Come scoprire le bugie con la comunicazione non verbale

marzo 6th, 2014 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo | Psicologia del Lavoro

Gli indizi di menzogna nella comunicazione non verbale

 

Valeria Bafera

 

menzognaLa comunicazione non verbale assume un ruolo particolare anche nella valutazione della menzogna: gli indici non verbali sono, infatti, difficili da dissimulare e, come già accennato, se non c’è corrispondenza tra parole e comportamento è sempre il secondo ad essere considerato più veritiero (Toni, 2011).

Spesso accade che, parlando durante un colloquio di lavoro o semplicemente con un amico, il nostro corpo, i movimenti che facciamo, rivelino qualcosa che in realtà vogliamo tacere a chi ci sta davanti. Ad esempio, durante un colloquio, vogliamo dare l’impressione di essere sicuri e distesi ma cominciamo a toccarci la gola trasmettendo, così, segnali di angoscia.

In questo caso siamo stati traditi dalla nostra parte più emotiva: c’è un evidente contrasto tra la comunicazione verbale e quella non verbale. Ecco perché è importante riuscire a rendere coerente i due tipi di comunicazione, proprio per essere più persuasivi e chiari, migliorando i propri rapporti interpersonali. Tra l’altro l’efficacia e la riuscita delle interazioni è determinata dal modo in cui l’ascoltatore percepisce ciò che comunichiamo: possiamo dare l’impressione di ingannare il prossimo anche quando non è vero, oppure possiamo interpretare i segnali altrui come indicatori di menzogna anche quando la persona che abbiamo davanti è onesta (Borg, 2009).

In questo articolo, dunque, cercheremo di capire quali indizi non verbali, generalmente, possono aiutarci a individuare la menzogna. Come sempre, non esiste un gesto singolo che ci permetta di trovare conferma alle nostre sensazioni: l’atto del mentire implica, infatti, un comportamento comunicativo complesso in cui intervengono sia aspetti linguistici sia extralinguistici, i cui segnali possono fondersi e confondere (espressioni verbali, sguardo, espressioni facciali, gestualità, ecc.). Il compito è reso ancora più arduo dal fatto che mentire è un’attività in cui tutti siamo cimentati fin da bambini e da ragazzi, le cui motivazioni vanno rintracciate nel vantaggio evolutivo che questo comportamento ha rappresentato.

La menzogna, infatti, si è rivelata un comportamento utile per la sopravvivenza della specie umana: si mente per salvaguardare la propria vita o il proprio status nelle interazioni sociali, per gestire la propria timidezza, per dissimulare le proprie emozioni, per non deludere le aspettative degli altri; si mente perché questo comportamento si è rivelato proficuo a instaurare relazioni ottimali.

Pensiamo, ad esempio, quale effetto negativo avrebbe il nostro comportamento sulla qualità dei nostri rapporti interpersonali se tutte le volte che ci porgono un regalo che non incontra i nostri gusti, mostrassimo sinceramente il nostro disappunto: probabilmente dopo poco tempo rimarremo soli, senza quei rapporti formali su cui si fondano i nostri scambi sociali e le nostre attività lavorative (Toni, 2011).

Ekman, uno dei pochi studiosi che ha approfondito l’argomento, definisce menzogna quando una persona intende trarre in inganno un’altra deliberatamente, senza avvertire delle sue intenzioni e senza che il destinatario dell’inganno gliel’abbia esplicitamente chiesto.

Egli sostiene che si può mentire per falsificazione, tacendo l’informazione vera e affermando cose false come se fossero vere; oppure si può mentire per dissimulazione, cercando di occultare il vero omettendolo. Inoltre, distingue due indizi non verbali a riguardo: indizi rivelatori, quei segnali che mettono inavvertitamente a nudo la verità; indizi di falso, quei segnali che ci indicano la presenza di un’incongruenza tra verbale e non verbale, ma non ci dicono la verità. Quest’ultimi coinvolgono diverse parti del nostro corpo: dallo stile linguistico ai movimenti del corpo, alle espressioni facciali, allo sguardo (Ekman,2009). Dal punto di vista linguistico, non bisogna dimenticare il buon lapsus freudiano (lapsus linguae,) per cui si pronunciano inconsapevolmente parole al posto di altre che risultano essere quelle che si intendono omettere; naturalmente ogni lapsus non è prova di menzogna, di solito il contesto aiuta a capire se questo rivela una bugia o no (Ekman, 2009). Inoltre, le parole con cui la persona sceglie di esprimersi costituiscono una finestra di verità.

Si tende, infatti, a fare una selezione attenta ed efficace delle parole, delle espressioni in modo da comunicare l’idea di sincerità del messaggio. E ancora l’attenzione ai tempi di risposta, potrebbe non solo essere indicativa del tipo di reattività cognitiva, della velocità/lentezza elaborativa, ma consente di fare considerazioni sulla veridicità dei contenuti, sull’attendibilità di ciò che l’interlocutore sta dicendo riguardo certe opinioni.

Nel selezionare il personale, una catena di ristoranti misurava i tempi di risposta a domande che riguardavano pregiudizi contro gruppi etnici o se provasse disagio a lavorare con persone diverse; chi impiegava più tempo a rispondere negativamente, riportava il punteggio più basso. La persona prevenuta, infatti, si sforza di dare una risposta “giusta”, ma ciò richiede più tempo per elaborare cognitivamente la risposta. potrebbe essere indicativo di una comunicazione ingannevole un discorso prevalentemente generico e povero di dettagli, con un aumento considerevole delle pause tra le parole o con ripetizione continua delle stesse parole (Lieberman, 2000).

Oltre ai lapsus linguae ci sono anche i lapsus gestuali: il soggetto si lascia sfuggire un gesto che tradisce qualcosa che sta cercando di nascondere (una sola spalla alzata, il labbro inferiore che si solleva, una rotazione della mano accennata, ecc.) (Ekman, 2009). Altri segnali di falso provenienti dai movimenti del corpo possono essere ad esempio strofinarsi la parte inferiore del naso con il dorso della mano come segno di rifiuto; inibire i movimenti delle mani così da bloccare la tensione interna: chi mente teme che la propria gestualità possa tradirlo e quindi tende a sopprimerla mettendo le mani in tasca o tenendole bloccate l’una con l’altra; in sede di colloquio, aggiustarsi frequentemente il colletto della camicia o la cravatta, potrebbe essere un indizio di menzogna: chi dichiara il falso, infatti, ha il sospetto di non essere creduto e inizia a sudare sul collo in seguito all’aumento della pressione sanguigna; altri indizi, inoltre, potrebbero essere cambiamenti di posizione continui, movimenti delle gambe, dei piedi (Pease, 2005). D’altra parte quando tutto il resto del corpo “tace”, sono proprio i nostri piedi a tradirci: Morris (1978) scrive che i piedi sono la parte più sincera del corpo umano, poiché più distanti dal cervello e, dunque, più difficilmente controllabili e meno consapevoli dei messaggi che trasmettiamo; se ci sentiamo in colpa, le estremità saranno dirette verso una potenziale via di fuga (porta, finestra, ecc.); tirare indietro i piedi potrebbe esprimere un’incongruenza tra verbale e non verbale.

Naturalmente il volto è la parte del corpo più coinvolta nel mascherare l’inganno. Il contrasto di emozioni che si crea a livello cerebrale può manifestarsi sul volto attraverso le fugaci microespressioni studiate da Ekman, analizzate nel paragrafo precedente. Il primo caso che portò lo studioso a dedicarsi allo studio dei volti della menzogna riguardava una paziente psichiatrica di nome Mary, ricoverata per un grave attacco di depressione: implorava il suo medico di consentirle di trascorrere il weekend a casa e solo dopo aver ottenuto l’approvazione, prima di andarsene, la donna ammise che stava pianificando di uccidersi.

Ekman visionò diverse volte il videotape al rallentatore, così da non perdere alcun dettaglio: ecco come notò, per un breve momento, uno sguardo di assoluta disperazione sul volto della paziente; quel momento bastò a fargli capire come una microespressione, della durata di mezzo secondo, poteva trasformasi nella chiave per riuscire a leggere oltre le parole (Ekman, 2009). Come accennavamo sopra, però, queste microespressioni possono svelare quale emozione viene nascosta in determinate circostanze, ma non possono rivelare il motivo per cui sia stata nascosta, magari perché l’individuo non vuole far sapere agli altri cosa prova.

Il modo più comune per trattenere certe emozioni è sostituirle con un’espressione diversa: per esempio un sorriso sincero può essere celato con un “falso sorriso”. In questo caso il suo smascheramento può avvenire attraverso il riconoscimento di alcuni indizi: un sorriso falso appare spesso asimmetrico e non presenta il sollevamento delle guance o la contrazione del muscolo orbicolare (zampe di gallina) o il lieve abbassamento delle sopracciglia (Ekman, 2010).

Molti altri ancora sono gli indizi non verbali, oltre a quelli sopra accennati, che possono essere molto utili per l’interpretazione della menzogna. Tuttavia nessuno di questi è attendibile in assoluto e valido per tutti gli esseri umani: in primo luogo occorre osservare il comportamento di base del soggetto (Toni, 2011). Questo, però, diventa un compito molto difficile durante i colloqui di lavoro, poiché abbiamo davanti persone che vediamo per la prima volta; tra l’altro certi segnali denotano un forte stato di tensione emotiva del soggetto e ciò è normale che si verifichi soprattutto in questi contesti. Sta alla capacità dell’interlocutore flessibile (in questo caso del selezionatore) intuire quando questa tensione sia il prodotto di fattori esterni e quando essa sia effettivamente dovuta allo stress che si prova nel mentire. Purtroppo non sono stati fatti molti studi sul riconoscimento non verbale della menzogna nei colloqui di selezione, ma certamente sviluppare quest’abilità fornirebbe una fondamentale e ulteriore competenza al selezionatore.

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