Teorie delle emozioni basate sull’appraisal

emozioni04di Roberto Desiderio

Teorie delle emozioni basate sull’appraisal

Secondo queste teorie, gli elementi cognitivi sono i contenuti e le cause delle emozioni, nel senso che ogni emozione equivale ad una specifica struttura di significato o valutazione cognitiva della situazione; l’appraisal è un fenomeno conseguente alla percezione e consiste in una valutazione automatica (generalmente involontaria almeno in un primo tempo) sulla presenza o assenza di un determinato oggetto/fenomeno e sulla sua positività/negatività. La conseguenza dell’appraisal è la tendenza a fare qualcosa, che viene vissuta come emozione.


Il contributo di M. Arnold nella spiegazione delle emozioni

Il modello a cui tutti i teorici degli appraisal fanno riferimento è quello proposto da M. Arnold (1960)[1], che per la prima volta definì le valutazioni cognitive come elementi che:

  • completano la percezione, permettendo di valutare in maniera pressoché immediata la presenza o l’assenza di un oggetto e il suo carattere di positività o negatività rispetto al soggetto percipiente,
  • producono la tendenza a fare qualcosa; queste tendenze all’azione, che sono vissute come emozioni, si esprimono con modificazione dell’organismo e possono tradursi in azioni manifeste.

Secondo l’autrice, è proprio il processo di appraisal che riesce a spiegare il legame che manca nella teoria periferica di James (1884), secondo cui alla base dell’emozione ci sarebbe una retroazione dalla periferia al sistema nervoso centrale, tra  percezione e cambiamenti  fisiologici. Per Arnold, la valutazione è diretta, immediata, automatica, quindi  anche  non  necessariamente  consapevole, e dipende dall’apprendimento pregresso, dal temperamento, dalla personalità, dallo  stato fisiologico, dalle  particolari  caratteristiche della situazione. La  valutazione si risolve in tendenze all’azione che vengono vissute come emozioni. In conseguenza  di questa valutazione può essere attivata un’azione di avvicinamento o di allontanamento. Successivi studi (Schachter & Singer, 1962; Lazarus, 1966; Smith & Ellsworth, 1985; Lazarus e Smith, 1988; Roseman, 1991, 2001; Frijda, 1986; Schorr, 2001; Scherer, 1984; 2001; 2003) hanno contribuito a nuovi sviluppi di questo approccio anche diversi tra loro, ma che conservano quello che può essere considerato l’elemento comune dei teorici dell’appraisal: i vissuti  emotivi sono considerati non a partire dalla natura di un evento, ma dall’interpretazione che ciascuno dà di quell’evento.


Gli antecedenti del comportamento manifesto: il contributo di Lazarus e Frijda

Negli studi precedenti le valutazioni cognitive sono analizzate da sole e non in relazione alle tendenze o le forme di preparazione all’azione come richiederebbe lo schema generale della teoria dell’ appraisal. I due studiosi che si sono occupati di questo secondo tema (con teorie e modelli distinti) sono Lazarus e Frijda. A Lazarus si devono importanti contributi teorici sul ruolo dei fattori cognitivi e in particolare sul ruolo dei processi con cui si valuta la rilevanza e il significato personale di uno stimolo. L’idea centrale della sua teoria è il concetto di valutazione, che si riferisce a un processo decisionale che valuta i danni e i benefici personali esistenti in ogni interazione persona-ambiente. Si possono distinguere due tipi di valutazione:

  • le valutazioni primarie, che definiscono il grado di pertinenza e importanza dell’evento in riferimento al benessere dell’individuo;
  • le valutazioni secondarie, che esaminano le diverse modalità con cui l’individuo può far fronte alla situazione emotigena, come può controllarla e gestirla.

Queste modalità sono chiamate coping, e fanno riferimento <all’insieme di sforzi cognitivi e comportamentali messi in atto per gestire le richieste esterne in relazione alle risorse possedute>[2]. Vi sono due tipi generali di processi di coping, uno focalizzato sul problema che affronta i conflitti con un’azione diretta mirata a modificare la relazione (per esempio attacco in caso di pericolo); l’altro, focalizzato sull’emozione, affronta i conflitti reinterpretando la situazione. Questo secondo processo è solo cognitivo ed è chiamato anche reappraisal (ri-valutazione) perché consiste nell’analisi del successo o del fallimento che le azioni dirette hanno prodotto.

Un altro autore che si è occupato degli antecedenti del comportamento manifesto è Frijda, che ha condotto delle verifiche empiriche sulle teorie dell’ appraisal. Secondo l’autore, le tendenze all’azione sono percepite dall’individuo come impulsi che lo spingono ad agire in  un certo modo anche se non è detto che si traducano sempre in azioni manifeste, limitandosi a delle “azioni mentali”. Frijda ipotizza un processo causale a catena formato da:

valutazioni cognitive →  preparazione all’ azione →  emozione.

Il processo si attiva in situazioni di non corrispondenza, corrispondenza potenziale e corrispondenza effettiva tra situazione percepita e situazione rappresentata. Queste tre condizioni sono segnalate da sentimenti (feeling) che avviano la predisposizione all’azione; questi feelings hanno la funzione di produrre cambiamenti dello stato precedente e non vanno confuse con azioni intenzionali rivolte a realizzare uno stato futuro. Le predisposizioni all’azione attirano l’attenzione, ma prima di essere messe in esecuzione sono soggette a controlli circa il loro successo o insuccesso, alle risorse disponibili e allo stato della persona. Questi controlli possono modificare il tipo di azione o addirittura inibirlo. Frijda pubblicò numerose verifiche empiriche relative questo modello; queste verifiche offrono, come sempre in questo settore, conferme parziali in quanto sono presenti anche dati confusi o incoerenti che attendono un diverso inquadramento.[3]


[1] Arnold M. (1960), Emotion and personality, Columbia University Press, New York.

[2] Lazarus R.S. – Folkman S. (1984), Coping and adaptation, Oxford University Press, Oxford.

[3] Per approfondire ulteriormente l’argomento: Frijda N. H. (1987) e Frijda, Kuipers e ter Schure (1989).