Teorie dell’apprendimento e sviluppo del sé

giugno 8th, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

Per comprendere i principali aspetti dell’apprendimento dobbiamo necessariamente ricordare le teorie comportamentiste, le cognitiviste e le costruttiviste. Tuttavia prima di andare avanti è doveroso dire che secondo la teoria obiettivista la conoscenza del mondo deriva dall’esperienza che compie il soggetto. Mentre l’esperienza progredisce e si espande, la conoscenza forma nella mente del soggetto una rappresentazione sempre migliore dell’ambiente. Secondo questo concetto, quindi, la conoscenza è esistente a prescindere nel soggetto e l’apprendimento è considerato da esso come il trasporto di informazione dall’ambiente alla mente dell’individuo (Driscoll, 1994). La teoria comportamentista dell’apprendimento nasce dalla tradizione obiettivista.

I behavioristi definiscono gli obiettivi di apprendimento indipendentemente dai soggetti e quindi stabiliscono dei meccanismi di rinforzo che si suppone siano produttivi per ogni individuo; solamente il tipo di rinforzo può cambiare con l’individuo.

Anche le teorie cognitiviste dell’apprendimento derivano dalla tradizione obiettivista. I teorici cognitivisti però si concentrano sulle basi dell’apprendimento. Essi sembrano presumere che la conoscenza sia “lì fuori” per essere “trasportata” dentro gli individui. Contrariamente al punto di vista obiettivista, la teoria costruttivista si basa sulla tesi che la conoscenza sia costruita dai soggetti nel tentativo di donare sempre più un senso alle loro esperienze. Gli individui, di conseguenza, non sono dei contenitori vuoti che aspettano solo di essere riempiti, ma piuttosto sono organismi che ricercano attivamente significati.

Ciò che il costruttivismo sostiene fermamente è che non necessariamente la conoscenza corrisponda alla realtà esterna. Essa non deve doverosamente riflettere il mondo esterno così com’è per essere utile e praticabile. Ciò che sembra collegare maggiormente l’apprendimento alla formazione del sè, sono i contributi dati dalla psicologia sociale di George Herbert Mead che possono essere letti in maniera opposta al modello dominante di psicologia dei suoi contemporanei ovvero il Comportamentismo di John Broadus Watson: mentre quest’ultimo reputa la società come una forza esterna che agisce sull’individuo, per Mead l’uomo è essenzialmente sociale.

Inoltre, Mead assume un atteggiamento critico nei confronti del riduzionismo della teoria behaviorista, la quale rimette in campo per lo studio dell’atteggiamento umano lo schema stimolo-risposta, già utilizzato nello studio del comportamento animale. L’identità (denominata S ) per Mead non esiste dalla nascita, ma emerge nell’interazione sociale: il Sé si sviluppa come risultato delle relazioni che l’individuo ha con il linguaggio e con gli altri individui. Il Sé non si presenta in tutto e per tutto, ma appare in termini diversi a seconda dei soggetti con cui si trova, delle situazioni in cui è immerso e dei ruoli che sta esercitando. I processi sociali sono responsabili della comparsa del Sé, il quale non può esistere al di fuori di questo tipo di esperienza. “Ciò che porta alla formazione del Sé organizzato è l’organizzazione degli atteggiamenti comuni al gruppo. Una persona possiede una personalità perché fa parte di una comunità, perché assume nella sua condotta le istituzioni di quella comunità. Egli considera il linguaggio della comunità come un mezzo attraverso il quale si procura la propria personalità e quindi, attraverso un processo di assunzione delle diverse funzioni che tutti gli altri svolgono egli giunge ad acquistare l’atteggiamento dei membri della comunità. Di tal genere, in un certo senso, è la struttura della personalità di un uomo. Vi sono certe risposte comuni che ogni individuo ha nei riguardi di certi fatti comuni e, nei limiti in cui queste risposte comuni sono suscitate nell’individuo nel momento in cui egli sta influenzando le reazioni di altre persone, egli contribuisce a far sorgere il proprio stesso Sé. La struttura quindi sulla quale si crea un Sé consiste in questa risposta comune a tutti, poiché l’individuo deve essere membro di una comunità per costituire un Sé. Tali risposte consistono in atteggiamenti astratti, ma sono proprio esse che costituiscono ciò che noi definiamo il carattere di un uomo. Esse gli danno ciò che definiamo i suoi principi, i modi di agire riconosciuti di tutti i membri della comunità nei riguardi di quelli che sono i valori morali di quella comunità.

L’individuo si pone al posto dell’altro generalizzato che rappresenta le risposte organizzate di tutti i membri del gruppo. È l’altro generalizzato che guida la condotta regolata dai principi e una persona che ha un gruppo organizzato di risposte di tal genere è un uomo che noi diciamo dotato di carattere, in senso morale. È dunque un insieme di atteggiamenti organizzati che conduce alla formazione di un Sé in quanto distinto da un insieme di modi di agire acquisiti abitudinariamente. […] Noi non possiamo essere noi stessi se non siamo anche membri di una società in cui esiste una comunanza di atteggiamenti che regola gli atteggiamenti di tutti. Non possiamo avere dei diritti se non abbiamo degli atteggiamenti comuni. Ciò che abbiamo acquisito come persone autocoscienti ci rende appunto membri della società e costituisce il nostro Sé. I Sé possono esistere solamente in rapporti bene definiti con altri Sé. Non si può tracciare una stabile linea di demarcazione tra i nostri Sé e i Sé degli altri dal momento che i nostri stessi Sé esistono ed entrano in quanto tali nella nostra esperienza solo in quanto esistono anche i Sé degli altri, che entrano in quanto tali nella nostra esperienza. L’individuo possiede un Sé solo in relazione ai Sé degli altri membri del suo gruppo sociale e la struttura del suo Sé esprime e riflette il generale modello di comportamento del suo gruppo sociale, allo stesso modo della struttura del Sé di tutti gli altri individui appartenenti allo stesso gruppo sociale.” (George Herbert Mead, 1934). L’immagine che il soggetto ha del suo S è il risultato della sua esperienza sociale e delle forme di mediazione simbolica di questa esperienza. Il Sé si sviluppa, in un primo momento, coordinando gli atteggiamenti particolari che gli altri assumono verso l’individuo e verso loro stessi durante gli atti sociali in cui egli interagisce con loro (famiglia, amici, gruppo di appartenenza etnica, ecc.) e, in un secondo momento, organizzando non solo gli atteggiamenti individuali particolari, ma anche gli atteggiamenti dell’Altro Generalizzato (gruppo sociale considerato in quanto totalità).

di Fortuna Esposito

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