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Ricerche di psicologia economica

Ricerche di psicologia economica[1]

Di Ilaria Polidori

Intorno agli anni Quaranta iniziano i primi studi incrociati fra economia e psicologia. La psicologia, diventando in questo campo “psicologia economica”, inizia a trattare fenomeni, appunto, economici, utilizzando quei metodi che da sempre hanno fatto parte del suo strumentario e che sono comunemente definiti “empirici”, dovendo però fare i conti con l’esistenza di modelli economici puramente teorici da non poter disattendere completamente e da dover tenere comunque in debito conto.

Gli sviluppi teorici e di ricerca che la psicologia economica ha potuto registrare fino ad oggi, sono ben espressi in un volume pubblicato nel 1995 da Lewis, Webley e Furnham.

Ciò che emerge con chiarezza nel volume e che lo rende particolarmente interessante è una panoramica delle aree privilegiate in cui l’indagine degli psicologi economici può essere approfondita. Tale mappa di argomenti è la risultante di studi aventi ad oggetto due processi causali fondamentali, e le loro interazioni

continue: l’influenza sull’economia degli attori economici considerati individualmente, e l’influenza del sistema economico nel suo complesso, ovvero come insieme di individui, sulla condotta degli stessi.

Sembra infatti, che il comportamento economico individuale dipenda da un complesso di interazioni tra aspetti contestuali generali e soggettivi, componenti emotive indotte dalle varie situazioni in cui l’individuo si trova, e percezioni della situazione economica generale e individuale.

Van Raaj ha costruito un modello in cui vengono illustrate le relazioni esistenti tra le diverse aree del comportamento umano che rilevano nella determinazione della condotta economica.

Le relazioni esistenti tra variabili psicologiche ed economiche consentono di tracciare le linee di indagine da analizzare e che corrispondono appunto a quelle aree di cui gli psicologi economici si sono interessati fino ad ora.

Questo per quanto riguarda la psicologia.

Ma la “rivoluzione cognitivista” non ha lasciato indifferente neanche l’economia.

Sempre nello stesso periodo, ossia tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, un primo nucleo di economisti incomincia ad interessarsi all’impiego dei metodi di laboratorio nell’analisi economica.

Finalmente il grande limite dell’economia viene superato e viene utilizzato il metodo empirico-sperimentale nell’osservazione di alcuni fenomeni economici.

Il laboratorio è quello tipico della psicologia e di norma consiste in un gruppo di individui (in genere studenti) chiamati a prendere decisioni in condizioni ambientali fortemente strutturate.

Il vantaggio fondamentale dell’utilizzo di questo metodo consiste nella sua replicabilità (ossia nella possibilità di ripetere l’esperimento da parte di altri e di verificarne indipendentemente i risultati) e nella possibilità di controllo (ossia la possibilità di variare le condizioni di laboratorio per valutare le diverse reazioni).

Come è ovvio non tutti gli aspetti della vita economica si prestano ad un trattamento sperimentale ed infatti, non numerosi sono i campi in cui questo metodo ha trovato applicazione. Ma quel che a noi interessa è che un gruppo di lavori sperimentali ha avuto ad oggetto la verifica empirica della teoria assiomatica dell’utilità attesa, elaborata da Von Neumann e Morgestern (1947) e da Savage (1954).

In modo particolare, le risultanze degli esperimenti hanno fatto emergere comportamenti reali difformi da quelli attesi, la cui teorizzazione ha portato a significativi sviluppi nella stessa teoria delle decisioni.


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[1] Il contenuto di questo paragrafo è stato tratto da: Mistri M.- Rumiati R. (1998)

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