12 caratteristiche delle persone stressate: come uscire dallo stress

marzo 25th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica | Psicologia del Lavoro

stress-contagiosoCome ridurre lo stress – 12 caratteristiche delle persone stressate

Le caratteristiche individuali possono influire sulla capacità di un dato fattore di rischio, di produrre stress o malattie o possono esercitare un’influenza diretta sullo stress. Individuare le caratteristiche individuali coinvolte nelle risposte di stress permette di orientare l’intervento
preventivo verso i gruppi di lavoratori che risultano maggiormente a rischio. Le caratteristiche  individuali che sono state prese in considerazione dalla ricerca si dividono in:

Caratteristiche demografiche:

1. Genere: le donne riportano un peggiore stato di salute mentale rispetto agli uomini, in particolare manifestano una prevalenza di disturbi d’ansia e depressivi e una più alta incidenza di esaurimento emotivo. La spiegazione biologica di tali differenze si concentra sulle differenze ormonali e genetiche legate al genere, si tratta tuttavia, di una spiegazione con basso potere esplicativo. Una spiegazione più accreditata si
riferisce ai fattori disposizionali, come la tendenza delle donne a rimuginare sugli stati emotivi negativi, che vengono inoltre sperimentati con maggiore intensità o sul maggiore ricorso a strategie di coping focalizzate sulle emozioni. Ci sono anche fattori esterni che possono rendere conto di tali differenze: le donne lavorano prevalentemente nel settore sanitario e questo le espone a problematiche legate allo stress; gli uomini invece sono più esposti a rischi fisici perché lavorano  soprattutto nel settore delle costruzioni. Inoltre le donne hanno minore potere
nelle relazioni sociali, devono occuparsi contemporaneamente della carriera e della famiglia e sono più soggette a maltrattamenti e abusi sessuali.

Nella valutazione dello stress lavoro-correlato bisognerebbe capire se le donne e gli uomini sono esposti in maniera differenziale ai diversi fattori di rischio nell’organizzazione in  questione e se ci sono differenze di genere nelle condizioni di salute.

2. Età: coloro che esperiscono maggiori livelli di stress sono i lavoratori di mezza età (40-50 anni). Ciò sembrerebbe legato alle pressioni familiari, economiche e lavorative. I lavoratori più giovani sono maggiormente esposti ai fattori di rischio  fisico, al lavoro a turni, nei weekend e con un orario irregolare. Di conseguenza sono più soggetti a incidenti e problematiche che interessano l’apparato muscolo-scheletrico. Per quanto riguarda i lavoratori più anziani, se è vero che con l’invecchiamento la salute diventa più cagionevole, vi è una notevole variabilità
individuale. Molti lavoratori anziani sanno utilizzare strategie per compensare il decadimento fisiologico e cognitivo.

3. Caratteristiche etniche e culturali: I lavoratori immigrati lavorano, di solito, in condizioni peggiori rispetto ai nativi. Infatti, svolgono mansioni più faticose dal  punto di vista fisico, vengono pagati di meno e lavorano per un numero maggiore di ore, sono più esposti al mobbing e alla discriminazione. Ciò è in parte dovuto alla tipologia di lavoro che svolgono a causa del fatto che non conoscono bene la lingua del Paese ospitante, ma anche a parità di livello educativo tali differenze permangono. Va però considerato che le persone immigrate si trovano in peggiori
condizioni nella vita in generale, non solo sul luogo di lavoro. Coloro che lavorano  “in nero” si trovano in condizioni ancora peggiori. Un altro fattore da considerare consiste nell’enfasi che la cultura occidentale pone sull’individualismo, rispetto all’importanza al benessere collettivo e all’armonia sociale tipica di altre culture.

Tali differenze culturali potrebbero far sì che fattori come l’impossibilità di avanzare di carriera, non costituiscano un rischio nelle persone che provengono da una cultura collettivista.

Caratteristiche disposizionali:

Comprendono sia fattori di vulnerabilità che fattori di rischio.

Tra i fattori di vulnerabilità ci sono:
4. Comportamento di tipo A: è stato descritto per la prima volta alla fine del 1950 da due cardiologi a partire dall’osservazione di pazienti affetti da malattie delle coronarie. Le caratteristiche del comportamento di tipo A sono il senso di urgenza del tempo, la competitività, la rabbia/ostilità, l’aggressività e l’ambizione. Il comportamento di tipo A a livelli elevati è considerato una tendenza patologica, tanto che viene valutato anche dall’MMPI-2. Se è vero che questo comportamento può ricevere rinforzi dall’organizzazione, perché porta la persona a lavorare più a lungo, esso comporta anche problemi nelle relazioni interpersonali per via dell’incapacità di ascoltare gli altri e dell’egoismo. Inoltre, il comportamento di tipo A, in particolare la rabbia e l’ostilità, favorisce l’insorgere di comportamenti non salutari come il consumo di alcol e tabacco e l’isolamento sociale e aumenta il rischio di malattie cardiovascolari. Al comportamento di tipo A si associano spesso l’overcommitment (ipercoinvolgimento nel lavoro) e il workaholism (dipendenza dal lavoro). Le persone con dipendenza dal lavoro, rimangono al lavoro molto più di quanto sia necessario, al punto da trascurare le altre aree della vita.

5. Il workaholism ha una componente comportamentale: il lavorare eccessivamente e una componente cognitiva: il lavorare compulsivamente. La persona ha un ossessione nei confronti del lavoro che la porta a sentirsi in colpa quando si prende del tempo libero e la fa sentire in dovere di lavorare incessantemente. Le persone con dipendenza da lavoro sono spesso perfezioniste, hanno difficoltà nel delegare i
compiti e nel lavorare insieme agli altri. Comunque il workaholism influisce negativamente sulla vita sociale e familiare e può portare a problemi psicosomatici e burnout.
6. Alessitimia: è la difficoltà a identificare le proprie e altrui emozioni e ad esprimerle in parole ed è legata a una ridotta capacità introspettiva. L’alessitimia costituisce un fattore di vulnerabilità perché la persona non riesce a identificare le proprie risposte emotive e quindi ad agire nei confronti dello stimolo che le provoca. Di conseguenza, è probabile che l’individua rimanga esposto all’agente stressante per un periodo più prolungato e quindi vada incontro a patologie legate allo stress cronico, come l’immunosoppressione, l’aterosclerosi e l’ipertensione.
7. Affettività negativa e nevroticismo: l’affettività negativa è la tendenza a esperire stati emotivi negativi come insoddisfazione, rabbia e tristezza ed è legata al nevroticismo, cioè la tendenza a fare esperienza di depressione, ansia e cambiamenti d’umore. E’ possibile che elevati livelli di affettività negativa portino a percepire la realtà esterna in modo più negativo rispetto a come sia effettivamente. In realtà la relazione tra affettività negativa e stress non è ancora chiara. Sono stati individuati 5 meccanismi principali in cui l’affettività potrebbe influenzare la
risposta di stress:
8. Meccanismo dell’accentuazione della risposta: a parità di stressor, gli individui con elevata affettività negativa sperimentano maggiore stress.
9. Meccanismo causale: l’affettività negativa è influenzata da condizioni di lavoro negative.

10. Meccanismo della creazione dello stressor: le persone con elevata affettività negativa creano situazioni avverse.
11. Meccanismo percettivo: le persone con affettività negativa percepiscono
l’ambiente più negativamente.
12. Meccanismo della selezione: le persone con alta affettività negativa
scelgono lavori più stressanti.

I fattori protettivi sono, invece:

1. Hardiness: è l’insieme di tre caratteristiche individuali che permettono di affrontare gli stressor in modo funzionale. Queste caratteristiche sono l’accettazione delle sfide (l’individuo percepisce i cambiamenti e i fallimenti come un’opportunità di crescita), l’impegno personale che viene mantenuto anche in situazioni di stress e la percezione di controllo sugli eventi. Le persone con alti livelli di hardiness sono meno stressate e, nelle situazioni di stress, mostrano una minore reattività cardiovascolare.
2. La resilienza: è la capacità di capire quando è possibile raggiungere un obiettivo o meno, unita ad ottimismo e stabilità emotiva.
3. Il senso di coerenza: consiste nella tendenza a considerare la propria vita come dotata di significato, comprensibile e gestibile. Il fatto di considerare la propria vita come dotata di significato motiva l’individuo ad impegnarsi nell’affrontare i problemi, la comprensibilità riguarda la percezione di chiarezza e controllabilità degli eventi, mentre la gestibilità riguarda il grado in cui la persona crede che le risorse a disposizione consentano di far fronte alle situazioni problematiche. Il senso di coerenza sembra costituire un fattore protettivo rispetto all’insorgenza di patologie croniche e disabilità.

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