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Psicofarmaci per il trattamento dei disturbi bipolari

 

Esiste una categoria di farmaci usati per trattare specificamente i disturbi bipolari della depressione: i cosiddetti stabilizzatori dell’umore.

Il più diffuso è il litio,la cui scoperta rappresenta un ulteriore esempio di successo farmacologico ottenuto per caso.

Uno psichiatra australiano, John Cade, nel tentativo di provare una sua teoria,secondo la quale nell’urina dei pazienti maniacali vi era una sostanza chimica causante la mania, mescolò acido urico con litio per formare un sale solubile iniettabile. Lo iniettò in un gruppo di porcellini d’India e, per controllo, iniettò un sale di litio in un altro gruppo. Poiché l’effetto calmante del sale di litio da solo era tanto grande quanto quello di litio combinato con l’acido urico, Cade mutò la sua ipotesi e attribuì l’effetto calmante al litio anziché all’acido urico;dopodiché pensò di confermare la sua conclusione sui pazienti umani.

Il lavoro di Cade non sortì una reazione immediata, tanto che si è dovuto aspettare fino alla fine degli anni ’60  per rendersi conto del potenziale terapeutico di questo semplice ione metallico per la cura della patologia depressiva. D’altro canto il litio presenta anche alcuni aspetti negativi:

  • La sua efficacia non è tale in tutti i casi di disturbo bipolare;
  • A differenza degli antidepressivi di ultima generazione presenta un alto tassi di tossicità;
  • Richiede un uso continuo nel tempo,ovvero la terapia, una volta iniziata non va sospesa,infatti sospenderla comporta il rischio che alla ripresa la cura si riveli molto meno efficace.

Per questa serie di motivi vengono spesso utilizzati altri medicinali per trattare le crisi maniacali acute: farmaci usati originariamente come antiepilettici. I più noti sono: il valproato di sodio (Depakin) e la carbamazepina (Tegretol); ambedue hanno il vantaggio di avere un’azione piuttosto rapida sul disturbo bipolare. Talora si usano anche, nelle fasi maniacali, i sedativi neurolettici tradizionali o di ultima generazione; ma è soprattutto l’elettroshock a rivelarsi, nei casi più difficili, un trattamento altamente risolutivo,benché l’effetto non sia realmente duraturo.

È importante a questo punto, dopo aver esaminato i vari antidepressivi, analizzare, in linea generale,gli effetti che questi hanno sul soggetto affetto da patologia depressiva. Può verificarsi che il paziente,dopo circa due settimane di trattamento farmacologico,non stia affatto meglio,anzi manifesti una serie di disturbi funzionali dovuti per l’appunto ai farmaci. Si tratta quasi sempre di disturbi lievi,come sonnolenza,nervosismo e ansia,senso di stordimento,stitichezza,aumento del peso corporeo, disturbi del sonno,calo del desiderio e della  disponibilità sessuale,palpitazioni, bocca secca,nausea e altri fastidi meno frequenti. I disturbi sopra elencati sono generalmente presenti;malgrado ciò bisogna tener conto che le risposte fisiologiche ai farmaci sono strettamente individuali,così come lo è il dosaggio richiesto per sortire l’effetto terapeutico auspicabile. In genere,una buona valutazione dell’effetto di un dato antidepressivo è possibile solo dopo più di un mese di trattamento. In questo periodo di tempo può essere necessario aumentare i dosaggi,talvolta ridurli,somministrare contemporaneamente due antidepressivi diversi o sostituirli con altri.

Successivamente, quando il paziente ha seguito lo schema terapeutico e si sente meglio, è importante che non si smetta di prendere il farmaco poiché, in ogni caso,la diminuzione del farmaco deve essere fatta con prudenza e gradualità, per evitare il rischio di ricaduta. A tale proposito, è stato osservato che in alcuni casi l’antidepressivo non va mai sospeso del tutto ma,nei periodi di maggior benessere,vanno prescritti dosaggi minimi;viceversa, nei periodi più critici,in cui i sintomi depressivi aumentano,vanno somministrati dosaggi più forti. Sembra accertato che, in molti casi, un simile modo di procedere renda meno frequenti, e meno gravi,gli episodi successivi di depressione.

di Paulina Szczepanczyk

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