La personalità secondo Freud e le teorie psicodinamiche (riassunto completo)

Articolo di Susy D’Onofrio

Nelle teorie psicodinamiche rientrano l’approccio freudiano e quello degli ultimi sviluppi meno ortodossi.

Nella teoria freudiana, la personalità consiste nell’insieme peculiare delle modalità con cui ogni persona canalizza la sua energia psichica innata, in particolare la sua libido. Tali modalità sono plasmate dall’interazione fra i comportamenti del bambino, tesi alla soddisfazione immediata dei propri desideri, e le risposte che tali comportamenti ricevono, fin dai suoi primi mesi di vita, dalle altre persone, in particolare dai genitori. (Gray 1997, 699)

Secondo Freud lo sviluppo della personalità avviene attraverso le cinque fasi psicosessuali: fase orale, fase anale, fase fallica, il periodo di latenza e la fase genitale. Importanti sono le prime tre fasi che hanno luogo nei primi cinque anni di vita, poiché, secondo Freud, è in quel periodo che si fissano i caratteri fondamentali di una personalità. Dopo i cinque anni il comportamento continua a modificarsi a causa della maturazione biologica e dei nuovi apprendimenti, ma tali cambiamenti non avvengono nei caratteri fondamentali della personalità, bensì nelle espressioni della personalità già costituita.

Tra gli studiosi che hanno continuato il lavoro di Freud, discostandosi dalla sua teoria si annoverano teorici come: Adler, Horney, Erikson e Bowlby.

Sia Adler che Horney svilupparono, in termini differenti, una teoria basata sull’autopercezione della competenza/incompetenza personale.

Nella concezione di Adler, i primi anni di vita sono segnati da un forte senso d’inferiorità, derivante dalla sensazione del bambino di essere totalmente indifeso e dipendente. Secondo la teoria adleriana, il modo in cui il bambino apprende a sostenere, o a superare, questo senso d’inferiorità costituisce la base della personalità che manifesterà per tutta l’esistenza. (Gray 1997, 704)

Karen Horney ha proposto che le persone abbiano di sé due immagini, il sé ideale e il sé reale, e che per liberarsi dall’angoscia si sforzino di portare l’immagine del sé reale a coincidere sempre meglio con quella del sé ideale. (Gray 1997, 704)

Secondo la Horney, i genitori, con il loro comportamento, nella misura di quanto infondano sicurezza nei propri figli, influenzano la loro personalità per tutta la vita.

La teoria sviluppata da Erik Erikson si basa sul concetto di pulsioni sociali, innate, dalle quali partono le motivazioni a stabilire dei legami sociali e a definire il proprio ruolo all’interno della società di appartenenza. Erikson sosteneva che lo sviluppo di un individuo perdura per tutta la vita e che può subire influenze da ogni nuova esperienza. Erikson ha suddiviso tale sviluppo in otto stadi psicosociali:

  • stadio 1 (o-1 anno). Fiducia o sfiducia di base;
  • stadio 2 (1-3 anni). Autonomia o vergogna e dubbio;
  • stadio 3 (3-5 anni). Iniziativa o colpa;
  • stadio 4 (5-12 anni). Industriosità o inferiorità;
  • stadio 5 (adolescenza). Identità o confusione di ruoli;
  • stadio 6 (inizio dell’età adulta): Intimità o isolamento;
  • stadio 7 (fase intermedia dell’età adulta). Generatività o stagnazione;
  • stadio 8 (fine età adulta-morte). Integrità o disperazione.

Il contributo offerto da John Bowlby è basato, principalmente, sul concetto di attaccamento. Secondo Bowlby, il legame madre-bambino ha un’origine biologica, è un bisogno innato regolato da fattori ambientali: «Esso svolge una funzione protettiva biologicamente essenziale». (Caprara 1999, 183).

In base alla modalità relazionale costituitasi tra madre e bambino, sarà possibile predire le future condotte del bambino che riveleranno diversi gradi di sicurezza, di ansia e di resistenza.

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