Il concetto di risignificazione del trauma in psicologia

Articolo di Alessandra Serio

(Ri)significazione del trauma

L’interpretazione che il terapeuta propone e le conseguente presa di coscienza da parte del paziente, rende possibile la ricostruzione dei possibili diversi significati attribuiti all’evento, e favorisce una visione d’insieme grazie a cui è possibile rielaborare l’effetto del trauma (AA.VV., Centro Psicoanalitico di Roma, 2009).
Da una ricerca basata sul trattamento del trauma a San Giuliano di Puglia, nel Molise, a dieci anni di distanza dal terremoto, L’Associazione Emdr Italia, IL Cnr e l’Università Tor Vergata di Roma hanno tratto importanti risultati, tra cui, in particolare, la constatazione che il trauma, una volta superato, cambia localizzazione nel cervello. Osservando le attività cerebrali, si è potuto rilevare tale spostamento, dovuto all’effetto dell’ EMDR (Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari).

Tale tecnica, mediante i movimenti oculari indotti nel paziente, simili ai movimenti oculari prodotti nella fase REM del sonno, riattiva la capacità di autoguarigione da parte del cervello, consentendo la metabolizzazione dell’evento traumatico, fino ad allora rimasto congelato nelle reti neurali, causando, a distanza di anni, sintomi quali attacchi di panico, dissociazione, e malessere diffuso.

In seguito al lavoro terapeutico, e proprio grazie ad esso, i pazienti ricordano il fatto, ma esso, a livello emotivo, non genera più un impatto emotivo dannoso ed invalidante.

Durante la ricerca è stato possibile monitorare il cervello tramite Eec (monitoraggio elettroencefalografico), prima, durante e dopo una seduta di EMDR, e ciò ha potuto fornire riscontro scientifico al cambiamento neurobiologico derivante da tale tecnica.
Durante la rilevazione delle attività elettriche, nel corso delle sedute Emdr, è emerso come esse si siano spostate: dalle aree cerebrali visive, nella fase iniziale, alle regioni cerebrali frontali e temporo-parietali, nella fase conclusiva. Ciò vuol dire che l’elaborazione di un evento traumatico, avviene, in primo luogo, mediante lo sviluppo di immagini patologiche associate al trauma, e successivamente, tramite cognizione ed associazione, permettendo la regolazione dei ricordi e la gestione delle emozioni negative correlate (Pagani et al. 2013).

La connessione funzionale tra l’area limbica e quella di integrazione multisensoriale è correlata alla riduzione del malessere psicologico e di sintomi post-traumatici (Beccaria, 2014). Perseguire uno scopo nella vita, è uno dei fattori chiave associato alla resilienza e al recupero a seguito di traumi, poiché restituisce al soggetto un senso di padronanza degli eventi (Alim e al, 2009). Il lavoro terapeutico può incrementare l’ottimismo, la creazione di nuovi significati e aiutare i pazienti a preservare e perseguire nuovi scopi nella vita (Feder e al 2010).

Il processo di resilienza dunque passa attraverso una risignificazione dell’evento traumatico, attraverso una metamorfosi della rappresentazione del trauma. Tale passaggio avviene nel contesto dell’universo linguistico, poiché il trauma diviene “dicibile” sotto forma di narrazione, in un’area del Sé che prende il nome di identità narrativa (Castelletti, 2012).

Ciò che permette al processo della resilienza di dispiegarsi, è il confronto interiore con l’evento subito: il trauma infatti intacca la routine di un individuo, generando il caos, e la rottura di un equilibrio che, per essere ritrovato, necessita che i vecchi schemi funzionali siano revisionati, e che la visione del mondo sia messa in discussione; tali trasformazioni permettono la rilettura del trauma, collocandolo in una nuova prospettiva, ed integrandolo nella propria storia, quale valore aggiunto (Cyrulnik, 2005).

Secondo Boris Cyrulnik, la resilienza “è l’arte di navigare sui torrenti. Un trauma sconvolge il soggetto trascinandolo in una direzione che non avrebbe seguito. Ma una volta risucchiato dai gorghi del torrente che lo portano verso una cascata, il soggetto resiliente deve ricorrere alle risorse interne impresse nella sua memoria, deve lottare contro le rapide che lo sballottano incessantemente. A un certo punto, potrà trovare una mano tesa che gli offrirà una risorsa esterna, una relazione affettiva, un’istituzione sociale o culturale che gli permetteranno di salvarsi” (Cyrulnik, 2005, p.120).

Per poter parlare di resilienza, è necessario il distacco temporale dall’evento, perché, nella fase acuta del trauma, agli occhi di chi l’ha subito, le uniche cose evidenti sono la ferita in sé e la mancanza di prospettiva futura.

Ciò che caratterizza il trauma è la sua valenza pervasiva, in quanto, si ripercuote nei vari ambiti di esistenza dell’individuo, interferendo con la continuità del Sé, e con la capacità di narrarsi (Guizzetti, 2014).

Per contrastare le conseguenze del trauma, è necessario riconsiderare le tre “P”, formulate dallo psicologo Martin Seligman, che incatenerebbero l’individuo all’evento subito, impedendone l’elaborazione (Sandberg, 2017).

Esse sono:

  • Personalizzazione: il soggetto esposto ad un evento traumatico tende ad attribuirsi la colpa di quanto accaduto, pertanto è necessario depotenziare tale credenza, ricorrendo ad una ristrutturazione cognitiva, e ripetendo a sé stessi “non è colpa mia”;
  • Pervasività: la sofferenza generata da un trauma tende ad avere una valenza pervasiva, che si insinua in ogni aspetto quotidiano, passando per ogni ambito, perciò è necessario affinare la capacità di compartimentalizzare il dolore, ritagliandosi momenti “appositi” per darvi sfogo, senza che esso possa ulteriormente intaccare il resto della giornata;
  • Permanenza: il caos generato dal trauma, che produce una rottura dell’omeostasi, agisce a breve e lungo termine, inducendo nel soggetto la sensazione che non vi sia un’alternativa alla sofferenza; pertanto, è necessario prendere atto della transitorietà di qualsiasi evento di vita, e, nel momento in cui si accetta che il cambiamento è l’unica costante, si farà largo la consapevolezza che nemmeno il dolore potrà durare per sempre (APA, 2004).
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