Resilienza: significato in psicologia

Articolo di Alessandra Serio

La resilienza è un costrutto che affonda le proprie origini nel campo della metallurgia; la storia della sua evoluzione e di conseguenza la sua spendibilità nel contesto quotidiano, lo rende di massimo interesse per le scienze psicologiche e sociali, in cui dilagano negli ultimi decenni ricerche scientifiche e studi volti ad approfondire tale concetto, esplorarne le numerose sfaccettature ed indagarne gli ambiti di applicazione.

Per comprendere i meccanismi che operano alla base della resilienza, è necessario fare innanzitutto riferimento agli eventi che la innescano.

Il nostro sistema psicofisico è regolato dall’omeostasi, ma tale equilibrio è esposto agli stimoli derivati da eventi esterni che potrebbero destabilizzarlo.

Nel momento in cui un individuo si trova a far fronte ad un evento particolarmente traumatico, mente e corpo subiscono un’alterazione profonda: ciò è dovuto al sistema di allarme, che nel tentativo di difendere il soggetto dalla minaccia del pericolo sopraggiunto, rappresentato proprio dall’evento traumatico, rendono l’individuo ipervigile agli stimoli, alterando l’equilibrio psicofisico ed attivando una serie di processi volti dapprima a debellare il pericolo, e poi a ripristinare il precedente stato di equilibrio.

Grazie al modello vulnerabilità-stress proposto da Lazarus e Folkman è possibile comprendere quanto sia variegata la reazione ad un evento stressante, da parte di soggetti diversi.
I soggetti che presentano un’alta soglia di tolleranza allo stress, possono sviluppare quelle capacità necessarie per far fronte, mediante adeguate strategie di coping, alle situazioni avverse, e sviluppare la resilienza che non li renderà immuni dal dolore e dalla sofferenza, né li renderà invincibili, ma permetterà loro di trasformare il dolore in un’opportunità: l’opportunità di crescere, ma anche di far sì che speranza, fiducia nel futuro e nelle proprie capacità prendano il posto dei sentimenti negativi da cui si sentivano sopraffatti.

Questa tesi pertanto, è volta ad indagare il costrutto della resilienza, ripercorrendo un breve excursus storico, per comprenderne l’inquadramento storico-culturale, per poi descrivere come le vittime di traumi (che siano essi ad insorgenza organica o ambientale) possano sviluppare la resilienza e risignificare la propria sofferenza psichica, grazie all’effetto della plasticità neurale dovuta alla psicoterapia.

Nel primo capitolo si indagherà l’origine e l’evoluzione del concetto di resilienza, alla luce del modello stress-vulnerabilità, mettendo in evidenza i fattori di protezione e di rischio che concorrono nel determinarla ed esplorando le basi fisiologiche del costrutto.

Nel secondo capitolo, a partire da quelle che possono essere considerate dimensioni di rischio psicopatologico, si procederà a descrivere come la resilienza si configuri come fattore protettivo rispetto all’insorgenza di psicopatologia, sia rispetto a ad eventi ad insorgenza organica e genetica che ad insorgenza ambientale.
Nel terzo capitolo, saranno presentate le scale ed i test di valutazione della resilienza, e si indagheranno i vari e possibili modi di svilupparla.

Nel quarto capitolo, posto il focus sulla psicoterapia, si indagheranno innanzitutto gli approcci terapeutici mirati alla costruzione della resilienza, con un accento sul metodo narrativo; inoltre, verrà approfondito il concetto di plasticità neurale, favorito dalla psicoterapia, e correlato alla resilienza, per giungere a stabilire come si possa attribuire nuovo significato al trauma.
In Appendice la resilienza sarà esplorata nell’ambito delle attività di volontariato, mediante un’esperienza personale in tre diversi contesti.
In conclusione, saranno esposte le future direzioni di ricerca.

Obiettivo ultimo di questo lavoro non è smentire l’impatto dei traumi, né evidenziarne i “lati positivi”, poiché qualunque sofferenza, a qualsiasi livello, merita che le sia riconosciuta la propria dignità, quanto di far riflettere su come il passato non sia una condanna, ma solo se si è disposti a scagionare sé stessi da tale pena. Il dolore ci scava dentro, ma quel vuoto può accogliere qualcosa di nuovo.
Attraverso una metafora brillante Cyrulnik mette in luce la bellezza della trasformazione dovuta alla sofferenza: “In realtà quando un predatore entra nella conchiglia nel tentativo di divorarne il contenuto e non ci riesce, lascia dentro una parte di sé che ferisce e irrita la carne del mollusco, e l’ostrica si richiude e deve fare i conti con quel nemico, con l’estraneo. Allora il mollusco comincia a rilasciare attorno all’intruso strati di se stesso, come fossero lacrime: la madreperla. A cerchi concentrici costruisce in un periodo di quattro o cinque anni una perla dalle caratteristiche uniche e irripetibili. Ciò che all’inizio serviva a liberare e a difendere la conchiglia da quel che la irritava e distruggeva diventa ornamento, gioiello prezioso e inimitabile. Così è la bellezza: nasconde delle storie, spesso dolorose. Ma solo le storie rendono le cose interessanti..” (Cyrulnik, 2000).
Esploriamo dunque, in primo luogo, la bellezza della storia di questo costrutto.

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