Dalla mente estesa al campo gruppale

novembre 9th, 2013 | Posted by Igor Vitale in Uncategorized

terapia gruppodi Maria Gloria Luciani

Parte I – Dalla “mente estesa” al campo gruppale
I. 1 “La psiche è estesa”: i presupposti

(…) tre fonti da cui proviene la nostra sofferenza: forza soverchiante della natura; la fragilità del nostro corpo e l’inadeguatezza dell’istituzioni che regolano le reciproche relazioni degli uomini nella famiglia, nello Stato e nella società. (…) Circa la terza fonte di sofferenza quella sociale, assumiamo un atteggiamento diverso. Non vogliamo ammetterla, non riusciamo a comprendere perché le istituzioni da noi stesse create non debbano essere piuttosto una protezione e un beneficio per tutti. A ben vedere, se consideriamo che proprio in questo riguardo la prevenzione del dolore si è rivelata maggiormente fallace, ci viene il sospetto che anche qui potrebbe celarsi la natura invincibile, in qualche suo aspetto, cioè nella nostra costituzione psichica.

(Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, 1929, p. 222)

Se solo potessimo innalzarci a chilometri di distanza dalla nostra città rimanendo sospesi in aria, indirizzeremo il nostro sguardo verso quegli omini laggiù, verso quelle macchine così piccole da sembrare giocattoli, che sostano in file infinite percorrendo strade che attraversano decine di quartieri che si incastrano come i tasselli di un puzzle: ci sembrerà di guardare uno scrigno aperto in cui vivono molte persone ma così tante che sembra non abbiano spazio per potersi allontanare l’una dall’altra.
Ora riponiamoci con i nostri piedi al suolo e guardiamoci intorno: siamo in una piazza, abbiamo molte persone che ci camminano a fianco ma non percepiamo di essere “insieme” a loro, anzi affermeremmo di essere soli contrariamente a quanto poteva sembrarci dalla posizione precedente.
Questo cambio di ottica definisce le due modalità con cui percepiamo la realtà: capita di sentirsi soli anche se la realtà continua ad influenzare la nostra individualità e quindi inconsapevolmente siamo membri di una fitta rete sociale.
La capacità di connessione dei soggetti è determinata dalle potenzialità della mente definita “psiche estesa” da Freud nel 1938, un anno prima della sua morte. Questa espressione così sublime ed enigmatica è stata ripresa dal filosofo Jean-Luc Nancy (Nancy, 2004), che, proprio a partire da essa, ha posto in termini antimetafisici il problema dell’estensione. Quest’ ultima perde, infatti, ogni valenza negativa attribuitale da Cartesio in poi, e diviene il principio di una pluralità, di un contatto.
Per “estesa” non si intende una qualità di ampiezza bensì la caratteristica di ciò che non è uno: è proteso al di fuori, è esposto e come ogni altra cosa ne tocca altre, fa corpo con un altro (Nancy, 2003) .
A tal proposito si deve menzionare Gregory Bateson che ha proposto un modello ecologico della mente denominato esternalismo semantico: si tratta di quella posizione che reputa che il contenuto semantico degli stati mentali sia definito da condizioni esterne al soggetto (Bateson, 1972), ossia relazioni sociali, culturali ed interazioni linguistiche .
I sostenitori del modello della mente estesa ritengono, quindi, necessario ampliare l’indagine anche al di là dei confini delimitati dalla scatola cranica. Essi partono dal presupposto che nello svolgimento di molte operazioni, definibili come cognitive, gli uomini utilizzano supporti materiali – carta e penna, grafici, schemi a blocchi, mappe di vario tipo, calcolatrici e computer – senza i quali certe operazioni avrebbero richiesto tempi assai più lunghi, ma spesso non sarebbero potute neppure essere portate a termine.

In questi casi, l’organismo umano si trova a essere connesso a un’entità esterna in maniera così stretta da dar vita a un unico sistema nel quale tutti i componenti svolgono un ruolo causale attivo. Se rimuovessimo i componenti esterni verrebbero meno le capacità comportamentali del sistema nel suo complesso, come se fosse stata rimossa parte del suo cervello. Per questo si può dire che la mente non è confinata ai soli processi cerebrali ma si estende fino a comprendere alcuni oggetti e fenomeni del mondo esterno (Clark, Chalmers, 1998).
Queste premesse si riflettono inevitabilmente sul concetto di “relazione” usato per descrivere il classico setting duale ma anche per analizzare i rapporti interpersonali da più fronti. Il concetto di mente che si espone verso l’esterno, che tende cognitivamente ed emotivamente verso l’altro è alla base della teoria del campo e quindi delle dinamiche relazionali in esso comprese.

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