La mindfulness come esercizio per risvegliare la mente creativa

Articolo di Olga Pagano

L’interesse della psicologia cognitivo-comportamentale e delle neuroscienze verso la mindfulness è giustificato da ciò che la mindfulness è dal punto di vista pratico, piuttosto che alla filosofia che la sottende; l’esercizio fondamentale richiesto dalla meditazione somiglia molto ad un compito di riabilitazione neurocognitiva in grado di attivare, in maniera più o meno specifica, reti neurali connesse direttamente all’attenzione alla regolazione emotiva.

Riassumere il controllo della mente non può prescindere dall’imparare a controllare i processi attentivi, nella meditazione l’attenzione è rivolta al momento presente, all’esperienza così per come si presenta, cercando di mantenere un atteggiamento mentale caratterizzato da “curiosità, apertura, accettazione, amore” o COAL (curiosity, openness, acceptance, love) (Siegel, 2009), questo significa che durante la meditazione ogni pensiero, sensazione o emozione che raggiunge la consapevolezza merita attenzione ma, allo stesso tempo, deve essere considerato per quello che è in realtà, cioè un evento mentale che sorge diventa oggetto della consapevolezza e poi svanisce (J. Kabat-Zinn, 1987).

Questo aiuta a distaccarsi dai pensieri che generano e si colorano di emozioni e giudizi personali; un esempio di come può essere importante il processo di distacco dalla coloritura emotiva dei pensieri lo ritroviamo nelle fobie, in cui uno stimolo comporta una reazione emotiva abnorme rispetto alla reale pericolosità dello stesso e al di fuori del controllo volontario del soggetto. I processi di disidentificazione dai pensieri permetterebbero di addestrare la propria mente a considerare i vari stimoli che si trovano nel focus dell’attenzione in modo più oggettivo e distante.

Le abilità di Mindfulness

La pratica della meditazione comporta l’acquisizione di alcune abilità che possono essere facilmente rilevate da alcuni questionari psicometrici (al di là del pensiero attraverso il pensiero):

  • Non reattività rispetto all’esperienza interna.
  • Osservare\notare\dedicarsi alle sensazioni (ad esempio, rimanere in contatto con i propri sentimenti anche quando dolorosi)
  • Agire in modo consapevole, non con “il pilota automatico”
  • Descrivere con le parole i propri stati interni
  • Atteggiamento non giudicante rispetto all’esperienza

È importante sottolineare che l’obiettivo della mindfulness non è quello di risolvere i problemi che provocano sofferenza, ma di accettarli e comprendere che non rappresentano un nemico da sconfiggere.

Se non viene compreso questo concetto, si rischia di incorrere nel cosiddetto processo di auto-invalidazione, cioè la meditazione potrebbe venire considerato uno strumento magico in grado di risolvere i problemi della vita, trasformandosi nell’ennesimo tentativo di risolvere i problemi attraverso la modalità del fare; il rischio è di rimanere bloccati nello stato da cui si sta cercando di uscire; la mindfulness può essere un’abilità utile per affrontare i vari aspetti della vita, compresa la sofferenza ma non è una cura miracolosa. Non si tratta di insegnare una via per fuggire dai propri pensieri o problemi ma la consapevolezza che lottare contro questi contenuti negativi può portare all’aumentare della difficoltà e della disorganizzazione interni.

È ovvio che chiunque soffra non voglia soffrire più, ma secondo l’approccio mindfulness, prima di risolvere il problema è necessario fare un passo indietro: capire con quale rapidità si reagisce ai problemi con lo scopo di risolverli ed infine capire il problema e studiare eventuali nuove soluzioni per affrontarlo in modo non
disfunzionale.

Un altro punto importante riguarda i terapeuti, o meglio, gli istruttori che, oltre alla preparazione, devono possedere una certa esperienza di pratica per riconoscere nel paziente i problemi che emergono durante le sedute e guidarlo verso la loro risoluzione.

Gli autori preferiscono utilizzare il termine “istruttori” rispetto a “terapeuti” probabilmente perchè la mindfulness non va considerata una cura ma un percorso che si intraprende con il paziente a cui non ci si limita ad impartire istruzioni o dare suggerimenti.

Nel momento in cui sorgono delle difficoltà la funzione dell’istruttore è quella di affiancare ed incoraggiare il
paziente cercando di sviluppare la consapevolezza che i pensieri sono solo pensieri e non un rispecchiamento fedele della realtà.

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