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Fattori di vulnerabilità nell’incidenza dell’attaccamento disorganizzato

di Anna Del Torto

1.1  Fattori di vulnerabilità: maltrattamento e abuso, traumi e perdite non risolti nel genitore

L’incidenza dell’attaccamento disorganizzato nell’infanzia oscilla tra il 18% e l’82% a seconda della presenza e del tipo di fattori di rischio familiare (Cassidy e Shaver, 2008).

E’ stato visto che svolgono un ruolo cruciale, come fattore di vulnerabilità alla disorganizzazione dell’attaccamento, esperienze traumatiche come il maltrattamento e l’abuso da parte del caregiver nei confronti del piccolo.

Nello studio di Carlson e colleghi, l’82% dei bambini maltrattati veniva classificato come disorganizzato, in confronto al 18% del gruppo di controllo (nonostante fossero sempre a basso reddito) (Carlson et al., 1989, cit. in Ammaniti M., 2010).

Anche studi più recenti hanno confermato questa correlazione.

Ad esempio Cicchetti, insieme ai suoi colleghi, attraverso lo studio di due gruppi di bambini, di cui uno comprendeva bambini maltrattati e l’altro di controllo, vide che il 90% dei bambini maltrattati erano disorganizzati, mentre nel gruppo di controllo la disorganizzazione compariva nel 43% dei casi (Cicchetti, et al., 2006).

In questi casi si spiega bene il motivo per cui è la paura la caratteristica principale di una relazione disorganizzata.

Il genitore, infatti, nei casi di maltrattamento e abuso, è la principale fonte di paura per il bambino perché costituisce un reale pericolo per il piccolo.

In realtà, se la figura d’accudimento è maltrattante/abusante, il bambino tende comunque a “salvarla” e a considerarla degna di affetto, ma nello stesso tempo se ne tiene a debita distanza: soffre molto per la sua assenza ma non le si avvicina quando è presente perché ne ha paura.

Da questo punto di vista avrebbero un senso tutte quelle sequenze comportamentali di avvicinamento/allontanamento messe in atto dal bambino.

Solitamente la figura d’attaccamento è la soluzione offerta al bambino per affrontare situazioni stressanti e allarmanti, ma in questo caso è proprio il genitore la fonte di pericolo e questo porta all’impossibilità di disattivare il sistema di attaccamento: più si avvicina al genitore, più si avvicina al pericolo, più si avvicina al pericolo, più ha paura e tenderebbe a cercare nel genitore protezione; aumentando il terrore aumenta il bisogno di rassicurazione, e questo per il bambino rappresenta un conflitto irrisolvibile.

Ed è per questo che il cuore del dilemma del bambino disorganizzato nel cercare conforto viene chiamato “paura senza soluzione” (Main e Hesse, 1990, cit. in Cassidy e Shaver, 2008, p. 770).

In realtà, però, l’attaccamento disorganizzato è presente anche nei campioni di controllo nei quali la madre sembra psicologicamente normale e ben disposta a prendersi cura del proprio bambino.

Se nei campioni ad alto rischio il maltrattamento/abuso del genitore è per il bambino un’esperienza palesemente e indubbiamente spaventante, nel caso dei campioni non clinici l’esperienza della paura è molto più sottile e difficile da definire.

Secondo Main e Hesse, i comportamenti materni che possono produrre una disorganizzazione dell’attaccamento nel piccolo possono anche essere sottili e/o poco evidenti. Ad esempio questi comportamenti possono contenere una minaccia evidente (apparire all’improvviso davanti agli occhi del bambino, movimenti e posture che possono predire a una sequenza di inseguimento e caccia), oppure possono derivare da una paura della madre nei confronti del bambino stesso (la madre ritira velocemente le braccia come se stesse per essere colpita); in altri casi invece possono essere palesemente inspiegabili e disturbanti per il bambino facendogli sentire un senso di minaccia e quindi disorganizzarlo (emissioni vocali inconsuete, stati ipnoidi della madre) (Main e Hesse, 1999, cit. in Solomon e George, 1999).

Le autrici definiscono questo tipo di comportamento genitoriale spaventato/spaventante, e ritengono che tale comportamento da parte dei genitori possa spiegare l’insorgenza di un attaccamento disorganizzato, in assenza di abuso o maltrattamento.

Il motivo per il quale il genitore appare spaventato/spaventante sembrerebbe la presenza di un trauma o di un lutto non risolto e che quindi non è stato elaborato e integrato all’interno del proprio sistema di significati.

In uno studio (Hughes P., et al., 2001), che ha posto a confronto un gruppo di donne in gravidanza alla 18esima settimana che nella precedente avevano partorito un bambino morto con un gruppo di controllo di donne in gravidanza che non avevano vissuto questa esperienza, è risultata una correlazione significativa tra lo stato irrisolto materno all’Adult Attachment Interview -AAI- (George, et al., 1985)  e la disorganizzazione infantile.

Anche in questo caso, come nei casi del maltrattamento e abuso, l’esperienza di attaccamento è basata sulla paura, ma una paura diversa, nel senso che in questi casi il genitore non rappresenta realmente una fonte di paura per il bambino ma è egli stesso spaventato, oltre che spaventante.

Il problema principale, in queste situazioni, è che il bambino stesso fa rievocare al genitore i traumi legati alla sua relazione d’attaccamento: ad esempio il bambino che il genitore tiene in braccio può rievocare un’esperienza d’incesto, oppure una carezza o una ricerca di vicinanza dal bambino possono ricordare al genitore altre carezze, altre tenerezze, con significati ben diversi.

Quando riaffiorano nella coscienza questi ricordi non integrati, il genitore si assenta, entra in un vero e proprio stato alterato di coscienza (Liotti, 2001, Pallini 2008).

Si capisce come, se queste memorie abusanti, non risolte affiorano nella mente del genitore proprio quando si sta prendendo cura del suo bambino, egli viene come catturato dal suo ricordo e non riesce ad accudire efficacemente il piccolo, anzi, questo ricordo traumatico induce il genitore stesso a cercare aiuto e protezione.

Dunque, un genitore normalmente affettuoso può trovarsi nell’incapacità di accudire il bambino, perché è proprio la situazione d’accudimento a evocare in lui eventi traumatici collegati alla sua infanzia, che quindi evocano bisogno di protezione più che di proteggere.

Inoltre ciò che è più deleterio per il bambino è il fatto che il pericolo che induce il genitore a mettere in atto comportamenti e atteggiamenti che esprimono ansia e paura è completamente interno al genitore stesso, e quindi questa espressione di paura del genitore può essere attribuita dal bambino a se stesso, ovvero vedersi la causa degli atteggiamenti spaventati del suo caregiver.

Ciò è coerente con le modalità d’attribuzione causale infantile delle emozioni del genitore, infatti il bambino nei primi due anni di vita tende ad attribuire a se stesso la causa dell’emozione del genitore (Pallini, 2008).

Inoltre questa tendenza del bambino di considerarsi la causa della paura del genitore è corroborata dal comportamento del genitore stesso, che realmente tratta il bambino con paura.

Infatti il genitore può, attraverso il suo comportamento, esprimere la volontà di allontanare il bambino, anche se lo considera nello stesso tempo una fonte di conforto.

Il non trovare una causa reale nell’ambiente circostante della paura del genitore impedisce al bambino, ma anche al genitore stesso, di mettere in atto una strategia di fronteggiamento della situazione.

In una relazione così caratterizzata, spaventata/spaventante, viene quindi sperimentato un terrore troppo intenso che fa si che genitore e bambino entrino in uno stato alterato di coscienza. Ed infatti, l’unico modo che hanno entrambi i membri della relazione di uscire dal loop paura/avvicinamento è l’estraniamento della coscienza da ciò che sta accadendo.

Dal punto di vista clinico però, le due esperienze, genitore maltrattante/abusante e la relazione spaventata/spaventante, possono non apparire così separate e diverse.

Ciò che queste diverse esperienze relazionali hanno in comune è, infatti, l’esperienza di paura che incutono nel bambino. Quindi si vede come “la paura” può essere vista come una radice centrale della disorganizzazione; questo riflette molto bene l’ipotesi della Main e Hesse secondo la quale l’attaccamento disorganizzato/disorientato riflette l’esperienza che il bambino fa del proprio caregiver come una persona nello stesso tempo minacciante e minacciata.

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