Le fasi del lutto: come affrontare il trauma del lutto

Articolo di Alessandra Serio

Il trauma è uno dei fattori che concorrono nel determinare il rischio di una possibile psicopatologia; non ne è pertanto la causa diretta, ed infatti non tutti coloro che hanno sperimentato un trauma da bambini, sviluppano successivamente un disturbo mentale da adulti. Solo il 40-70 % delle persone che soffrono di un disturbo psichiatrico, hanno sperimentato un trauma. Stress e trauma sono i più importanti fattori di rischio per l’insorgenza di disturbi mentali (State of Mind).

In questa sezione, verranno esposti, a titolo esemplificativo, tre esempi di situazioni traumatiche, che corrispondono, rispettivamente a: tipo psichico, tipo psicosomatico e tipo fisico; nonostante ciò, ovviamente, sarebbe riduttivo voler classificare in tal modo tali traumi, pertanto è bene specificare che ciascuno di essi è connotato in realtà, da fattori psichici quanto somatici.

Il lutto (complicato)

Tendenzialmente, l’essere umano possiede le risorse necessarie ad elaborare un lutto: la fase di accettazione si completa mediamente entro 18 mesi.

Il lutto però può diventare patologico quando l’individuo manifesta difficoltà ad accettare l’ineluttabilità; in tal caso si parla di lutto “complicato” o “traumatico”.

Il lutto, secondo la definizione di Galimberti è definibile come quello stato psicologico che fa seguito alla perdita di un oggetto significativo, da intendersi come oggetto fisico, la morte di una persona cara, una separazione, l’abbandono di un luogo; può trattarsi anche di un oggetto interno però, come la fine di una prospettiva, il fallimento personale o la perdita del proprio status sociale.

Kubler Ross sviluppò la teoria a cinque fasi, secondo cui l’elaborazione del lutto consiste in un processo costituito appunto dalle seguenti cinque fasi:

  • Fase della negazione o del rifiuto: comporta una negazione psicotica dell’esame di realtà;
  • Fase della rabbia: comporta ritiro sociale, sensazione di solitudine e necessità di direzionare il dolore e la sofferenza esternamente o internamente;
  • Fase della contrattazione o del patteggiamento: comporta una rivalutazione delle proprie risorse e da un riacquisto dell’esame di realtà;
  • Fase della depressione: comporta la consapevolezza che non si è gli unici ad avere quel dolore e che la morte è inevitabile;
  • Fase dell’accettazione del lutto: comporta la totale elaborazione della perdita.
  • Si tratta di fasi e non di stadi, in quanto esse non si susseguono in sequenza, secondo una linearità temporale classica, ma possono presentarsi in alternanza.

Il lutto interferisce nel quotidiano, compromettendo o minacciando gli scopi personali; perciò, per giungere alla fase di accettazione, è necessario un disinvestimento degli scopi non più raggiungibili, per perseguire nuovi scopi ancora perseguibili.
Per fare ciò, il primo passo consiste nel modificare le credenze che motivano l’investimento in uno scopo.
La difficoltà nel modificare tali credenze è dovuta ad una serie di ostacoli: l’individuo ad esempio, subisce una perdita che si ripercuote sugli scopi centrali della sua vita, oppure, è privo di supporto sociale; potrebbe inibire la propria sofferenza, ritardando la fase di accettazione; sentimenti come la colpa, la rabbia o la vergogna potrebbero inficiare il recupero; la ruminazione, che ancora il soggetto alla perdita.

Al fine di superare tali ostacoli, è necessario costruire una buona alleanza terapeutica, che possa far sì che il soggetto, fidandosi del proprio terapeuta, arrivi alla consapevolezza della necessarietà di destrutturare le proprie convinzioni, per lasciar spazio a strategie di funzionamento adattive ed ottimali (State of mind, 2016).

Uno dei fattori di rischio dopo il lutto è la ruminazione, che predice livelli più elevati di sintomi concomitanti e prospettici di dolore e depressione complicati. La ruminazione consiste in sottotipi adattivi e disadattivi: tale distinzione si rende necessaria, in quanto implica differenti tipi di intervento psicologico. Ad esempio, gli interventi terapeutici per il lutto complicato potrebbero essere migliorati includendo tecniche volte a ridurre la ruminazione maladattiva ed aumentare la ruminazione adattiva.
La ruminazione adattiva infatti è caratterizzata da un pensiero ripetitivo ed auto-focalizzato, volto a comprendere le reazioni emotive depressive e legate alla perdita. La ruminazione disadattiva invece è caratterizzata da una riflessione ripetitiva ed auto-focalizzata sull’ingiustizia del sé e da confronti passivi tra la situazione attuale ed alternative non realizzate.
La ruminazione adattiva, dunque, si è rivelata correlata ad una riduzione prospettiva dei sintomi da dolore complicato (Eisma, 2015).

Mark Twain, in seguito alla morte della figlia, descrisse nella sua autobiografia lo stato di ottundimento mentale e di incredulità legate allo shock della perdita: “è uno dei misteri della natura che un uomo, del tutto impreparato, possa ricevere un colpo fulminante come quello e sopravvivere. Esiste una sola spiegazione. L’intelletto rimane stupefatto dallo shock e solo poco alla volta riesce a dar significato alle parole. Il potere di capire pienamente quel che è avvenuto è misericordiosamente mancante. La mente ha solo un’oscura sensazione della enorme perdita, questo è tutto. Occorre che riemerga la facoltà di ricordare, ci vorranno mesi, forse anni, per rimettere assieme i dettagli e così apprendere e valutare l’intera portata della perdita”.
Talvolta, per quanto ingiusto possa apparire a primo sguardo, i distacchi si rendono necessari.
Quando ciò accade, l’unica scelta che ci rimane è quella di decidere cosa fare del nostro dolore.
Nello specifico, quando qualcuno di caro muore, possiamo decidere di morire con lui, vivendo una vita mutilata, oppure forgiare, sul dolore e sui ricordi, nuovi adattamenti.
Attraverso il processo del lutto, prendiamo coscienza del dolore, introiettiamo chi abbiamo perso, ed è solo attraverso il lutto, paradossalmente, che poniamo fine al lutto stesso (Viorst, 1987, pp 242-270).

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