Inculturazione: esempi, definizione, significato, riassunto completo

Articolo di Susy D’Onofrio

Il concetto di inculturazione è tipicamente antropologico e deriva dalla parola inglese inculturation, proprio ad indicare che la cultura “entra dentro” attraverso un processo inconscio. Si tratta, dunque, di un metodo di trasmissione della cultura da una generazione all’altra attraverso un processo educativo, e si differenzia dalla socializzazione che è invece l’interazione tra più individui che hanno condiviso lo stesso metodo o processo di educazione.

Il processo di inculturazione avviene secondo precise regole e grazie a figure particolari deputate a tale compito, come nel caso dei nonni, degli insegnanti o degli anziani. L’obiettivo è quello di mantenere, nel tempo, nonostante delle modifiche adattive, l’eredità culturale e la conformazione sociale della comunità. L’inculturazione comincia da quando una persona nasce a quando muore. L’inculturazione «si sviluppa durante tutto il corso dell’esistenza dell’individuo, che arricchisce e trasforma continuamente il proprio patrimonio culturale in virtù delle esperienze e dell’impegno che deve porre nell’adempire i diversi ruoli che è chiamato a sostenere». (Tentori 2000, 142)

Secondo Bock ogni persona, nel corso del proprio sviluppo, acquisisce un bagaglio di credenze  condivise dalla maggior parte dei membri della sua società attraverso tre tipi di trasmissione culturale: verticale, orizzontale e trasversale.

  • La trasmissione culturale verticale è quella sperimentata per prima dall’individuo in quanto avviene in ambito familiare e viene svolta dagli allevatori del bambino che normalmente sono i genitori naturali. Il processo d’inculturazione comincia già da quando il bambino è nel ventre materno. Il bambino nel grembo materno è in grado di riconoscere la voce della madre e, appena nato, sa distinguerla tra tutte le altre. La madre assume nei confronti del feto determinati comportamenti che sono frutto di credenze che variano a secondo del contesto culturale in cui è inserita. Ci sono, per esempio, credenze su come le gestanti debbano nutrirsi, su quale posizione debbano assumere durante il sonno, e anche se non sono molto noti gli effetti che questi comportamenti producono sul feto, si può desumere che ci sia qualche incidenza su di esso. Queste credenze sui comportamenti delle madri nella fase gestante non hanno, però, carattere normativo in quanto le prescrizioni culturali devono tener conto della varietà individuale. Il parto e la nascita sono un momento molto importante nel processo d’inculturazione e l’accudimento del nascituro da parte del caregiver varia da cultura a cultura. Mentre in alcuni contesti il bambino viene subito allevato e tenuto vicino alla madre, in altri casi può essere lasciato solo e senza cibo per ore, talvolta per giorni. In tutte le culture però il bambino apprende, già nelle prime fasi di vita, che determinati suoi comportamenti suscitano risposte consequenziali da parte della madre, e il modo in cui il bambino viene allevato costituisce il fulcro del processo d’inculturazione. Il bambino quindi interagisce con l’ambiente per soddisfare i propri bisogni e, attraverso queste interazioni, impara ad avere percezione del mondo e della realtà e a distinguersi dagli altri. Quando l’interazione bambino/ambiente non avviene in maniera adeguata per povertà di risorse materiali e culturali, o per mancanza di cure, si avranno effetti negativi sulla formazione della personalità che possono sfociare anche in gravi patologie.

 

La cultura influenza il comportamento di un bambino in primo luogo attraverso i modi in cui si va incontro ai suoi bisogni di cibo, affetto, sonno, secondo dei modelli culturali; gli adulti che rivestono un ruolo importante nel suo habitat di riferimento, plasmano il comportamento del bambino secondo le aspettative della società in cui vivono. Egli impara dove e quando ci si aspetti che mangi, dorma e in che modo può soddisfare il suo desiderio di attività muscolare e di esplorazione o la sua voglia di tepore o protezione. Come disse una volta William Condill: «all’età di tre/quattro mesi, i bimbi sono già esseri profondamente culturali». (Bock 1978, 67)

 

  • Man mano che il bambino cresce, aumentano progressivamente anche le sue interazioni sociali in quanto comincia, soprattutto con l’ingresso nella scuola, a relazionarsi anche con i coetanei e nel confronto con essi impara nuove regole comportamentali che devono compiacere le aspettative della comunità, ma al contempo, differenziarsi a seconda del tipo di situazione che gli viene prospettata e alla quale deve, in qualche modo, rispondere. La trasmissione culturale in questo caso è detta orizzontale perché avviene nel gruppo dei pari, cioè tra individui che condividono lo stesso status sociale e l’educazione viene impartita dalle istituzioni scolastiche. Nella società contemporanea la trasmissione culturale orizzontale è ritenuta più rilevante di quella verticale, in quanto il bambino già nella scuola dell’infanzia comincia a relazionarsi con i propri coetanei, non avendo nella famiglia altri riferimenti al di fuori dei genitori. La maggior parte delle famiglie contemporanee è infatti costituita dai genitori e uno/due figli e in alcune culture è addirittura vietato avere una prole superiore ai due figli.

 

  • La trasmissione trasversale, che determina invece il carattere sociale, viene fornita dai mass media che informano su altri modi di vita e dall’interazione con individui di etnie diverse. Dal 1987, con il progetto Erasmus, è stato istituito un programma di mobilità studentesca, per permettere a studenti universitari europei di seguire un periodo di studio in un paese diverso dal proprio. Quest’esperienza si rivela molto utile, non solo per conoscere usi e costumi del popolo ospitante, ma è anche motivo di confronto tra studenti di etnie diverse, per favorirne gli scambi culturali e fornire occasione di crescita personale.

 

L’antropologia culturale presenta il processo d’inculturazione anche attraverso i riti d’iniziazione mediante i quali l’individuo viene immesso nella società. L’iniziazione può essere definita come una fase del processo di inculturazione, dal momento che fornisce all’individuo gli elementi e le competenze pratiche che gli consentiranno l’ingresso in un gruppo sociale.

Nelle società tribali, come nello stato africano di Zambia, i maschi erano sottoposti dagli anziani a riti di iniziazione legati ad attività produttive come la caccia, mentre le ragazze venivano preparate alla vita matrimoniale con riti legati all’attività riproduttiva.

Nelle società moderne sono considerati riti di iniziazione il battesimo, nei paesi di cultura cristiana, e la circoncisione nei paesi islamici.

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