Triangolo Drammatico e Stili di Attaccamento

di Anna Del Torto

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La Teoria dell’Attaccamento postula che il sistema di attaccamento viene attivato, in tutti gli individui, in circostanze traumatiche e di paura (Bowlby, 1988), ma sono i MOI, costruiti sulla base dei primi attaccamenti, che regoleranno l’attivazione o meno del sistema di attaccamento.

Nel primo capitolo, parlando dell’attaccamento disorganizzato, abbiamo visto come i modelli operativi interni dei bambini disorganizzati sono molteplici e non integrati, vivendo, nella relazione con il proprio caregiver, un’esperienza di paura senza soluzione.

L’aspettativa del bambino con attaccamento disorganizzato di essere ulteriormente terrorizzato dalle figure di attaccamento, quando gli si avvicina spaventato o sofferente, crea appunto, un circuito chiuso di paura sempre crescente e senza scampo (Main e Hesse, 1990) che può essere compreso come un fattore di rischio nel reagire al trauma con la dissociazione (Solomon e George, 1999).

Quindi, la dissociazione può essere vista come l’esito di una simile situazione interpersonale, ma non a causa di intenti difensivi dall’evento traumatico, ma proprio perché il bambino non trova nessun modo organizzato di interpretare una simile situazione.

Da questo punto di vista, allora, bisogna riconsiderare il significato di dissociazione.

Infatti, la costruzione di modelli operativi interni dissociati e inconciliabili tra di loro, costruiti appunto da una relazione di attaccamento disorganizzata, suggerisce di considerare la dissociazione non esclusivamente come una difesa, quindi come un meccanismo difensivo messo in atto per proteggerci da un trauma, ma più fondamentalmente come il segno e l’evidenza di una rottura primaria nei processi intersoggettivi che normalmente producono un senso del Sé coerente e integrato (Liotti, 1999a).

Ed è proprio questa caratteristica dei MOI disorganizzati a costituire l’elemento fondante il continuum attaccamento disorganizzato-identità dissociata.

Il bambino con modelli operativi interni così fatti estrarrà, dai propri ricordi delle relazioni di attaccamento, tre significati di base inconciliabili tra loro che vanno a costituire quello che Liotti chiama Triangolo Drammatico: persecutore, vittima e salvatore, e che costituiscono appunto le rappresentazioni mentali di sé e dell’altro, sulle quali durante il corso della vita  costruirà le future relazioni e quindi la propria identità inevitabilmente non integrata.

Persecutore riguarda, in una relazione d’accudimento basata sulla paura e aggressività, la sensazione di essere lui stesso, il piccolo, la causa dell’aggressività del genitore. Quindi in questo caso il genitore compare agli occhi del bambino la vittima.

Vittima ha a che fare con l’esperienza del piccolo di essere terrorizzato e impotente davanti l’ostilità e l’aggressività del genitore, che ora è il persecutore vero e proprio.

Salvatore riguarda l’esperienza del bambino di essere di conforto, un’ancora di salvezza per la paura del genitore.

Data l’inconciliabilità, la molteplicità e di conseguenza l’impossibilità di integrare queste rappresentazioni del Sé con l’altro, è molto probabile appunto, che queste rappresentazioni mentali ostacolino gravemente la sintesi mentale di un senso di sé unitario e che quindi costituiscono un importante fattore di vulnerabilità dei disturbi dissociativi, caratterizzati proprio da una discontinuità del Sé (Liotti, 1999a).

L’ipotesi dell’attaccamento disorganizzato come importante fattore eziologico dei disturbi dissociativi è suggerita anche dalla somiglianza che c’è tra il pattern delle tre rappresentazioni del Sé e dell’altro, incompatibili e drammatiche, che caratterizzano il triangolo drammatico, del bambino con attaccamento disorganizzato, e le molteplici rappresentazioni del Sé e dell’altro che caratterizzano i disturbi dissociativi.

Il Disturbo Dissociativo dell’Identità è caratterizzato dalla presenza di tre principali tipi di altre personalità, che ricordano appunto le tre rappresentazioni del triangolo drammatico -salvatore, vittima e persecutore-: i tre tipi più comuni di altre personalità che si riscontrano nei pazienti con Disturbo Dissociativo dell’Identità sono una personalità di bambino impotente che spesso è quello che conserva i ricordi più nitidi degli episodi di maltrattamento, la vittima; una personalità ostile che infligge sofferenze alla personalità principale o anche ad altre persone, il persecutore; e una personalità benevola, che cerca di proteggere quella principale dai ricordi dolorosi e dagli eventi potenzialmente traumatici, il salvatore (Liotti, 1999a).

Come detto precedentemente, i disturbi dell’identità rappresentano una caratteristica comune, con diversi livelli di gravità, di molti disturbi psichiatrici (Liotti e Farina, 2011).

Nel prossimo capitolo prenderemo in esame proprio questa relazione, proponendo come esempio emblematico il Disturbo Borderline di Personalità, andando a vedere soprattutto il ruolo dell’attaccamento disorganizzato nello sviluppo del BPD e nei sintomi dissociativi che lo caratterizzano.