, con la guida del facilitatore.
  2. Sceneggiatura e sviluppo del film. I partecipanti scelgono quali aspetti della storia mettere in luce, come strutturarla e quale messaggio o eredità vogliono trasmettere, sperimentando con ambientazioni, oggetti e simboli.
  3. Produzione e proiezione. Le storie vengono filmate, con l’aiuto di familiari, formatori o altri partecipanti, e infine proiettate davanti a un pubblico di pari o di familiari. La proiezione condivisa trasforma il percorso individuale in un evento comunitario e celebrativo.

Il film diventa così un artefatto duraturo: può essere rivisto, condiviso con figli e nipoti, e conserva un senso di controllo e orgoglio su come la propria vita viene rappresentata. Un’esperienza analoga a quella già sperimentata con l’arteterapia e la MailArt per gli over 65, dove l’oggetto creativo prodotto è insieme processo terapeutico e lascito.

Sei esercizi di film therapy per il benessere emotivo

Il primo capitolo del manuale propone sei esercizi, ciascuno con fondamento psicologico, materiali e istruzioni passo per passo:

  • La linea del tempo della vita: gli anziani costruiscono una timeline dei momenti emotivamente significativi, positivi e negativi, come base per il lavoro successivo.
  • Esternalizzare i problemi con metafore visive: una difficoltà viene rappresentata come un’entità esterna e filmata, per separarla dall’identità.
  • Ri-narrare gli eventi difficili: un lutto, una malattia, un fallimento vengono riletti mettendo al centro forza, resilienza e lezioni apprese, e raccontati in una breve scena dal punto di vista di chi li ha superati. È un lavoro di ristrutturazione cognitiva, ma incarnato e creativo.
  • I simboli emotivi: un fiore che appassisce, una finestra aperta – il linguaggio simbolico del cinema permette di esprimere emozioni complesse che a parole restano bloccate.
  • Role-playing per l’empatia: il partecipante interpreta, in una scena, l’altra persona coinvolta in un conflitto passato, per cambiare prospettiva sulla relazione.
  • Il film-eredità: un cortometraggio in cui l’anziano condivide i valori, i messaggi e le lezioni che vuole lasciare alle generazioni future.

Tecniche audiovisive alla portata di tutti

Il secondo capitolo traduce il metodo in pratica cinematografica accessibile: come far corrispondere il linguaggio visivo alle emozioni (camera a mano e primi piani per l’intimità, campi larghi e movimenti lenti per la riflessione), come usare i luoghi come dispositivo narrativo, come inserire dettagli e oggetti quotidiani, come combinare fotografie d’archivio con riprese nuove per rendere visibile il tempo che passa.

Ampio spazio è dedicato alla musica e alla voce. La voce narrante è uno strumento terapeutico a sé: raccontare la propria storia in modo chiaro e strutturato, sincronizzare voce e immagini, sperimentare con il suono, esercitarsi con il role-playing e la lettura espressiva. Le tecniche di comunicazione e di uso consapevole della voce, che nel nostro lavoro sul public speaking servono a parlare in pubblico, qui diventano un mezzo per dare forma e dignità a un racconto autobiografico. Il manuale include anche indicazioni per il supporto agli anziani con difficoltà espressive e una sezione sulla tecnologia pensata per chi non ha familiarità con smartphone e software di montaggio.

Interviste, valori europei e patrimonio culturale

Il terzo capitolo sposta l’attenzione dal singolo alla comunità. In un’Europa che invecchia e cambia, il patrimonio culturale e i valori fondanti dell’Unione – dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto – rischiano di restare astratti se non vengono raccontati. Le tecniche di intervista e l’approccio narrativo permettono di raccogliere testimonianze in cui questi valori emergono dalle vite concrete: storie di migrazione, di ricostruzione, di solidarietà, di conquiste civili vissute in prima persona. Il film, con la sua capacità di attivare empatia narrativa, rende questi racconti accessibili anche a chi appartiene a un’altra generazione o a un’altra cultura.

Resilienza intergenerazionale: quando i nonni raccontano ai nipoti

Il quarto capitolo introduce il concetto di resilienza intergenerazionale: la forza che una comunità costruisce quando generazioni diverse collaborano per affrontare le sfide, adattarsi al cambiamento e preservare l’identità culturale. Non è la resilienza del singolo, ma un processo condiviso che attinge alla memoria collettiva. Il principio è “continuità senza rigidità”: trasmettere le lezioni maturate dalle generazioni precedenti lasciando ai più giovani la libertà di adattarle.

Le attività pratiche proposte – circoli di storie intergenerazionali, testimonianze filmate, progetti collaborativi di digital storytelling, iniziative artistiche di comunità – lavorano tutte sulla stessa leva: ascoltare non solo che una difficoltà è esistita, ma come è stata superata. Per i giovani questi racconti diventano modelli emotivi per affrontare le proprie sfide; per gli anziani, la sensazione di essere ancora utili e ascoltati. È una forma concreta di cura delle relazioni interpersonali tra generazioni, che restituisce agli anziani un ruolo attivo invece di confinarli a destinatari di assistenza.

Un modello replicabile per l’educazione degli adulti

Il valore del progetto sta nella sua trasferibilità. Il manuale è pensato per essere usato da centri anziani, università della terza età, servizi sociali, associazioni culturali e professionisti della psicologia clinica che lavorano con la popolazione anziana, senza richiedere attrezzature costose: uno smartphone, un software gratuito di montaggio e un facilitatore formato sono sufficienti per avviare un laboratorio.

Il progetto si inserisce nel filone dei progetti Erasmus+ su benessere, invecchiamento attivo e inclusione seguiti da Igor Vitale International. Chi desidera partecipare alle prossime mobilità europee o replicare la metodologia nel proprio territorio può scrivere attraverso la pagina Viaggia con Erasmus.


Finanziato dall’Unione europea. Le opinioni espresse appartengono, tuttavia, al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni dell’Unione europea o dell’Agenzia Nazionale Erasmus del Liechtenstein – AIBA. Né l’Unione europea né Agenzia Nazionale Erasmus del Liechtenstein – AIBA possono esserne ritenute responsabili.

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