Affetti, emozioni e psicologia dell’Io

hartmanndi Roberto Desiderio

La psicologia dell’Io costituisce uno degli sviluppi più importanti della psicoanalisi. Prima del 1922, Freud aveva usato il termine Io liberamente, riferendosi alla massa di idee consce, dalle quali si scinde il rimosso. In L’Io e l’Es[1] cominciò ad usare la parola Io per definire una delle tre istanze psichiche fondamentali della mente (accanto all’Es e al Super-Io). Le sue funzioni principali consistevano nel rappresentare la realtà e, attraverso la costruzione di difese, nell’incanalare e controllare le spinte pulsionali interne di fronte alla realtà.

Per gli psicologi dell’Io divenne cruciale interrogarsi sulle estensioni naturali della teoria freudiana di una psiche strutturata attorno alle pulsioni e alle difese. Interessandosi ad aspetti più “normali” della psiche, si pose una maggiore attenzione alle differenze nell’organizzazione pulsionale e alla loro espressione nel corso dello sviluppo e ad una migliore comprensione di come il Super-Io si consolidi e del modo in cui vengono determinate le sue funzioni strutturanti. L’attenzione a queste questioni contribuì a consolidare ed affinare la teoria psicoanalitica, ampliandone la portata terapeutica, con particolare riguardo in merito al tentativo di conservare la teoria pulsionale di base.

Per quanto riguarda gli affetti, la loro annessione all’interno del dominio dell’Io iniziò da Freud che, nel 1926, sostenne che essi dipendono dal grado di maturazione dell’Io e del Super-Io. Se da un lato sono considerati come parte delle funzioni dell’Io, dall’altro appaiono come stimoli controllati da esso. Nel 1939, Heinz Hartmann[2], evidenzia l’importanza assegnata all’Io nei processi di adattamento dell’individuo alla realtà esterna. Secondo l’autore, l’adattamento individuale è definito da un rapporto reciproco fra organismo, ambiente e l’Io ed è assicurato dal corredo costituzionale e dalla maturazione fisiologica, che permettono di compensare le eventuali difficoltà del rapporto con l’ambiente.

Tuttavia Hartmann difficilmente parla di affetti, di sentimenti o di emozioni; dalla sua teoria, tuttavia, possono essere individuati due aspetti molto importanti:

  • gli affetto (o i sentimenti) sono impossibili da spiegare ma non possono avvenire casualmente;
  • gli affetti sono inaffidabili come guide, in quanto non esiste nessun criterio per spiegarli in maniera oggettiva e sistematica.

Il motivo della povertà teorica di Hartmann riguardo alle emozioni può essere  rintracciabile nella sua preoccupazione di fare della psicoanalisi una nuova psicologia generale e, dato che credeva che gli affetti, intesi come esperienze, non avessero un posto nella teoria, non si interessò ad essi. Il suo interesse, però toccava quegli aspetti “vicini” agli affetti, come le energie e le scariche che, secondo l’autore, rappresentano scariche positive verso un oggetto o un’idea, toccando il mondo personale dell’individuo.

Mentre Hartmann focalizzava la sua attenzione su un Io libero dai conflitti, Anna Freud sviluppò nello stesso tempo una teoria sulle “difese dell’Io”. La sua credenza era che, qualsiasi cosa l’analista osservava nel paziente, veniva vista in termini di Io, concezione molto innovativa per quel periodo.  A differenza degli impulsi dell’Es inconsci, che rispondono con entusiasmo alla prospettiva di essere liberati, facendo sentire la loro presenza durante la seduta, le difese inconsce dell’Io non guadagnano nulla dall’essere portate alla luce. Lo psicoanalista, quindi, rappresenta un liberatore per gli impulsi dell’Es, ma è visto come una minaccia per l’Io.

Lo studio condotto da Anna Freud delle complessità dell’Io e delle sue difese portò alla ridefinizione del ruolo e dell’attenzione dell’analista nel processo terapeutico; nel 1936 scrive:

  <…è compito dell’analista portare alla coscienza ciò che è inconscio, a qualunque istanza psichica esso appartenga. Egli deve prendere in considerazione, obiettivamente e in uguale misura, gli elementi inconsci di tutte e tre le istanze psichiche (…) Nel suo lavoro di chiarificazione, egli si pone come osservatore equidistante dall’Es, dall’Io e dal Super-Io.>[3]

Nel caso delle difese, dunque, l’analista avrebbe dovuto distinguere più attivamente il sottile lavorio delle operazioni difensive all’interno delle associazioni stesse, che le comprometteva e le distorceva.

Per quanto riguarda le emozioni, invece, il maggior contributo di Anna Freud riguarda proprio la capacità dell’individuo di creare difese contro di esse. Precisando l’esistenza di questi meccanismi, viene definita la struttura degli affetti in modo più chiaro e si compie un ulteriore passo nella comprensione degli affetti inconsci.



[1] Freud (1922)

[2] Hartmann (1939), Psicologia dell’Io e problema dell’adattamento.

[3] Freud A. (1936) L’Io e i meccanismi di difesa.