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Psicologia dell’Aggressività secondo Sigmund Freud

La  prima spiegazione dei comportamenti aggressivi fornita da Freud è stata quella secondo cui l’aggressività è posta al servizio del principio del piacere ed è quindi vista come una reazione dell’individuo alla frustrazione sperimentata durante la ricerca del piacere o dell’appagamento della libido. Dopo il 1920 Freud abbraccia una nuova teoria, la teoria dei due istinti secondo cui l’aggressività umana è inevitabile ed è frutto della tensione tra due istinti primari, quello di autoconservazione (Eros) e quello di autodistruzione (Thanatos). Mentre il primo fornisce l’energia vitale necessaria per la sopravvivenza, dal secondo giunge l’energia distruttiva che deve essere in qualche modo manifestata e indirizzata verso l’esterno (secondo la logica del modello idraulico) per impedire l’autodistruzione. Secondo questa nuova concezione di Freud, dunque, il comportamento aggressivo è una strategia di riorientamento di questa energia distruttiva.

Nel suo saggio dal titolo “il disagio della civiltà”, Freud sostiene che la civiltà pone dei limiti alla manifestazione delle pulsioni aggressive attraverso le norme e le restrizioni, e quindi le pulsioni individuali devono essere indirizzate verso forme di scaricamento socialmente accettabili come le creazioni artistiche, le competizioni sportive ecc., e la società dovrebbe trarre vantaggio da questo. Queste ipotesi sono state disconfermate da evidenze empiriche dalle quali è emerso che le persone che hanno la possibilità di manifestare comportamenti aggressivi non diminuiscono, in un secondo momento, la propria carica di aggressività rispetto alle persone che non hanno precedentemente avuto questa possibilità.

A questa assunzione freudiana che vede l’aggressività come una risposta innata si oppone la Teoria dell’Apprendimento sociale  formulata da Bandura negli anni Sessanta, secondo cui le esperienze apprese nel corso dei processi di socializzazione sono altrettanto importanti …

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