Psicologia dello Sport: il ruolo della motivazione per l’atleta

luglio 13th, 2019 | Posted by Igor Vitale in Psicologia dello Sport

Articolo di Daniela Moschetto

La motivazione nasce con l’emozione, essa infatti è definita energia vitale e spinge l’uomo all’azione.

La motivazione è uno degli elementi fondamentali nell’attività sportiva , è uno stato interno che permette di attivare, dirigere e mantenere nel tempo un comportamento.

Fra le teorie vi sono quelle ancorate all’aspetto biologico che fanno riferimento al concetto di “bisogno” nel senso che il nostro organismo si attiva per soddisfare una necessità.

A proposito di tale teorie impossibile non citare il lavoro di Abraham Maslow (1954), egli pone la motivazione alla base dello sviluppo individuale proponendo una piramide gerarchica legata ai bisogni dell’individuo.

Tale piramide prevede anzitutto il soddisfacimento dei bisogni fisiologici poi quelli di sicurezza,  di appartenenza, di stima ed infine di autorealizzazione, Inoltre questi si susseguono col progredire dello sviluppo individuale conferendo, qualora questi siano soddisfatti in modo efficiente, il benessere psico-fisico del soggetto.

 

Secondo la teoria cognitivista un equilibrato livello di attivazione  segue elevati livelli di motivazione.

Autori come Lewin, Fromm e Biswanger sostengono che alla base della motivazione umana vi siano: il bisogno di affiliazione, il bisogno sociale del potere ed il bisogno di realizzazione individuale.

Nello sport la motivazione comprende due aspetti: uno fisiologico e l’altro psicologico, il primo legato al bisogno di movimento, il secondo legato al bisogno di affermazione.

Lo studio della motivazione nel contesto sportivo focalizza la sua attenzione sulle

– motivazioni primarie legate al gioco che consente la scarica motoria permettendo l’equilibrio neurodinamico a livello biologico ed inoltre stimola le componenti psicofisiologiche dell’uomo;

– le motivazioni secondarie che comprendono i fattori psicobiologici e quelli psicopatologici che fungono da catarsi e ripristino omeostatico; – fattori socioculturali e – fattori psicologici associati al bisogno di affermazione in ambito sociale ed al bisogno affettivo ed emotivo.

Nella pratica sportiva è possibile trovare il senso della propria vita, comprendere i propri limiti e sfidarli. (Tamorri, Manili, Baldo; 1988).

 

Martens e Bump (1988) individuarono nella pratica sportiva

  • la motivazione intriseca ed estrinseca,
  • la motivazione diretta e  indiretta,
  • la localizzazione del controllo ed i bisogni dell’atleta.

 

Buonamano, Cei e Mussino (1994) individuarono le classi motivazione allo sport, esse sono:

  • Fattore di successo/status;
  • Fattore forma fisica/abilità;
  • Fattore rinforzi estrinseci;
  • Fattore amici/divertimento;
  • Fattore scarico di energia.

 

L’automotivazione concerne tutti quei fattori interni della persona che direzionano ed intensificano le azioni promuovendo cambiamento e crescita.

Riconoscere le proprie potenzialità ed acquisire consapevolezza sui nostri atti decisionali permette di costruire schemi comportamentali nuovi più funzionali determinando crescita e quindi evoluzione e cambiamento.

Altro fattore importante che promuove cambiamento è la sicurezza rivolta alle proprie abilità, infine aver sviluppato buone capacità di empowerment, che consentono di influenzare il proprio contesto per renderlo più favorevole, permette di raggiungere l’obiettivo prefissato in modo efficiente.

Un ruolo determinate nel far emergere o nell’incrementare motivazione ed automotivazione è giocato dal leader e dalla leadership.

Un buon leader, secondo il concetto di ritmo incluso nel modello S.F.E.R.A (termine coniato dal Prof. Vercelli per indicare un metodo che consente di ottimizzare la prestazione sportiva), è colui che riesce ad avere una buona gestione dei ritmi propri ed altrui. Un buon ritmo attrae fiducia, dona carisma ed eleganza, consente di comprendere e rispettare  i ritmi degli atleti, per modificarli  se necessario conferendone maggiore efficacia.

Il leader, per Peter Drucker, è colui che ha dei seguaci ed è capace di:

  • Promuovere idee e nuovi comportamenti;
  • Esercitare influenza sul gruppo per produrre cambiamento.

Il leader si occupa sia degli aspetti strutturali che processuali del gruppo, i primi riguardano la definizione e condivisione di un obiettivo, lo sviluppo di un metodo per raggiungerlo e la definizione dei ruoli di ogni membro, compreso se stesso; i secondi si riferiscono alla capacità di far emergere e mantenere un buon clima all’interno del gruppo , di favorire la comunicazione ed infine di garantire lo sviluppo del gruppo stesso.

Nel modello SFERA la leadership è delineata dal fattore RITMO perché focalizza la sua attenzione verso l’ambiente esterno, il leader dunque potrebbe decidere se tenere la guida del gruppo o lasciarla provvisoriamente  delegando il suo ruolo a terzi.

Esistono diversi metodi e strumenti per osservare, monitorare e sviluppare la leadership, questi sono : l’osservazione, la formazione, i questionari come LSS (leadership scale for sport) e ASL (autovalutazione stili di leadership), i filmati  e le registrazioni.

Tra gli stili sono emersi:

  • Stile direttivo, non incline all’ascolto e  molto esigente;
  • Stile autorevole, chiaro nel definire direttive e proiettato all’ascolto dei collaboratori;
  • Stile affiliativo, promuove relazioni, è attento al benessere delle persone, ricompensa le prestazioni e le caratteristiche personali dei collaboratori;
  • Stile partecipativo, promotore di idee, collaborativo ed attento all’ascolto dei collaboratori;
  • Stile battistrada, guida attraverso l’esempio, è molto esigente, non è incline alla cooperazione;
  • Stile coaching, incoraggia i collaboratori, individua i punti di forza, stimola autonomia.

L’allenatore è dunque un motivatore, deve saper osservare, ascoltare, sviluppare autoefficacia e deve saper gestire la leadership all’interno del gruppo.

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