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Come Affrontare il Cancro in Età Adulta

come-affrontare-cancroSi può intendere per età adulta quella compresa dal terzo decennio di vita fino il sessantesimo anno di età (Galimberti, U., 1999). Questi anni sono caratterizzati da un insieme di scelte, di azioni e di massimo impegno in campo professionale, familiare ed esistenziale, e rappresentano l‘evoluzione dei processi di sviluppo dell’individuo dei periodi di vita precedenti (infanzia e adolescenza).

Le tappe fondamentali di questa fase della vita riguardano di solito l’allevamento e l’educazione dei figli, l’assunzione di un ruolo genitoriale nei loro confronti e processi di adattamento continui nel rapporto coi figli tesi a divenire indipendenti nei confronti dell’ambiente esterno.

Questo periodo della vita è reso ancor più ricco e magmatico dal consolidarsi delle scelte lavorative e di un’identità professionale, dal raggiungimento di uno standard economico e da una continua modificazione delle aspettative e delle motivazioni che si avevano in partenza. L’evento malattia provoca nella vita del soggetto una crisi in quanto rappresenta un evento inaspettato e traumatico per l’individuo. L’impatto risulta ancora più minaccioso nel periodo della vita adulta, quando si sono appena delineati i propri progetti di vita futuri o si stanno realizzando progetti personali e familiari, o quando sono presenti ancora obiettivi da realizzare per sé e per altri (Tromellini, C., 2002). Si tratta di fare i conti con una realtà che giunge all’improvviso, e alla quale si dovranno opporre strategie adattive adeguate che mettono in crisi gli equilibri psichici preesistenti.

Una caratteristica propria dell’essere umano è quella di percepirsi come individualità coesa e integrata, quasi inviolabile a tutte le minacce provenienti dall’esterno. L’impatto con la malattia rappresenta una violazione di questa fantasia di perfetta integrità e per il malato risulta difficile affrontarla, in quanto comporta una lacerazione e un’offesa alla presunta inviolabilità del proprio essere. L’esperienza della malattia stravolge la relazione del malato con il mondo insieme al mutamento di sé per l’isolamento sociale, per la perdita dell’efficienza, della progettualità del proprio futuro e per l’alterazione dell’immagine corporea (Bongiorno, A., Malizia, S., 2002).

L’Evento malattia stravolge il fluire della vita, obbliga l’individuo a pensare alla morte e segna profondamente il rapporto che l’individuo ha col proprio corpo il quale, prima della malattia, era usato quasi come un corpo macchina, quasi rimosso, o non sufficientemente ascoltato e che ora diviene protagonista nella quotidianità dell’individuo, percepito quasi come un ostacolo al mito dell’elisir di lunga vita e che richiama continuamente l’attenzione per essere ascoltato.

La malattia oncologica può colpire diverse parti del corpo e l’intervento chirurgico, con conseguente asportazione dell’area danneggiata, comporta conseguenze fisiche e psicologiche significative. Le eventuali terapie chemioterapiche e/o radioterapiche cambiano il funzionamento globale del corpo alterandone l’immagine che si aveva in precedenza, introducendo variazioni del tono dell’umore e modificando i ritmi biologici (come il ritmo sonno-veglia).

Spesso i pazienti riferiscono di aver notato cambiamenti anche nelle abitudini e preferenze alimentari, negli investimenti libidici e sessuali e un sé corporeo percepito  come assente e poco reattivo alle volontà personali (Tromellini, C., 2002). È importante tenere in considerazione le differenze  presenti nell’uomo e nella donna nei vissuti delle conseguenze fisiche della malattia.

Le pazienti donne, vivono l’attacco al corpo come un attacco alla loro idea di femminilità e spesso, la malattia della madre, soprattutto nei casi di tumore mammario, può determinare un arresto nello sviluppo affettivo-relazionale delle giovani figlie e, quando il peggioramento della malattia conduce il paziente alla morte, si possono manifestare sintomi da sindrome abbandonica con profondi sentimenti di insicurezza nel proseguimento della propria vita. Si crea in questo modo una sorta di contaminazione di paure nel passaggio di diverse generazioni, una sorta di intreccio mortale che va distrutto per permettere al soggetto di continuare a vivere. Nel mondo maschile la malattia colpisce l’immagine di efficienza del proprio corpo e l’idea di autonomia e indipendenza nel compiere azioni, nel prendere decisioni, spesso in un tormento di idee da agire, con un distanziamento dalle emozioni che diventano espressione di una vulnerabilità fastidiosa che ostacola la possibilità di agire.

La malattia sollecita un corpo non più a totale servizio delle esigenze del soggetto, un corpo che non segue più i suoi soliti ritmi di vita e che trova l’individuo impreparato ai condizionamenti della malattia. La fisicità tanto presente nella vita di una donna, nei suoi significativi passaggi evolutivi di crescita, nell’universo maschile sembra palesarsi soprattutto nel movimento, nell’azione, nell’offrirsi agli altri in un intreccio di relazioni centrato sulla concorrenza tra esseri umani e sul comando di emozioni che potrebbero danneggiare una figura pubblica forte da mantenere ad ogni costo (Tromellini, C., 2002). Il corpo detiene una posizione privilegiata per le diverse relazioni che intesse sia con la natura, sia con la cultura della quale è il frutto, sia con la società: il sociale, con i suoi riti e le sue norme, le rappresentazioni fantasmatiche, la magia, la scienza e l’esperienza personale lasciano un profondo segno sul corpo (Combi, M., 1998). Questo corpo che per svolgere le sue funzioni deve essere sano ed  integro, nella condizione di malattia richiama l’attenzione maschile sul rapporto con se stessi e sul proprio mondo interno che viene spesso interpretato come disturbante nel perseguimento di alti obiettivi. Così, il percorso di malattia può rappresentare da una parte un viaggio dentro l’universo del dolore, e dall’altra l’avvicinamento a emozioni che districano il dolore raggrumato nel cuore del soggetto (Ravasi Bellocchio, L., 1999).

Ciò che differenzia affrontare la malattia a 20 anni da 40 o 50 anni, è la percezione e l’autorappresentazione che il soggetto ha di se stesso e dell’andamento della sua vita presente e futura. La malattia porta ad una interruzione e sospensione delle intenzioni e dei desideri non ancora realizzati di cui l’individuo si sente portatore. Il desiderio di maternità, per esempio, viene sostituito con l’urgenza di dover prendersi cura della malattia e delle sue conseguenze e questo introduce una presa di coscienza del cambiamento e del limite della propria vita.

Allo stesso modo anche l’intenzione di perseguire o di consolidare un obiettivo professionale viene interrotto dalla malattia e dalla consapevolezza di possedere un corpo non più efficiente ed integro come prima e che limita il soggetto nello svolgere le sue attività. L’individuo deve fare i conti con la delusione, con l’idea di non potersi più mettere in gioco nelle varie circostanze della vita che è scandita ora dai tempi di cura e gestione della malattia. Inoltre, vivere  l’esperienza di malattia costringe il paziente adulto a ripensare agli accadimenti della propria vita passata alla luce di quella presente, dove nuclei problematici e zone d’ombra mai elaborate prima riemergono e chiedono di essere  prese in considerazione per dare un significato anche al presente (Tromellini, C., 2002). Nell’adulto, le angosce e i sentimenti collegati alla malattia richiamano spesso eventi precedenti di grave difficoltà, risalenti all’infanzia o all’adolescenza.  La malattia diventa così la manifestazione di quanto, nel vissuto del soggetto, era rimasto inespresso, non condiviso o non sufficientemente elaborato (Massaglia, P., Bertolotti, M., 2002).

di Giulia Detti

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