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Come avere una comunicazione efficace

Articolo di Irena Semi

Per una comunicazione efficace sono ugualmente importanti la sua forma verbale e quella non verbale. Nella fase neonatale, ha inizio l’importante processo di comunicazione non verbale, che evolverà e verrà poi completato dallo sviluppo linguistico.

Le recenti interpretazioni di questa evoluzione delle forme del linguaggio dicono che non vi è una netta separazione tra di loro, e che il modo in cui il neonato inizia a comunicare con il genitore presenti già i concetti base e le regole (pragmatica) della più sofisticata comunicazione verbale : le competenze  comunicative non si possono definire né come completamente innate né come completamente acquisite tramite l’apprendimento, e vi è una continuità tra la comunicazione pre-linguistica e il linguaggio. Ad esempio, l’alternanza dei ruoli (attivo e passivo) tra i due interlocutori, che costituisce una delle regole fondamentali della comunicazione e una delle caratteristiche essenziali del dialogo umano, è presente già nel primo anno di vita, diventando via via più consapevole, con il bambino che prende coscienza della caratteristica bilaterale della comunicazione, e più intenzionale, con il
piccolo che si rende conto del valore comunicativo del proprio comportamento, che può essere usato per influenzare quello altrui allo scopo di ottenere risultati desiderati.

È innegabile comunque un ruolo centrale della comunicazione verbale nello sviluppo cognitivo oltre che nelle relazioni con gli altri. La plurifunzionalità del linguaggio si esprime nel triplice valore della parola: espressione, comunicazione e forma del pensiero.

Inoltre, nonostante le fondamenta innate delle capacità comunicative umane, le abilità di comunicazione possono svilupparsi soltanto grazie all’interazione con gli altri, sia in modo verticale (comunicazione con i genitori e con gli adulti in generale) che in modo orizzontale (con i coetanei).

Nella famiglia, ambiente sociale dove i bambini hanno il primo contatto con comunicazione e linguaggio, sono i genitori a determinare la selezione linguistica del bambino, con il loro esempio e con le loro scelte sulle modalità comunicative. È importante però che questo condizionamento risulti flessibile rispetto alle capacità di comunicazione e al lessico iniziale del piccolo, con l’adulto che accetta termini inventati o storpiati dal bambino.

La comunicazione tra questo e le figure di riferimento, specialmente quella verbale ma non solo, presenta chiaramente una disparità di mezzi linguistici, che rappresenta per il bambino una zona di sviluppo potenziale che viene messa in gioco dall’interazione educativa.

Tuttavia, come affermato da Piaget, la superiorità dell’adulto impedisce una vera discussione e cooperazione; perciò la reale socializzazione comunicativa si verifica soltanto con i coetanei. È quindi l’inserimento nel gruppo dei pari a portare a un confronto dei propri usi personali con quelli di una comunità.

É qui che entra in gioco un altro aspetto importante dello sviluppo della comunicazione efficace nelle varie fasi della crescita: il gruppo dei pari, specialmente nell’età adolescenziale, si caratterizza per la creazione di lingue segrete o gerghi che servono a sottolineare l’appartenenza sociale dei membri del gruppo.

Questo linguaggio giovanile, percepito come un problema pedagogico fino agli anni ’50, ha visto più recentemente riconosciuta la sua utilità sia sociale che educativa, in quanto funzionale al passaggio dal linguaggio infantile a quello adulto . La scuola ha 40
comunque un ruolo chiaramente centrale per l’ulteriore sviluppo delle capacità comunicative.

Da sempre prerogative dell’istituzione scolastica sono l’arricchimento del repertorio verbale, l’acquisizione e la comprensione di forme semantiche e grammaticali, la comunicazione scritta, il padroneggiare la lingua a livello di comunicazione interpersonale e funzionale ad altre discipline, oltre al favorire la creazione di modelli comunicativi comuni fra i diversi membri del gruppo. Un suo obiettivo più recentemente valorizzato è invece quello di fornire competenze adatte per servirsi efficacemente di tutte le gamme possibili del repertorio comunicativo (verbale e non) della comunità d’appartenenza.

Da qui si è vista avviarsi una revisione dell’insegnamento, precedentemente incentrato sulla produzione scritta di testi caratterizzata da un linguaggio colto o letterario, a discapito della altre forme espressive.

Altro aspetto centrale per lo sviluppo della comunicazione efficace nel bambino e poi nell’adolescente, è il ruolo di esempio della figura di riferimento, ovvero l’insegnante nell’ambito scolastico. I docenti non possono infatti trascurare l’impatto che le loro modalità comunicative hanno sugli allievi e sul loro futuro di uomini e cittadini del mondo.

Quindi lo sviluppo, l’esercizio e l’affinamento delle abilità comunicative dell’insegnante rivestono un fondamentale doppio strumento per favorire da un lato l’acquisizione da parte degli allievi di tutta una serie di nozioni e competenze negli
ambiti propri delle materie d’insegnamento, dall’altro per offrire loro un modello di comunicazione efficace. L’insegnante dovrebbe poi non soltanto fornire agli allievi gli strumenti logico-sintattici della lingua quali elementi della comunicazione, ma anche utilizzare, sottolineare e incoraggiare a servirsi di stratagemmi comunicativi quali l’uso di analogie e allegorie (ad esempio l’esposizione dei contenuti sotto forma di narrazione, specie avendo a che fare con i più piccoli), la modulazione del ritmo e del tono della voce, l’utilizzo ausiliario del linguaggio non verbale, l’organizzazione temporale delle parti del discorso a fini persuasivi. Infine, non è da trascurare il ruolo importante della pratica della recitazione nelle scuole, che, se guidata efficacemente dagli insegnanti, fornisce ai ragazzi, tra i vari aspetti, un “palcoscenico” ideale per l’esercizio di diverse tecniche comunicative che certamente saranno di grande aiuto per farsi strada nella vita adulta.

 

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