La stupenda psicologia di Rocky Marciano: analisi ed esempi di antifragilità

marzo 2nd, 2019 | Posted by Igor Vitale in Uncategorized

Articolo di Francesco Clemente

Rocky Marciano, pseudonimo di Rocco Francis Marchegiano (Brockton, 1º settembre 1923 – Newton, 31 agosto 1969), è stato un grandissimo pugile statunitense di origine italiana, una provenienza che questo indiscusso campione del quadrato non ha mai dimenticato nel corso della sua vita.  Ritenuto il migliore pugile di tutti i tempi da molti esperti, ha dissolto l’egemonia pugilistica afroamericana nella categoria dei pesi massimi, essendo stato  campione del mondo  fra il 1952 e il 1956, ritirandosi poi (unico peso massimo della storia9 a ritirarsi imbattuto, difendendo il titolo sei volte. Tra le sue mitiche 43 vittorie per KO (87.76%) compaiono quelle contro pugili del calibro di Roland La Starza,Jersey Joe Walcott e Joe Louis. Un pugile la cui carriera non può che avere il fascino della leggenda, una vita di sacrifici e di ambizione, che merita di essere brevemente ripercorsa.

Nato a Brockton, da Pierino (Quirino) Marchegiano e Pasqualina Picciuto, due emigrati italiani che avevano lasciato il paese nei primi anni del secolo, all’età di un anno   Rocco contrae la polmonite, a causa della quale rischia addirittura la morte. Nonostante   a 16 anni, grazie a lavori in cantiere, sviluppi un fisico possente e ottimo per praticare il pugilato, si avvicina a questo sport   nel 1943, all’età di circa 20 anni,   durante il servizio militare nell’esercito.

Dopo avere steso un australiano con un violento pugno destro durante una rissa in un pub di Cardiff, in Gran Bretagna, con l’aiuto dello zio Mike, che gli procura   un manager, Gene Gaggiano, all’età di 24 anni incomincia   ad avvicinarsi al pugilato. Il primo combattimento va male perché è squalificato dopo pochi minuti per scorrettezze. Si iscrive successivamente a un torneo per dilettanti a Portland, dove arriva in finale, ma perde per  un forte dolore alla mano destra. Il primo incontro da professionista gli è offerto nel 1947 da Alli Colombo: Rocky Marciano batte con estrema facilità Lee Epperson, grazie al suo micidiale destro che colpisce l’avversario  al diaframma. Cambiato il suo nome in  Rocky Marciano, più orecchiabile per gli americani., prosegue la sua carriera  a gonfie vele con 17 incontri tutti vinti per KO, fra i quali uno nel 1948 contro il temuto Harry Bilazarian, incontro che Rocky vince dopo circa 92 secondi, mandando al tappeto Harry con due potenti pugni.

Costretto a una pausa dell’attività a causa di forti dolori alla schiena, appena tornato Marciano affronta Carmine Vingo, un italo-americano come lui, ma di differente stazza fisica (era alto 193 cm contro i 178 di Marciano), che aveva alle spalle molti incontri vinti per KO. Vingo va giù alla sesta ripresa, ormai privo di conoscenza, ed è portato d’urgenza in ospedale, decidendo poi di ritirarsi. Battuto anche il mitico Joe Luis il 26 ottobre 1951 al Madison Square Garden, vince   il titolo di campione del mondo il 23 settembre 1952 a Filadelfia, sconfiggendo per KO alla 13ª ripresa il campione del mondo in carica Jersey Joe Walcott, uno dei pesi massimi più forti e tecnicamente più dotati a cavallo tra gli anni ’40 e ’50. Successivamente difende il titolo per altre 6 volte, mandando a tappeto tutti i più grandi nomi della boxe di quegli anni da Joe Jersey Walcott, a Roland La Starza, passando per il già citato Joe Louis. Con la Starza nel 1953 si organizza una rivincita che è vinta ancora da Marciano. La supremazia di Marciano in quegli anni è evidente, al punto che tra i tanti avversari da lui sconfitti si annovera   anche il mitico  Archie Moore, battuto  il 21 settembre 1955.

Tarchiato, lento, tecnicamente grezzo e dotato di un allungo inferiore alla media dei massimi (170 cm, il minore in assoluto nella storia dei campioni del mondo dei pesi massimi), Marciano riesce a compensare questi limiti con l’aggressività, la resistenza fisica e, soprattutto, col suo destro terrificante, che gli valse il soprannome di “The Brockton Blockbuster”   e con il quale   ha mandato al tappeto tutti i suoi avversari, tra cui i maggiori pugili all’epoca. Il suo palmarès è di 49 vittorie di cui 43 per KO, e nessuna sconfitta. Dei 43 KO 20 giunsero entro la terza ripresa.

In virtù di tale carriera è considerato uno dei più grandi pugili di tutti i tempi. Molti esperti lo ritengono il miglior pugile della storia. Il suo record d’imbattibilità di 49 incontri è stato battuto soltanto dal welter Floyd Mayweather, il 26 agosto 2017 contro Conor McGregor, ben 61 anni dopo.  Nel 1962 incominciarono a circolare voci su un presunto ritorno di Marciano sul ring in una sfida contro il campione del mondo Sonny Liston, ma tale incontro non si è mai tenuto. Marciano muore in circostanze drammatiche il giorno prima del suo quarantaseiesimo compleanno, precipitando assieme al pilota del suo aereo privato, un Cessna 172, a Newton nello Iowa, durante un volo partito da Des Moines e condotto in condizioni atmosferiche definite proibitive dal pilota stesso.

 

Azzardare l’ipotesi dell’antifragilità di Rocky Marciano, così come Taleb ha concepito il suo costrutto psicologico, implica una ricostruzione il più possibile dettagliata degli incontri nei quali questa sua qualità è emersa in maniera significativa, per cui è necessario avvalersi di fonti bibliografiche di rilievo, come ad esempio la monografia dedicata appunto a Rocky Marciano scritta dal giornalista sportivo Giuliano Orlando, professionista di grande esperienza anche nell’ambito delle competizioni olimpioniche, nonché esperto di pugilato.

Orlando, che nel corso della sua carriera si è occupato di campioni   italiani del pugilato come Loi e Lopopolo, ha inquadrato la figura di Marciano nella cornice storica degli Stati Uniti degli anni ’50, impegnati a rafforzare il senso di appartenenza nazionale di quanti vantavano origini straniere e che legittimamente aspiravano alla realizzazione del sogno americano. Marciano, di chiare e mai dimenticate origini italiane, appare come il prototipo pugilistico per eccellenza di questi propositi nazionali americani, poiché è un peso massimo anomalo, fuori dalle righe, spesso criticato, ai limiti della sottovalutazione tecnico-fisica, che invece nel corso della sua pittoresca e sfolgorante carriera saranno inesorabilmente smentiti dal vittorie immortalate in tutto ciò che l’umanità possa documentare ai posteri. Un vero e proprio mito dell’invincibilità nel mondo della boxe, fatto davvero di “lacrime e sangue”, un esempio tangibile di come resistenza fisica, determinazione e potenza possano coesistere per diversi anni in un solo atleta, talmente suggestivo e popolare, da ispirare con ogni probabilità il Rocky cinematografico eternato da Silvester Stallone nella celebre saga dedicata ad un pugile, reietto della società e per giunta anch’esso italo-americano, che fa dei suoi limiti la propria inesauribile forza.

 

3.4 LE IMPRESE DI MARCIANO

 

Marciano ha disputato nella sua carriera ben 49 incontri, di cui se ne sono scelti alcuni nei quali per andamento ed esito finale appaiono emblematici di questo grandissimo campione della boxe e che proprio per questo inducono a sostenere la tesi della sua antifragilità. Un primo esempio ce lo fornisce la sfida con Johnny Shkor tenutasi l’8 settembre del 1950 a New York, un pugile non quotatissimo ma che sovrasta l’italoamericano in peso e altezza, una costante delle sfide più cruciali affrontate da Marciano.

Come anche è importante sottolineare come già in questo incontro si rileva un’altra fondamentale costante di queste sfide, ovvero il verificarsi di situazioni invalidanti, per lo più segnate da ferite improvvise che rischiano di compromettere l’esito dell’incontro e che, invece, attivano una reazione devastante, spesso costituita da vere e proprie scariche irrefrenabili di pugni, irresistibili per potenza e continuità. Nel presentarsi del “cigno nero” come direbbe Taleb dei colpi che provocano copiosi sanguinamenti emerge la caratteristica forse più tipica di Marciano, ovvero quella di prosperare nel caos, nella difficoltà, nell’esprimere al meglio un potenziale latente, che attende sempre qualche round prima di carburare sul serio, ma che una volta partito è inarrestabile:

 

“L’avversario di Marciano, un colosso di 100 kg, lo sovrasta in altezza, sfiorando l’1.95.Tra l’altro si è allenato duramente. Se supera il 5° round avrà un bonus di 100 dollari. Il combattimento diventa subito rissa, Marciano è impossibilitato a combattere. Shkor usa ogni trucco e l’arbitro sembra non vedere nulla. Una gomitata gli costa un taglio sotto l’occhio destro. Che inizia a sanguinare. Al quarto round sale un medico e rileva la gravità della ferita. Il rischio della sconfitta diventa concreto. Marciano capisce il pericolo e diventa una furia. Shkor, pur contato al quinto round, non si arrende. La sesta è una mattanza. Il pugile di Boston cade tre volte, l’ultima in modo drammatico. Resta al tappeto parecchi minuti, trasportato all’ospedale se la cava con una notte in osservazione. Il vero colpevole è l’arbitro che ha fatto andare avanti un matcht segnato.”[1]

 

 

La consacrazione di Marciano avviene nell’incontro con il mitico Joe Luis, the Brown Bomber, il bombadiere nero, uno dei pugili più amati e celebrati nella storia della boxe di tutti i tempi. L’incontro si tenne il 26 ottobre del 1951 al Medison di New York, in un clima di forte concitazione per via delle tifoserie opposte che vi accorsero per sostenere il proprio beneamino. Un incontro che, in realtà, non è fra i più entusiasmanti della carriera del pugile italoamericano, poiché ha più il significato di un passaggio di testimone da un mito ad un altro, una competizione di fatto priva di importanti momenti pugilistici. L’incontro è la definitiva consacrazione di Marciano nell’olimpo dei grandissimi, nettamente vittorioso su un Joe Luis ormai senza più benzina, sebbene sempre supportato da un grande fisico e da una grande classe. Dopo quella vittoria Marciano può, a tutti gli effetti, presentarsi al pubblico sportivo americano come la “speranza bianca del pugilato” contro lo strapotere “nero” dell’arte pugilistica.[2]

 

Di ben altro tenore agonistico, di ben altro spessore tecnico-tattico fu l’incontro che consentì a Marciano di diventare campione del mondo dei pesi massimi. La sfida avvenne nel 1952 e fu considerato dagli esperti di sport come il più drammatico e spettacolare dell’anno. Rocky si presentò come lo sfidante numero uno del campione in carica, quel Joe Walcott che alla boxe univa l’impegno religioso del pastore di anime, un pugile di colore che divenne simbolo dell’ossequio e del dovere nei confronti delle istituzioni, al punto tale da essere stato inviato alla Casa Bianca dallo stesso presidente Truman.[3]

Il matcht si tenne il 23 settembre del 1952 allo Stadio Municipale di Filadelfia, con uno sfavillante parterre di stelle del cinema, oltre che di vecchie glorie della boxe come Ray Sugar Robinson,Willie Pep, Jack Dempsey, Joe Luis, Lack La Motta e altri ancora. L’incontro ha un inizio sorprendente, poiché è proprio Walcott a spizzare tatticamente Marciano, poiché al posto di iniziare a boxare alla sua maniera, cioè in modo ritmato e preciso senza folate aggressive, decide di dare un assalto frontale al picchiatore italo americano. La maggiore velocità, unita alla grande capacità di coordinazione sguarniscono la difesa di Marciano che dopo pochi secondi, fra la sorpresa di tutti, non ultimo il suo allenatore Goldman, assaggia l’amarezza del suo primo atterramento. Al secondo round la musica non cambia, poiché Walcott è molto preciso e coordinato nei colpi, per cui Marciano è costretto a chiudere il secondo round con una ferita sopra l’occhio destro e il naso sanguinante. Nelle riprese successive, nonostante la continuità dell’efficacia delle azioni di Walcott, Marciano dimostra di  reagire con la sua arcinota potenza di colpi, nonostante il disordine delle azioni, riuscendo a provocare danni evidenti al campione. Tuttavia, anche in questo caso, Maciano subisce ferite importanti che avrebbero compromesso l’esito dell’incontro almeno fino a metà matcht:

“Questo fino al sesto round, chiuso con una serie di Marciano che produce danni evidenti all’avversario, costretto a sedersi   sulle corde per non andare al tappeto. Purtroppo, sul finire della ripresa, le steste di scontrano con rumore di vetri rotti. Ne escono entrambi con danni evidenti. Marciano ha uno spacco sula fronte e Walcott un taglio profondo sotto l’occhio sinistro.”[4]

Giunti alla fine del dodicesimo round, il conteggio dei punti appare nettamente favorevole al campione, forte della sua ritrovata freschezza atletica unita alla precisione tecnica, ignaro di quale maglio si sarebbe scagliato su di lui di lì   a poco. Allo scoccare del tredicesimo gong, il colpo del K.O:

 

“Marciano e Walcott si studiano. Il campione ha i guantoni alti molto vicini, le ginocchia leggermente flesse come per scattare in avanti; lo sfidante tiene le braccia in parallelo col viso, le gambe poco lontane l’una dall’altra. Trascorsi i primi trenta secondi, hanno la stessa idea. Partire col destro pesante, quello che lascia il segno. Sparano contemporaneamente, Marciano lo evita di misura, Walcott lo riceve come se fosse una torta. Al centro della mascella. Sullo slancio anche il sinistro arriva, ma è solo un pizzicotto. Il crack percorre lo stadio, come la traiettoria del fulmine che illumina il cielo. Una scarica elettrica senza perdono. Walcott non va giù subito. Prima si flette leggermente, scivola lungo le corde, si appoggia con le braccia, poi di adagia in avanti, privo di qualsiasi energia.”[5]

 

L’impresa di Marciano è la conseguenza anche di una perfetta scelta di tempo, di un’intuizione che magari è stata la stessa del suo avversario, ma che è la sintesi di una maggiore prontezza, di un’esplosività improvvisa, mai disgiunta da una rocciosa costituzione fisica che ha davvero dell’incredibile.[6]

Dopo la conquista del titolo mondiale, Marciano è ormai proiettato verso la consacrazione, accompagnata sempre dalla urgenza di un’affermazione economica, che di fatto è una componente non secondaria delle sue motivazioni agonistiche. Un campione cui non è concesso, quindi, di riposarsi troppo e che ha dimostrato di mantenere un ritmo di impegni su cui è doveroso soffermarsi, perché sintomatico di un periodo della boxe assai particolare:

“Il ragazzo forte di Brockton è finalmente entrato nel sogno più bello, più atteso e desiderato. Ogni suo passo è seguito dalla grande stampa e dalla televisione…Tra la conquista del mondiale e la successiva difesa, trascorrono circa otto mesi. Il tempo più lungo dall’esordio al professionismo. Non calcolando il primo incontro semiufficiale, dal luglio 1948 al settembre ’53, la media di Marciano è di un incontro ogni 36/37 giorni. Semplicemente sbalorditivo, impensabile ai tempi nostri. Ma non eccezionale in quel periodo.”[7]

 

Un esempio tangibile dell’antifragilità di Marciano è testimoniata da due avvincenti sfide con Ezzard Charles, un grande pugile di Cincinnati, combattente coriaceo e per lo più dotato di una boxe furba e subdola. Con questo sfidante Marciano ha dato vita a due combattimenti indimenticabili per spettacolarità e drammaticità. Il primo incontro avviene il 17 giugno 1954 allo Yankee Stadium di New York.  Come spesso è capitato nelle sfide che hanno visto protagonista Marciano, la parte iniziale del matcht è favorevole allo sfidante che dimostra molta precisione di colpi, ben alternati e soprattutto indirizzati al corpo con l’intento di fiaccare la resistenza di Marciano, provocando i soliti copiosi sanguinamenti. Il campione subisce così  la maggiore velocità dello sfidante, mostrandosi piuttosto lento nelle azioni che dovrebbero vederlo protagonista:

“Il pubblico non si stanca di incitare i pugili, ma la maggior parte che tifa per Rocky, appare preoccupata. Nel quarto round si apre una vecchia ferita sotto l’occhio sinistro di Marciano, che neppure l’abile cut-man Freddie Brown riesce a tamponare del tutto.”[8]

L’incontro prosegue con un sostanziale equilibrio, grazie non solo alla determinazione di Marciano ma anche alla tenacia di Charles, che dimostra di possedere anche grandi capacità di incassare colpi micidiali, approfittando dell’imprecisione delle offensive dell’italoamericano. L’impennata del matcht è alla sesta ripresa:

“La sesta tornata è violenza pura. Charles conferma la mascella di ferro, capaci di assorbire un destro talmente violento da paragonarsi ad un colpo di maglio. Mai visto così determinato. Se Marciano reca i segni della lotta, la faccia dell’avversario è una maschera carnevalesca, tutte protuberanze. Alla settima ripresa Rocky prende le redini del confronto e on lo lascia fino all’ultimo round.”[9]

 

Ferito, provato e comunque costantemente impensierito dall’avversario, Marciano nella seconda parte del matcht esprime una determinazione e una potenza davvero impressionanti, una reazione fra le più entusiasmanti della storia del pugilato:

“Sul ring la battaglia è contrassegnata dalla valanga di colpi di un Marciano che detta legge e Charles che non vuole cedere, anche se il prezzo è altissimo. Lo tiene in piedi fino alla fine l’orgoglio. Battuto, ma con tutti gli onori. Il verdetto è largamente per il campione e, nel contesto della battaglia, gli esperti assegnano alla seconda parte del matcht i round più violenti della storia dei massimi.”[10]

 

Proprio dopo il trionfo su Charles i media americani, almeno quelli che si propongono come fonti attendibili per i giudizi tecnici in ambito sportivo, si sono impegnati a compiere confronti fra Marciano e i mostri sacri della boxe, per cui è proprio questa l’occasione per mettere in evidenza le caratteristiche più proprie del pugile italoamericano, spesso in clima di confronto intellettuale dalle venature chiaramente emotive e segnate dalla tifoseria:

“I media, come d’abitudine, cercano di trovare il pelo nell’uovo. In verità la stampa da tempo ha preso posizioni precise. La maggioranza, in particolare quella del Nord e della costa Atlantica professa stima per Marciano. Il Sud, in particolare vive ancora nel ricordo di Joe Luis e propone sempre paragoni irreali. Il bombardiere dell’Alabama possedeva un talento naturale che non si apprende da nessuna parte. Costruito come una statua d’ebano, esegue naturalmente ciò che ogni pugile sogna. Marciano è il frutto di altre combinazioni. Brevilineo con braccia corte e gambe possenti, privo di eleganza e un repertorio tecnico decisamente più limitato. Organicamente è un fenomeno, capace di sopportare carichi di lavoro incredibili, raggiungendo una condizione atletica che fa la differenza. Possiede il colpo del KO in entrambe le mani ma, su tutto, non conosce la parola resa. Non fa parte della sua mentalità. Ignora la paura, non trascorre notti insonni per la tensione della vigilia. Le sue preoccupazioni riguardano la famiglia, gli affari, quindi la situazione economica.”[11]

Tuttavia, molto probabilmente è la seconda sfida con Charles quella nella quale la capacità di risposta antifragile di Marciano lascia davvero meravigliati, per l’incidente che nel corso del matcht si verifica e che di fatto lo ha esposto davvero, come mai nella sua carriera, alla possibilità della sconfitta che avrebbe, di conseguenza, intaccato il mito della sua invincibilità.  Il 15 settembre del 1954, dopo appena tre mesi dalla prima sfida, nella stessa location della prima sfida, si è predisposta la rivincita di Charles, ma per fattori climatici legati ad una pioggia torrenziale, l’evento è spostato al 17 settembre.

Lo spartito pugilistico non appare dissimile dal primo incontro. Dopo un primo round ottimamente condotto, con dei colpi precisi e portati con successo alla mascella di Marciano, Charles subisce   la ripartenza arrembante   di Rocky a partire dal secondo round, che appare come un rullo compressore fino alla quinta ripresa. Ma nella sesta ripresa si verifica “il cigno nero” che sarebbe potuto costare la sconfitta, nonostante il vantaggio di punti accumulato, ma che è fugato in perfetto stile-Marciano, ovvero con una reazione terribile per violenza ed impeto pugilistico, oltre che fulmineo sul piano dell’esecuzione tecnica. Un concentrato di potenza che si sprigiona all’ottavo round:

 

“Nella sesta la maledizione di una gomitata di Ezzard produce un taglio profondo al naso di Marciano, partendo dalla narice per salire in alto. Impressionante…Momento drammatico, forse quello più vicino alla sconfitta di tutta la carriera. Al Weil è muto, Goldman si affida a Freddie Brown, che le tenta tutte. Purtroppo sono numerosi i vasi sanguigni recisi. Il pubblico capisce la situazione…Il medico guarda l’arbitro, ma non interviene. Finisce anche la settima ripresa e incredibilmente l’atleta ferito, il corpo macchiato di rosso, il lato del naso che sembra un minuscolo straccio staccato dal viso, è stato il più deciso, il più attivo. Ha colpito con tale rabbia che Charles rischia un altro atterramento. Ma il tempo stringe…Suona l’ottavo round, Brown ha posto un cerotto sul naso a Rocky, il medico ha parlato con l’arbitro che avvisa l’angolo del possibile stop. I regolamenti parlano chiaro. Se non puoi andare avanti, perdi anche se i cartellini sono a tuo favore. Tutto questo si vive allo Stadium di Filadelfia. Resta solo lui, il guerriero indomito, figlio di un emigrante italiano a tenere lontana l’ombra della sconfitta.”[12]

 

Proprio l’ottava ripresa è il momento in cui si assiste a qualcosa di strabiliante, un esempio tangibile di antifragilità, poiché alla già invalidante ferita al naso, Marciano subisce un altro taglio. Per Charles è praticamente la fine, perché subisce la devastazione di un ciclone che si scatena in circa trenta secondi:

“La ripresa inizia col jab di Charles che apre un altro taglio, per fortuna piccolo, sotto l’occhio sinistro. La nuova offesa decuplica le forze di Rocky, roccia indistruttibile che scaglia un destro dove ci sono rabbia e vendetta. La mascella di Charles si deforma e le gambe cedono. Finisce al tappeto di lato, ascolta l’arbitro e al quarto ritrova la posizione di guardia. Soluzione rinviata di pochi secondi. La scarica successiva è fatta di dardi roventi, una magia furiosa che devasta Charles. Il conteggio di Al Bert lo trova ancora giù…Il round è durato mezzo minuto. La corona è ancora dell’invincibile Rocky.”[13]

 

Una battaglia emozionante, la seconda con Ezzard Charles proprio per quell’incidente che avrebbe pregiudicato tutto, ma anche impressionante sul piano delle conseguenze, poiché dopo quell’incontro Marciano è costretto a rimanere in ospedale diversi giorni, subendo ben cinquanta punti di sutura per riparare   gli squarci, per poi decidersi a sottoporsi ad un intervento di chirurgia plastica al naso per evitare il ripetersi di ferite. Un altro esempio, ai fini della presente trattazione conclusivo, dell’antifragilità di Rocky Marciano è l’incontro con Archie Moore, tenutosi il 21 settembre del 1955 allo Yankee Stadium di New York. Un incontro che, nonostante l’evidente differenza di età a vantaggio di Marciano( 32 anni contro i 42 di Moore) , ha suscitato l’interesse di stampa e pubblico proprio per l’assoluto valore di Moore, soprannominato l’Old Mongoose, la vecchia mangusta.  Il primo round è decisamente a favore di Moore, veloce e preciso, ottimo nello schivare i colpi del campione. Ma è il secondo round quello che accende Marciano, la cui carriera appare segnata da due costanti che attivano la sua antifragilità: i copiosi sanguinamenti al viso e gli atterramenti. Nel caso della sfida con Moore è appunto un atterramento che lo sveglia, esattamente come nel caso della conquista del titolo mondiale contro Walcott:

“Al secondo round, Moore è abile a evitare uno scriteriato assalto del campione, per infilare con perfetta scelta di tempo, un destro bomba, subito doppiato alla mascella del rivale che cade pesantemente al tappeto. Il silenzio del pubblico è irreale. Sta per realizzarsi l’impossibile? Charley Goldman, impietrito stringe l’asciugamano e guarda il suo ragazzo nell’insolita posizione.”[14]

A partire dal quell’atterramento inizia la scalata alla vittoria di Rocky, pugile che non vanta il talento di certi afroamericani, che non   è capace di incantare avversari e pubblico con azioni virtuosistiche, ma che esprime una sorta di trance agonistica senza eguali, segnata da una invincibile voglia di riscatto sociale. Anche Moore, come d’altronde altri sfidanti di Marciano, subisce questa potenza devastatrice che colpisce per il fatto che chi la esprime sembra ignorare dolore e fatica:

 

“Una marea di colpi che sale d’intensità round dopo round, una instancabile macchina offensiva che annienta i rivali. L’avversario impreziosisce le azioni, esibisce naturalezza nei movimenti, ma tutto questo sfuma sempre più col passare dei minuti. Marciano è ferito, gonfio sotto gli occhi, il naso sanguina e il corpo soffre, ma l’ariete ha colpi   a non finire. Lancia pugni a ripetizione, sinistri e destri e poi ancora destri e sinistri, sopra e sotto. Spesso a vuoto, ma quelli che arrivano lasciano il segno. Archie Moore al sesto round finisce due volte al tappeto, la seconda fino all’8’’. Nonostante ciò, scambia rabbiosamente anche oltre il suo del gong, contro un Marciano che ha capito tutto. La ruota della fortuna sta cambiando   rotta…L’ottavo assume i contorni della punizione tremenda. Nonostante attui al meglio la tattica della testuggine e lanci colpi improvvisi e precisi, la tempesta chiamata Marciano risulta troppo devastante…Moore consuma l’orgoglio nel primo minuto del nono round. Nonostante le gambe di piombo, produce azioni da manuale, colpisce Marciano con grande facilità. Poi il buio. E l’esecuzione. Il campione sgrana una danza di pugni infinita. Il corpo di Moore, un bersaglio totale. Non importa dove arrivano, gomiti o guantoni, in alto o sotto, di lato o di interno. La mattanza termina dopo 63 pugni lanciati senza soluzione di continuità, gli ultimi tre ganci sinistri alla testa, troppi anche per l’orgoglio del vecchio guerriero. Archie scivola al tappeto…:KO.”[15]

La vittoria contro Archie Moore consacra in maniera incancellabile il valore di Rocky Marciano, proprio perché lo spessore di quel successo è proporzionato al valore del suo sfidante, riuscendo anche a dissolvere le riserve che grandi pugili del passato non avevano mai nascosto nei suoi confronti. Per non pochi esperti di pugilato, quella è stata la sua vittoria più bella, prima che l’incidente areo in cui perse la vita lo strappa al mondo, facendo così scomparire un vero esempio di uomo d’acciaio, di pugile invincibile, di un vero e proprio monumento allo spirito indomabile dello sportivo di razza.

 

[1]ORLANDO G., Rocky Marciano, The king, Libreria dello sport, Genova, 2014, p. 109.

[2]Crf.  ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit.,pp.109-112.

[3] Crf. ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit.,pp.135-137.

[4] ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit.,p.142.

[5]ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit.,p.144.

[6]Il manager Bocchicchio di Walcott al termine del matcht ebbe ad affermare:<<Ha ricevuto colpi pazzeschi e li ha assorbiti come bevesse una birra. Pugni che avrebbero buttato giù un palazzo e lui era sempre in piedi, bel bello. Ha messo in mostra coraggio, fegato e resistenza. Alla fine ha tirato fuori il suo formidabile pugno nel momento giusto>>. ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit., p.146.

[7] ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit.,p. 153.

[8] ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit.,p. 172.

[9]ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit.,ibidem.

[10] ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit.,p.173.

[11] ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, ibidem;

[12]ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit.,pp.176-177.

[13]ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit.,p.177.

[14] ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit.,pp 191-192.

[15]ORLANDO G., Rocky Marciano, The King, cit.,pp.193-194.

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