Consigli per eliminare la disperazione secondo la psicologia

La “crisi di terrore da disperazione” è spesso confusa con la “crisi depressiva da disperazione”. Infatti, originariamente erano considerate un’unica sotto categoria di crisi e successivamente sono state distinte perché presentano delle sostanziali differenze, tanto da essere addirittura classificate sotto due categorie di crisi differenti. La prima è sotto gli stati di terrore e potremmo classificarla come reazione paradossale, disfunzionale e peritraumatica durante un evento critico diretto non mediato. La seconda, situata nelle crisi depressive, è una conseguenza indiretta dell’evento critico[1].

 

Come si verifica la crisi da disperazione secondo la psicologia

La crisi in questione è un sentimento disfunzionale e primordiale, quindi la persona disperata spesso regredisce, quasi simile ad uno stato animalesco attivo. Ad esempio un cane, ritrovato dal suo padrone dopo aver subito violenze, molto probabilmente morderà istintivamente  il suo padrone. Queste sono tutte azioni attive e non passive, come  invece succede nella crisi depressiva acuta.

 

Come si identifica la crisi da disperazione

Il primo indicatore è dato dal fatto che la persona si trovi o ritenga di trovarsi realmente in pericolo. La percezione di tale evento dev’essere contestualizzata: è un evento diretto o mediato? Se è mediato può esprimersi come crisi depressiva da disperazione (ad esempio nella comunicazione di un lutto famigliare) se “diretto” e il soggetto è nella zona di intervento possiamo ipotizzare una crisi di terrore da disperazione.

Tali manifestazioni sono più consuete in eventi con un’alta magnitudo e con spettacolarità molto marcate. Il soggetto se è in una crisi di terrore spesso pensa a queste tematiche:

  1. La probabilità di non salvarsi comunque;
  2. La paura di soffrire più che suicidandosi;
  3. La consapevolezza che la vita non potrà riprendere com’era prima.

 Indicatori della disperazione. Identikit della persona disperata

  • Aspetti fisiologici della disperazione. La contrazione simultanea diversi muscoli facciali, bocca spesso aperta o tirata, possibili colate di vomito, urla, gemiti, tachicardia, aumento della pressione, mani chiuse a pugno, abbraccia le gambe tremanti.
  • Aspetti psicologici della disperazione. Le reazioni psicologiche sono paradossali. Ad esempio, le persone che si buttano dalla finestra durante un incendio o che corrono nella direzione del pericolo, persone così preoccupate che risultano  apparentemente noncuranti della propria incolumità, come le persone rimaste intrappolate che si suicidano o possono commettere un omicidio-suicidio nei confronti dei propri cari, prima dell’arrivo dei soccorsi, o il semplice precludersi ogni via di salvezza. In questo caso è utile precisare che ogni cosa che la nostra psiche crede è reale. Se l’individuo ha la certezza di morire per la sua psiche è un dolore, è un trauma non è solo percepito come reale ma è autenticamente reale. Anche rappresentazioni mentali di certezza di  un dolore estremo hanno un effetto simile al dolore provocato da un evento reale. Ad esempio, negli ustionati tale è il dolore che non è insolito urlino “uccidimi, voglio morire”.
  • Aspetti comportamentali della disperazione. Aggressività manifesta e verbale, reazioni incontrollate come forte pianto, scatti fisici, rottura di oggetti non marcata come nella crisi pantoclastica, atti autolesionisti, pugni sul petto, schiaffi, morsi, comportamenti di fuga folle, braccia alzate o in avanti, propensione a mettersi in ambienti ritenuti sicuri, come ad esempio: alberi, tralicci, fossi, fiumi, buche, barche, pozzi, il soggetto si aggrappa ad oggetti ancorati, ringhiere, alberi, idranti.

 

Cosa non fare durante la disperazione

L’operatore deve aver sempre presente che la persona terrorizzata non è pericolosa per volontà del danno ma potrebbe esserlo in quanto non totalmente consapevole di quello che sta facendo. Essa ha come un pilota automatico che prende il controllo, quindi azioni come spintoni, abbracci poderosi, tentativi di difendersi, atti lesivi non sono mirate all’offensiva ma paradossalmente alla difesa. Ad esempio, durante un incendio se i vigili del fuoco indossano autoprotettori[2] in presenza di persone che hanno una crisi di terrore, spesso tali persone cercheranno istintivamente di appropriarsene. Tale crisi non è pericolosa in sé ma l’operatore deve tener presenti i meccanismi alla base della crisi. Si dovrebbero evitare frasi dirette e imperative che provocano uno “scompenso cognitivo”, poiché le informazioni date direttamente tendono ad essere rifiutate e considerate incoerenti con i risultati della propria psiche.

Le azioni da evitare in questa situazione sono, l’imposizione forzata e il lasciare al terrorizzato la facoltà decisionale che spesso pretende (se necessario attuare azioni coercitive).

Dare l’impressione di un’azione disorganizzata, può portare il soggetto a confermare il suo stato di terrore.

Non ammonire verbalmente la persona con frasi offensive come: “ma sei matto?” “Che stai facendo?”, “sei stupido o sei sordo?”, “scellerato ti farai male”.

 

Come parlare con una persona disperata. I consigli dello psicologo

Come dicevo tale crisi è potenzialmente pericolosa. Quindi l’operatore deve valutare quanto il soggetto sia collaborativo e temere scatti improvvisi soprattutto al primo manifestarsi.

  • Frasi come: “calmati”, “non capisco che ti prende”, “non c’è pericolo”, in ambienti palesemente pericolosi non solo non calmano  il terrorizzato ma hanno un effetto opposto. È preferibile cercare un linguaggio semplice e diretto e evitare frasi al negativo “on devi fare ciò che stai facendo”  perché spesso sono fraintese e compromettenti. ma è meglio usare verbi imperativi senza il soggetto. Per esempio: “fermati”, “stop”, “bloccati”, “basta”, “alt”, “vieni”, “vai”.
  • Se la situazione lo permette, identificarsi con decisione e senza comunicare con il corpo uno stato ansioso. La posizione delle mani in questa crisi è molto importante. Se si porge la mano tenerla sempre aperta con il palmo verso l’alto e le dita verso il basso non rigide, non è opportuno invece usare il dito anziché la mano anche se il soggetto è un bambino.
  • Usare frasi giustificatorie ed empatiche agevolate da lunghe pause:  “sei spaventata, ti capisco”, “chi non lo sarebbe al tuo posto”, “é normale avere agitazione ma adesso sei al sicuro”.
  • Indurre nuovi stimoli ambientali, ad esempio una schizzata d’acqua con le dita in viso “senti l’acqua fresca”, “senti le sirene , andiamo verso i lampeggianti”. Intraprendere discorsi distrattori “Aiutami, dimmi cosa vedi?”,“Parlami”.

Cosa fare con una persona disperata. Come intervenire secondo la psicologia

  • Non afferrare una persona per i polsi o per le mani, perché istintivamente la persona presenterà resistenza. Se il soggetto non vuole collaborare e oppone delle resistenze/passività, rassicurare la persona, girare dietro di lei, infilare le mani sotto le sue spalle, alzarla e spingerla verso la direzione desiderata. Ricordiamo che sotto le spalle sono presenti dei punti dolorosi e se la persona dovesse aggrapparsi a qualcosa basterebbe stringerli per ottenere la collaborazione e allentare la presa. Non abbracciare la persona da dietro, non appoggiare la sua schiena al viso o petto. Illuminare il percorso permette alla persona di ridurre il terrore. Mantenere un legame verbale durante la guida e avvertire negli spostamenti specie in presenza di gradini, buche, porte, angoli. Sospettare che il disperato soffra di vertigini,  o fotofobia se la persona esce da una stanza buia verso un luogo più luminoso.
  • Alcune cantilene potrebbero inconsciamente indurre un leggero rilassamento, soprattutto se il terrorizzato regredisce a livello infantile o se si tratta di un bambino; “sai cal_mo ci sono e son_qui per aiutarti, stai cal_mo va tutto bene, non avrai più nulla da temere.sai cal_mo ci sono e son_qui per aiutarti, stai cal_mo va tutto bene , non avrai più nulla da temere.
  • Se la situazione lo necessita l’operatore deve attrarre l’attenzione del soggetto fin da lontano. É opportuno fare segnali con le braccia, esclamazioni a voce alta, lasciando delle pause e ripetendo la stessa frase o il segnale, se possibile integrare il tutto con segnali luminosi, (tenendo presente che alcune pile molto potenti puntate negli occhi possono stordire momentaneamente la persona). disperazione Non correre a meno che la situazione non lo richieda, perché  la persona alla vista dell’operatore potrebbe anche scappare, peggiorando la situazione, soprattutto nel caso in cui il soggetto sia un bambino.
  • Non intraprendere azioni intimidatorie lanciare oggetti, sassi, battere le mani, battere bastoni, o usare fischietti, sparare petardi. Al contrario, presentarsi con un oggetto potenzialmente desiderato dal soggetto, (bottiglietta d’acqua, cioccolata, viveri, coperta, pila) e tenendolo davanti a sé. Se  è notte illuminare l’oggetto ed il proprio viso.

Le tecniche comportamentali per aiutare una persona in stato di disperazione

  •  Se necessario indurlo in confusione tramite una continua aggiunta di nuove informazioni fino al “sovraccarico informativo” che come risultato produce un marcato disorientamento. Ciò porterà probabilmente la persona cede la scelta all’operatore: “dimmi tu cosa devo fare?”, “aiutami nella scelta”, “non so cosa scegliere”.
  • Se la crisi è in fase calante o si è stabilizzata, dare un nome alla situazione può essere utile.  Dire “hai avuto una crisi di terrore da disperazione” aumenta l’autoconsapevolezza e accelera la fine della crisi.
  • Se il soggetto corre verso il pericolo o si sta per buttare dalla disperazione, è necessario intraprendere un’azione coercitiva (vedi tecniche di placcaggio). È utile sospettare che il disperato possa aggredire l’operatore. Ad esempio le vittime di stupro, spesso, di primo impatto, scambiano l’operatore per l’aggressore se maschio. Processi simili si verificano anche a seguito di una rapina.

Consigli di lettura e frasi sulla disperazione

[1] Ricordiamo che non è l’unica reazione riscontrata. Consigliamo in quest’ultima la stessa procedura della crisi di terrore da disperazione e ricordiamo che solitamente tale crisi è transitoria

[2] Gli autoprotettori  detti anche autorespiratori sono un equipaggiamento di protezione individuale.