Come Riconoscere il Bugiardo Compulsivo Patologico in Tempo

maggio 7th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Criminologia | Linguaggio del Corpo | Psicologia Clinica

persona cattivaAbbiamo visto che chi racconta una bugia è quasi sempre mosso da una tattica: quindi, tendenzialmente, una menzogna sottende sempre un piano strategico che mira ad un obiettivo. La bugia non è quasi mai fine a se stessa, quanto piuttosto una tecnica che permetterebbe di ottenere un beneficio rispetto alla “verità”.Di più, sarebbe un comportamento che garantirebbe la “sopravvivenza” e che risulterebbe socialmente utile in quanto consentirebbe di mantenere delle buone relazioni con tutti, di ricavare dei vantaggi, di evitare le responsabilità e di sottrarsi da controlli o critiche.

Abbiamo evidenziato anche come, a volte, si sia portati ad inventare delle frottole per non causare dispiaceri a coloro che amiamo: le cosiddette “bugie a fin di bene” o “bugie bianche”.

Tuttavia nel paragrafo precedente sono state descritte alcune patologie che tra i loro sintomi annoverano la menzogna.

Ma esiste una vera patologia del bugiardo?

Ovvero, esiste il bugiardo patologico o una “sindrome del bugiardo”?

Dato che il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V) non annovera tra i disturbi mentali il mentire patologico, parrebbe difficile, senza uno strumento ufficiale, parlare di una sindrome specifica.
Ciononostante, uno studio, pubblicato in “Acta Psychiatrica Scandinavica” è risultato estremamente importante nell’aiutarci a fare chiarezza al riguardo.

Ad oggi, la menzogna patologica (PL) è un argomento ancora controverso e non vi è unanimità all’interno della comunità psichiatrica in merito ad una sua definizione, anche se vi è una concordanza diffusa riguardo ai suoi elementi fondamentali, che includono l’intenzionalità di mentire75,76 e un obiettivo o uno scopo predeterminati77,78,79.

Nonostante la PL rappresenti un argomento ancora relativamente oscuro, la letteratura psichiatrica vi si è dedicata ed ha scritto in merito ad essa per più di un secolo, ovvero da quando, nel 1891, lo psichiatra tedesco Anton Delbrück osservò che in alcuni dei suoi pazienti la produzione di menzogne che era così anomala e sproporzionata da meritare una classificazione speciale.

La Pseudologia Fantastica: un esempio di Menzogna Patologica

Delbrück introduce e descrive per la prima volta il concetto di “pseudologia fantastica”, ovvero un’elaborazione intenzionale e dimostrativa di esperienze o eventi molto poco probabili e facilmente confutabili, e ne elenca le tre
caratteristiche principali:

  1. le bugie non sono del tutto improbabili e spesso sono costruite su una matrice di verità;
  2. le bugie sono continuative;
  3. le bugie non vengono raccontate per un tornaconto personale e hanno la caratteristica di diventare sempre più grandi;
  4. le bugie si distinguono dalle allucinazioni perché la persona, posta di fronte alla realtà dei fatti, può riconoscerne la falsità80.

Il termine è stato spesso usato come sinonimo di menzogna patologica e mitomania, ma mentre alcuni studiosi interpretano la pseudologia come un sottotipo specifico di menzogna patologica81, altri sostengono essere vero il contrario, ovvero che la menzogna patologica rappresenti una sottocategoria della pseudologia82. Un solo autore ha suggerito che il termine sia un modo pretenzioso e inutile per tradurre un “mentire anomalo”83.

Nonostante questa mancanza di consenso unanime, la definizione di pseudologia è stata accolta dall’universo psichiatrico come un requisito diagnostico nella sindrome di Munchausen ed è stato descritto anche come una sindrome a sé stante85.

Al fine di inquadrare la pseudologia fantastica nel contesto della menzogna, consideriamo la bugia in generale. Finora è stato ampiamente dibattuto sul fatto che mentire costituisce un processo naturale e con evidente valore di sopravvivenza.

La maggior parte degli autori includono nel tema della menzogna anche il comportamento non verbale che soddisfa i criteri di cui sopra e Robert Langs86, psichiatra e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico, nel suo articolo “Truth therapy, lie therapy”, ne estende la definizione persino alla comunicazione inconscia.

Vi sono stati numerosi tentativi di categorizzare le bugie e il più delle volte esse vengono distinte sulla base della motivazione: ad esempio, si parla di bugie egoistiche o di bugie per un “guadagno personale”, ma le menzogne possono essere distinte anche per grado di malignità, grado di patologia, o dal loro tipo di elaborazione, ad esempio se si tratta di esagerazione o di aggiunte (89,90).

All’interno della classificazione appena fornita, le bugie patologiche sono variamente descritte. Alcuni autori le inserirebbero in un gruppi ben definiti, mentre per Cyril Burt (91) ogni menzogna va classificata in base al suo contesto.

Healy e Healy rilevano il PL sulla base della sproporzione della falsificazione, che risulta spesso estremamente ricca e complessa rispetto al guadagno pratico immediatamente individuabile, e sulla durata della menzogna, che, non di rado, si manifesta nell’arco di diversi anni o addirittura per tutta la vita. Naturalmente ciò deve avvenire in assenza di patologie accertate quali follia, deficienza o epilessia.

Healy e Healy vedono la menzogna patologica come un tratto piuttosto che come un episodio.
Lo psicoanalista Otto Fenichel include nel gruppo dei bugiardi patologici anche i cosiddetti bugiardi compulsivi, per i quali sostiene che il loro è un problema di propensione alla menzogna piuttosto che di abilità nell’ingannare. Secondo Fenichel, tali persone mentono per il gusto di mentire e “traggono piacere nella produzione di racconti
fittizi”94 in maniera apparentemente fuori dal loro controllo. Per questo motivo, i PL non sempre raccontano bugie patologiche e possono essere distinti sia in base al contenuto della menzogna che in base al tipo di elaborazione di essa che mettono in atto. Secondo Leslie, i bugiardi compulsivi sono coloro che “sviluppano dipendenza dalle
frequenti fandonie che raccontano per autoglorificarsi (spesso perché sono socialmente insicuri) e le cui bugie solitamente danneggiano solo loro stessi”. Possiamo dire che il bugiardo compulsivo, a differenza del bugiardo patologico, non mente per raggiungere un fine specifico, ma semplicemente per abitudine e perché mentire lo fa stare meglio rispetto a quando racconta la verità.

L’abitudine alla menzogna diventa per lui una modalità funzionale per affrontare la realtà. Per queste persone essere sinceri risulta psicologicamente difficile, pertanto mentono su qualsiasi cosa: la bugia diventa una risposta automatica e irrefrenabile.

Il bugiardo compulsivo, tendenzialmente, non è manipolativo, o almeno non lo è manifestamente, mentre il bugiardo patologico è in genere manipolativo, autocentrato e ben poco empatico rispetto alla dimensione psicologica delle altre persone.

di Francesca Baratto

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