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il più alto tasso di suicidi in italia

Il più alto tasso di suicidi in Italia è in Valtellina

Greta Manoni ci parla in questo articolo del delicato tema dei suicidi in Italia. Fortunatamente, non siamo uno dei paesi che è ad alto rischio. Ma tra le regioni esistono delle differenze. Il più alto tasso di suicidi in Italia è in Valtellina. Vediamo perché

Il tasso di suicidio in Italia

Attraverso questa tesi ho voluto, semplicemente, seguire il mio istinto. Avevo il compito di redigere una dissertazione, e l’ho fatto attraverso un argomento che da sempre mi affascina, da un lato, e mi sconcerta dall’altro. Abito in un paesino di sì e no 3000 abitanti, probabilmente lontano dal resto del mondo, racchiuso dalle montagne di una valle famosa a livello sciistico ma non solo.

Dal 2010 in cui la Valtellina registrava, dati Istat, un tasso di suicidi doppio rispetto a quello nazionale (con 12 casi ogni 100mila abitanti), questa zona detiene uno dei primati in Italia per densità di suicidi. Il più alto tasso di suicidi in Italia è in Valtellina. Nel corso degli anni ho sentito la gente parlare in paese; commentava le notizie dei giornali che riportavano i nomi di giovani (o meno giovani) vittime suicide e, come tutti quelli che leggono notizie simili, mi sono fermata un attimo a pensare. Ho 23 anni, sono una donna e ho bisogno di capire.

Quali sono i meccanismi psicologici del suicidio

I temi che tratterò sono temi delicati: ho voluto portare all’attenzione del lettore i meccanismi neurologici ed epigenetici ad oggi noti che agiscono nel cervello suicida; e per farlo ho preso in considerazione una particolare fetta della popolazione in cui il rischio di tali condotte risulta amplificato: le vittime di eventi traumatici.

Per investigare il fenomeno ho utilizzato principalmente il motore di ricerca Pubmed, che si occupa di letteratura scientifica biomedica dal 1949. Ho integrato poi gli articoli di mio interesse con numerose altre fonti, tratte sia dal web che dai manuali di testo, cercando di dare alla mia rassegna un carattere descrittivo chiaro e coerente.

La struttura di questa tesi sul suicidio

Il lavoro è organizzato in cinque capitoli. Alla base ho posto un resoconto sintetico ma puntuale di quello che la psicologia odierna intende per trauma, dove sottolineerò come esso non coincida in maniera inevitabile con eventi oggettivamente drammatici.

Mi chiederò quali siano le conseguenze, a breve e a lungo termine, di tali eventi (capitolo 1). Approfondirò poi il concetto di stress (capitolo 2), un costrutto di interesse generale sempre più attuale ai giorni nostri. Analizzerò in particolar modo i correlati biologici dello stress, evidenziando il loro carattere adattivo e non necessariamente patologico.

Il terzo capitolo delinea invece il disturbo psichiatrico più comune che può insorgere dopo l’esposizione ad eventi traumatici: il cosiddetto disturbo post-traumatico da stress (noto anche come PTSD, acronimo di Post Traumatic Stress Disorder). Esso rappresenta un quadro estremamente variegato capace di offrire numerosi spunti di analisi; io lo collegherò in particolar modo ai correlati biologici e neurologici dello stress, per capire come questi influenzino in maniera disadattiva la cognizione.

Particolare attenzione verrà inoltre posta ai più recenti studi genomici ed epigenetici del settore.

La psicologia del suicidio spiegata

Nel quarto capitolo introdurrò l’epidemiologia delle condotte suicide, vale a dire la frequenza con cui si manifesta tale fenomeno e le condizioni che favorirebbero -oppure no- il loro sviluppo.

Mi concentrerò su quegli elementi (sia biologici che genetici) che sono direttamente associati al suicidio e indirettamente associati ad esso, tramite il loro ruolo nel PTSD. Il principale quesito a cui cercherò di dare una risposta attraverso questa tesi riguarda la possibile esistenza di percorsi neurologici comuni sia al disturbo post-traumatico da stress sia alle condotte suicide; percorsi che potrebbero di conseguenza agire in pazienti PTSD come possibili fattori del rischio di suicidio.

La resilienza come fattore protettivo per il suicidio

L’ultimo capitolo tratterà infine il concetto di resilienza, partendo da una definizione generale che verrà poi approfondita sia dal punto di vista biologico che da quello psicologico. In conclusione, questo percorso condurrà il lettore nell’analisi di un approccio integrato, l’Adaptive Calibration Model, che si propone di prendere i dati ottenuti dalla letteratura nel settore dello stress traumatico e di calarli all’interno di un contesto più concreto e per così dire “reale”, influenzato dalle infinite e mutevoli variabili ambientali. Questo approccio discuterà circa le possibili spiegazioni dei motivi per cui gli individui differiscono nella loro vulnerabilità alle malattie legate allo stress, riportando tale quesito all’interno della gamma delle differenti tipologie di personalità.

Non tutti reagiscono allo stesso modo al trauma

All’inizio di questa breve introduzione ho scritto che questo argomento mi affascina. Io mi sono chiesta spesso che cosa spinge le persone ad attraversare un inferno e ad uscirne indenni certe volte, annientate in altre. Mi affascina la forza di chi ce la fa, di chi non smette nonostante tutto di credere alla vita. Mi affascina ancor più questa forza quando le persone che la mostrano sono le stesse che nella loro storia hanno vissuto un dramma. Un pensiero va a tutte loro, perché insegnano a tutte quelle come me che la fragilità è umana, e che essa rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia. A parità di condizioni esistono delle differenze significative. E forse alcuni di questi motivi possono spiegare, la Valtellina ha il più alto tasso di suicidi in Italia.

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