Che cos’è la pedofilia: definizione in psicologia

ottobre 27th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Criminologia | Psicologia Clinica

Articolo di Francesca Nigro

Il primo passo per la comprensione di questa tematica è definire cos’è la pedofilia, da cosa può derivare e in cosa consiste, attraverso un approfondimento terminologico e degli studi su di essa affrontati.
Aprendo un qualsiasi dizionario possiamo scoprire che il termine ha origine greca da pais-paidos, bambino, e philìa, amore, e sta a significare letteralmente amore per i bambini e potrebbe perciò indicare e designare una predisposizione naturale dell’adulto verso il minore o intendersi come forma di tipo educativa o pedagogica.

Bisogna, però, comprendere e distinguere le intenzioni delle persone e i loro comportamenti in quanto vi possono essere attenzioni che in apparenza sembrano dettate da amore e dedizione ma che in realtà possono essere fonte di inquietanti perversioni.

Nel DSM-IV1, testo di riferimento per psicologi e psichiatri in cui vengono classificate e spiegate tutte le malattie mentali, la pedofilia rientra nella categoria dei disturbi sessuali e dell’identità di genere, con maggiore precisione, essa viene fatta rientrare nella categoria delle Parafilie.

La Pedofilia nelle sue differenti manifestazioni

La Pedofilia si concretizza nell’interesse sessuale persistente, di almeno 6 mesi, verso bambini prepuberi, solitamente fino ad una età massima di 13 anni, che si manifesta, in individui di almeno 5 anni più grandi della vittima, che viene ritenuta come la focalizzazione parafilica, e si sviluppa tramite le fantasie, pensieri, impulsi sessuali e comportamenti.

Per tale diagnosi è di elevata importanza la differenza di età poiché il termine “pedofilia” e “pedofilo” sono spesso strumentalizzati dai media in discussioni pubbliche su crimini sessuali su minori, non tenendo conto dell’età del minore o dei criteri clinici e psicologici che caratterizzano la pedofilia.

Essere interessati sessualmente verso minori più grandi, come quindicenni dai caratteri già sviluppati, non è un segno di pedofilia, anche se ovviamente può violare le leggi sull’età del consenso, che ad esempio in Canada o in molti stati del Nord America è di 16 anni. In ogni caso l’età cronologica è un indicatore impreciso per la pubertà; un metodo più affidabile descritto da Tanner nel 1978, comprende una
valutazione dei molteplici cambiamenti fisici associati ad essa.

Tale differenza di età ci aiuta a fare la distinzione tra la pedofilia e l’efebofilia, che invece corrisponde all’interesse sessuale verso minori che mostrano segni, anche se secondari, di pubertà, ma che non hanno ancora raggiunto la maturazione sessuale.

Per riconoscere questa distinzione è necessaria la valutazione clinica, tenendo in considerazione anche la differenza di età e la maturità sessuale del minore.

Non solo l’attrazione provata dal pedofilo riguarda una particolare fascia di età di suo interesse ma può fare anche riferimento al sesso del bambino. Infatti gli individui con questa tipologia di disfunzione possono essere interessati al solo sesso femminile, ad entrambi i generi sessuali o preferire i maschi.

Attraverso il 7° rapporto sulla condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza è stata rilevata un elevata presenza di vittime bambine, portando anche un incremento dei maschi. La maggioranza delle vittime nel quinquennio 2000-2005 è di nazionalità italiana con una casistica di 327 casi nel Nord Italia, 102 casi nel Centro e 270 casi individuati al Sud.

Bisogna porre un’ulteriore differenza tra la pedofilia di Tipo Esclusivo, i cui soggetti sono attratti solamente da bambini, e di Tipo Non Esclusivo, in cui la diagnosi si manifesta solo periodicamente e il soggetto prova pulsioni sessuali anche per la sfera degli adulti.

C’è da precisare che la pedofilia non deve essere intesa nella sola accezione di crimine sessuale, poiché questo disturbo può essere limitato alla mera cogitatio dell’unione con i minori, senza che ci sia necessariamente la presenza dell’abuso del bambino o la fruizione di materiale ad esso correlato, inoltre può essere diagnosticata anche in assenza di precedenti contatti sessuali.

Infatti per child sex offender intendiamo il soggetto che porta a compimento i suoi impulsi e le sue fantasie fino a soddisfare le sue pulsioni attraverso l’abuso del fanciullo.

Questo comportamento è ritenuto reato là dove esso può essere ricondotto alla fattispecie delittuosa prevista dal nostro Codice Penale.
Pfeiffer e Salvagni parlano di “Approccio Ritualizzato” che l’individuo soggetto alla parafilia della pedofilia, pone in essere per raggiungere l’obbiettivo ultimo di un rapporto diretto con il bambino di suo interesse. Gli elementi principali per raggiungere tale meta sono la fiducia e il potere, utilizzati per persuadere i minori che interpretano questi gesti come forme di affetto e d’interesse.

Una volta trasformato l’atteggiamento in attenzioni più violente e frequenti la vittima tende a diventare incerta e, causando una perdita di sicurezza, l’abusante può far leva sulla sua paura e vulnerabilità, colpevolizzandolo tramite la sua immaturità, ad aver ceduto alle sue provocazioni e costringendolo attraverso forme coercitive e di minaccia a mantenere il segreto dell’accaduto.

Al fine di spiegare il comportamento del pedofilo che attua un abuso sessuale, sono stati forniti tre filoni principali che rinchiudono nella loro categoria molteplici teorie.

Questi approcci teorici, descritti da Dèttore e Benigni nel 2008, sono: Teorie Multifattoriali, le quali necessitano di un’eziologia che tenga in considerazione una molteplicità di fattori che possono svilupparsi su diversi livelli, come la presenza di esperienze precoci disadattive,
predisposizioni genetiche, processi socio-culturali, fattori contestuali e disposizioni psicologiche di tratto (per esempio il Modello dei quattro fattori di Finkelhor9) ;

  • Teorie Unifattoriali, che tengono in considerazione i fattori eziologici singolarmente, descrivendo le varie strutture e i molteplici processi riguardanti la variabile d’interesse, spiegando come essa si correli con l’azione criminale e come esplica le reciproche interrelazioni (Abel fu il primo a coniare la teoria e il termine Distorsioni Cognitive);
  • Modelli Descrittivi, fanno leva sulla componente temporale del processo di abuso, specificando i fattori prossimali di ordine cognitivo, comportamentale, motivazionale e sociale che prendono parte alla commissione della fattispecie incriminante, spiegando le modalità di formazione dell’intenzione criminale e quali sono i bisogni e le motivazioni che stimolano l’offender all’abuso ( Come il Relapse prevention di Marlatt).

Come Seto M. afferma nel 2009, dato che i metodi di verifica non concordano sempre sulle diagnosi di tale parafilia, chi ha effettuato l’analisi è tenuto a specificare il metodo di verifica utilizzato, applicando con accuratezza tale diagnosi, dato l’alto rischio di compromettere l’immagine e la posizione sociale del soggetto alla quale è stato riscontrato il disturbo parafiliaco.

Levenson nel 2004 afferma che la validità di una diagnosi di pedofilia sarebbe più alta se la sua attendibilità fosse provata con un principio psicometrico di affidabilità che ne possa stabilire l’effettiva validità su base certa. Inoltre bisogna attuare ulteriori ricerche, su come coordinare efficacemente i vari metodi di analisi di cui il più affidabile è la misurazione fallometrica dimostratasi un’efficace discriminante, tra pedofili e non, e per determinare il rischio di recidiva che esso può apportare.

Dunque vi è, anche in questo caso, una molteplicità di metodi di valutazione della pedofilia, che vengono descritti nell’ Annual Rewiew of clinical Psychology da Seto, come la verifica fallometrica, il periodo di osservazione, l’auto-valutazione e la cronologia dei comportamenti sessuali che ora approfondiremo in breve.

La verifica fallometrica, inventata da Kurt Freund nel 1968, è un test che consiste nella misurazione della reazione genitale, per la precisione si basa sui cambiamenti della circonferenza del pene dell’individuo a stimoli che variano d’intensità a seconda dell’interesse di quest’ultimo, le cui informazioni più importanti vengono tratte dalle misurazioni relative e non assolute, dai cambiamenti di eccitazione fisica in risposta alla visione di immagini dello stesso tipo e non tra lo stato di calma e quello di eccitazione, fornendo cosi dati affidabili
in correlazione ad altri fattori quale l’auto-valutazione ( vi possono essere dei tentativi coscienti di ridurre la risposta genitale agli stimoli visivi, e taluni possono far registrare solo leggeri cambiamenti nell’erezione in laboratorio compromettendo cosi la validità del test).

Invece il periodo di osservazione, sviluppato da Quinsey e colleghi nel 1996, verte nel far visualizzare al soggetto immagini di donne, uomini, bambini e bambine vestiti o meno, prevedendo la possibilità di porre delle domande su ogni foto, facendole visionare secondo un proprio ritmo, senza informarli che il fattore chiave sia il calcolo del tempo trascorso nella visualizzazione di ciascuna immagine (Non vi è ancora nessuno studio che abbia dimostrato la validità di tale metodo).

L’auto-valutazione, come Jenkins affermò nel 1998, è il modo più diretto di constatare la presenza del disturbo, tramite sedute cliniche o questionari che, attraverso un tono di voce non inquisitorio, e affrontando argomenti sensibili, dopo altri più quotidiani, in modo da stabilire un rapporto con il soggetto sotto analisi, porta l’individuo ad aprirsi confidando i propri pensieri, fantasie e impulsi sessuali (tale metodo ha delle limitazioni sia per quanto concerne la negazione per via della paura del confronto con l’immaginario collettivo che viene a generarsi con il manifestarsi della figura del pedofilo, sia per la sfera privata centro della discussione) .

La cronologia dei comportamenti sessuali si basa sullo storico dei rapporti intrapresi dall’individuo, poiché certe caratteristiche comuni nei sexual offender sono associabili alla pedofilia. Tale test viene anche chiamato SSPI e si fonda sulla raccolta delle informazioni di vittime di crimini sessuali che possa poi servire come base per valutazioni psicoanalitiche.

Viene calcolato scientificamente e va da 0 a 5, riscontrando che approssimativamente il 20% dei criminali sessuali con punteggio 0 ha mostrato un eccitamento maggiore verso i minori rispetto agli adulti e allo stesso modo studi statistici successivi hanno dimostrato che più è alto il punteggio e maggiore diviene l’eccitamento sessuale verso minori.

Insieme a tale metro valutativo bisogna tenere in considerazioni due ulteriori fattori: Il primo, riscontrato tramite un’analisi effettuata da Seto e colleghi su sondaggio condotto da Riegel nel 2004, fa riferimento alla fruizione del materiale pedo-pornografico che dimostrò che la maggior parte del campione preso in esame ne faceva uso, determinando che il materiale pornografico cercato, combaci con i proprio inclinamento sessuale; il secondo, posto in essere dalle ricerche di Blanchard nel 2001, fa riferimento alle precedenti relazioni amorose e lo stato di disagio sociale che tali individui hanno, individuando una bassa percentuale di rapporti, nonché meno duraturi e soddisfacenti, con i loro pari, se non la totale assenza.

Questi metodi però soffrono di una carenza di concordanza tra loro, cosi come affermarono Kingston e colleghi nel 2007, perché difficilmente ottengono risultati concordi sullo stesso gruppo analizzato e questa difficoltà di sovrapposizione dei dati riscontrati rende difficile la diagnosi. Dopo tale ampliamento esplicativo del fenomeno, ci si domanda come il minore viene adescato, e come si manifesta l’abuso sessuale.

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