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Come Aumentare l’Autoefficacia (definizione di Bandura)

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AUTOEFFICACIA (o SELF EFFICACY)

 

Nei paragrafi precedenti abbiamo visto come i differenti livelli di autostima, che ognuno di noi può acquisire, siano legati alla capacità o meno di ottenere successi. Ma cosa ci permettere di raggiungere gli obiettivi da noi desiderati?

Albert Bandura ha colto il potere e l’importanza del pensiero positivo all’interno di questo processo teorizzandolo nel concetto di AUTOEFFICACIA (Myers, G.D., 2009). Si scopre così un importantissimo modo di operare del sistema del sé che riesce ad influenzare l’impiego delle proprie capacità per governare l’ambiente (Giusti. E., Testi, A., 2006). La percezione della nostra efficacia ci permette di agire in modo attivo e consapevole sulla nostra vita, riuscendo così far accadere eventi desiderati ed azioni mirate ai nostri obiettivi (ibidem). Questo termine viene spesso usato però, in maniera erronea, come sinonimo del termine autostima e viceversa.  Entrambi infatti sono collegati al  raggiungimento di obiettivi e successi e prendono in considerazione le influenze che questi a loro volta avranno sulla condotta dell’individuo. La relazione che li collega non risulta però sempre ben definita e chiara.

Ma in cosa si differenziano?

Secondo Bandura l’autoefficacia è una capacità personale, mentre l’autostima è un giudizio di valore su se stessi

Egli definisce l’autoefficacia, infatti, come “le convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati” (Bandura, A., 2000, p.23).

La Borgogni (2001) ne dà una spiegazione ancora più chiara definendo l’autoefficacia come le credenze della persona in merito a ciò che è in grado di fare in situazioni diverse contando solo sulle proprie capacità, eliminando così l’idea che si tratti di una mera misurazione oggettiva (Giusti, E., Tosti, A., 2006, p.8).

Essa è indipendente infatti dal significato morale che noi stessi o gli altri possiamo attribuire ai successi ottenuti, al contrario di quanto avviene invece per l’autostima.

L’autoefficacia è quindi un giudizio per così dire freddo delle capacità mentre l’autostima valuta il grado di soddisfazione di sé, il valore personale. La prima inoltre non è necessariamente collegata con attività, relative ad aspetti del sé ritenuti importanti dal soggetto,  funzionali all’aumento dell’autostima. Una persona può giudicarsi quindi irrimediabilmente inefficace in una data attività senza per questo perdere l’ autostima (aspetto del sé non particolarmente importante). Viceversa, ci si può sentire molto efficaci senza per questo ricavare alcun aumento del nostro valore personale (Giusti, E., Tosti, A., 2006).

Inoltre, al contrario di quanto avviene con l’autostima, è l’umore ad influire sul nostro senso di autoefficacia, modificando la percezione della nostre competenze relativamente a determinate attività.

L’autoefficacia quindi, “genera il comportamento” stesso in quanto, sarà proprio l’applicazione di strategie adeguate e il conseguente raggiungimento di obiettivi/successo a far aumentare il nostro livello di autostima e influenzare a sua volta il tipo di comportamento che il soggetto metterà in atto (Bandura, A., 1996). Ha inoltre un valore predittivo in quanto consente di anticipare quali obiettivi verranno scelti e la qualità delle prestazione fornite (Myers, D.G., 2009, p. 81)

Questa senso di competenza si struttura sulla base di quattro tipi di esperienze vissute dal soggetto, che sono:

  1. Esperienze personali: “In passato ci sono riuscito? Quante volte?”; “Ci sono riuscito grazie alle mie capacità?”
  2. Stati fisiologici e affettivi: “Mi sento in forma?”; “Il compito richiede molta efficienza?”; “In questo stato sono in grado di funzionare al livello richiesto?”
  3. Esperienze vicarie: “Altri ci sono riusciti?”; “Come hanno fatto?” ; “Se ci sono riusciti loro ci riuscirò anch’io?”
  4. Persuasione e influenze sociali: “Secondo gli altri ci riuscirò?”; “Cosa dicono delle mie capacità pertinenti?”

                                                                                                           (Bandura, A., 2000).

L’autoefficacia, come l’autostima, è significativa relativamente ai livelli soggettivi che ciascun individuo sperimenta. Bassi livelli di autoefficacia influenzano e rispecchiano i profili psicologici delle persone con bassa autostima e viceversa. Anche in questo caso infatti, la percezione della propria autoefficacia determina il tipo di obiettivi che il soggetti si prefigge e le modalità con cui sono disposti ad ottenerli (Giusti, E., Testi, A., 2006).

Bambini ed adulti con forte senso di autoefficacia proprio, per questo, affrontano compiti difficili con motivazione, si pongono obiettivi ambiziosi e si impegnano a raggiungerli, sono “meno ansiosi e depressi; vivono inoltre vite più sane e di maggiore successo accademico” (Myers, D.G., 2009, p.81). Tutto ciò è in netto contrasto con quanto accade invece per soggetti con debole autoefficacia i quali, essendo inclini a stati ansiosi, ad essere in balia delle loro paure e a coltivare basse aspirazioni, preferiranno evitare lo scopo sottostimando così le proprie potenzialità (Giusti, E., Testi, A., 2006).

Risulta chiaro ancora una volta il forte legame che esiste tra i raggiungimento di obiettivi e successi e la percezione di quali e quanto adeguate siano le abilità che possediamo. L’autoefficacia non è però meramente definita dai risultati ma appare tuttavia influenzata dal livello di sviluppo personale, dal contesto, dalle esperienze a cui siamo sottoposti e soprattutto, e maggiormente, dall’interpretazione che ognuno di noi da a quanto accaduto(Giusti, E., Testi, A., 2006). Tutti infatti facciamo ricorso ad attribuzioni, processi cognitivi inconsci, per spiegare le cause degli eventi vissuti (Pope A., McHale S., Craighead E., 1996).

Questa variabile psicologica viene definita Locus of control ed esprime il grado di controllo che le persone credo avere sulle situazioni. Esso può variare all’interno di due polarità: interna ed esterna (Myers, D.G., 2009).

In caso di locus interno la responsabilità dell’evento viene riconosciuta al soggetto che ha compiuto l’azione e alle sue specifiche capacità; mentre in caso di locus esterno l’esito dell’evento è attribuito a fattori esterni, al di fuori del controllo del soggetto come, per esempio, contesto sfavorevole o sfortuna (.Pope A., McHale S., Craighead E., 1996). Un esempio calzante potrebbe essere l’atteggiamento di un bambino o ragazzo di fronte al risultato di un compito. Nel caso di locus interno egli dirà che la prova è andata male perché quella materia non riesce davvero a capirla, mentre utilizzando il locus esterno egli dirà che l’insuccesso è stato causato dal forte chiasso presente in aula (Pope A., McHale S., Craighead E., 1996, p.86).

Questa differente percezione della propria capacità di controllare le situazioni influenza ulteriormente gli atteggiamenti delle persone, infatti chi attribuisce sia i successi che i fallimenti a cause esterne, rischia di diventare passivo perché pensa di non potere mai padroneggiare la situazione. Chi invece attribuisce sia i propri fallimenti che i propri successi a cause interne, riesce a ottenere risultati migliori, in quanto s’impegna e persiste anche di fronte a compiti particolarmente impegnativi e sa affrontare positivamente anche l’insuccesso, vissuto come indicatore di un impegno insufficiente.

L’autoefficacia quindi come l’autostima viene incrementata con il faticoso raggiungimento di obiettivi ambiziosi

Il differente livello di controllo percepito influenza, insieme al senso di autoefficacia, gli atteggiamenti delle persone (ibidem). L’utilizzo predominante di attribuzioni esterne fa sviluppare un senso di passività e di vittimismo di fronte agli eventi, al contrario di quanto avviene per le attribuzioni interne (Myers, D.G., 2009).

di Eleonora Ceci

 

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