Il concetto di sé in psicologia: significato e definizione

giugno 25th, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

autostimaIl sé, oggetto di studio di molte discipline, è un concetto multidimensionale che presenta diverse valenze, individuale-sociale, soggettiva-oggettiva, cognitiva, emotiva-affettiva. Il concetto di sé quindi rappresenta l’insieme di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa e riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche (es. altezza e peso). Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come una persona interessata allo sport, e così via; questi sarebbero tutti elementi del suo concetto di sé.

Il Sé costituisce l’oggetto di studio di numerose discipline; come la filosofia, psicologia, psicologia sociale, psicologia dello sviluppo, psicologia della personalità.  Quando illustriamo il concetto di sé, dobbiamo essere attenti a distinguere bene i tre aspetti del sé:

“l’io/identità”: è la funzione che  acquisisce, pianifica, e interpreta l’esperienza del soggetto. Manifesta l’esistenza del soggetto come unico, separato, distinto dagli altri, costante e duraturo nel tempo.

 “il sé”: ciò che il soggetto appare a se stesso, in riferimento alla percezione che egli stesso ha e al segnale che riceve dagli altri.

 “il senso di sé” rappresenta la consapevolezza che il soggetto ha di sé, la conoscenza della propria autostima ovvero la valutazione di se stesso.

Secondo W. James, esponente della psicologia sociale, “ il sé deriva da una costruzione personale (attiva) dell’individuo su di sé” (1890); egli suddivide il sé in Io, riguardante il sé cosciente e Me, ovvero il sé conosciuto attraverso un “Me materiale”: comprendente tutto ciò cui si può fare riferimento come parte di sé; e un ”Me sociale”: la reputazione e i riconoscimenti che si possono ricevere dagli altri; un “ Me spirituale”: l’intero apparato degli stati di coscienza e delle facoltà psichiche. William James, quindi, definisce l’autostima come il rapporto tra il Sé percepito di una persona e il suo Sé ideale; il Sé percepito equivale al concetto di sé, alla conoscenza di quelle abilità, caratteristiche e qualità che sono presenti o assenti; mentre il Sé ideale è l’immagine della persona che ci piacerebbe essere.

Secondo James una persona sperimenterà una bassa autostima se il Sé percepito non riesce a raggiungere il livello del Sé ideale. L’ampiezza della discrepanza tra come ci vediamo e come vorremmo essere è infatti un segno importante del grado in cui siamo soddisfatti di noi stessi. In altre parole, secondo la definizione di James, l’autostima sarebbe il risultato dei successi ottenuti realmente in corrispondenza delle aspettative e degli obiettivi posti dal soggetto.

Un altro esponente della psicologia sociale che definisce  chiaramente il concetto di sé è C.H. Cooley; il “ Sé come prodotto (passivo) delle relazione con gli altri” (C.H. COOLEY,1902) ovvero “looking – glass self”: considera il sé come prodotto del rispecchiamento che ogni individuo effettua negli altri; grazie a processi sempre più complessi di tipo cognitivo, simbolico e sociale, l’individuo interiorizza gli atteggiamenti, i ruoli sociali, le rappresentazioni e le aspettative del gruppo sociale di appartenenza e costruisce il proprio sé.

Il concetto dell’Io di rispecchiamento consiste in tre elementi; ovvero:

  • l’immaginazione relativa al nostro modo di apparire agli altri,
  • l’immaginazione relativa al loro giudizio sul nostro modo di apparire,
  • la risposta affettiva del soggetto alla valutazione percepita, formata soprattutto da sentimenti di orgoglio o di frustrazione.

La psicologia sociale ci insegna che il concetto di sé così come si sviluppa durante l’infanzia, all’interno della famiglia (gruppo primario) è quello più duraturo e meno modificabile, nonostante la valutazione di sé perdura per tutto l’arco dell’esistenza dell’individuo.

L’approccio psicodinamico spiega che  l’acquisizione dell’autostima è strettamente correlata alla formazione del sé, viene quindi percepita in chiave evolutiva. Per la formazione di un senso individuale di valore sono cruciali le informazioni di oggetti intrapsichici (M. Klein) e lo sviluppo narcisistico (H. Kohunt). Le teorie psicodinamiche, descrivono le prime esperienze del bambino come buone o cattive, ovvero quando i bisogni sono stati soddisfatti l’esperienza dell’individuo infantile è quella di provare benessere e perciò si sente gratificato; quando, invece, la percezione del cattivo prevale sulla percezione del buono, il bambino vive una stato di frustrazione.

L’unione  positiva dell’esperienze buone e dell’esperienze cattive produce uno stato di benessere e forma un individuo con autostima stabile; al contrario se l’unione di queste esperienze è risultato negativa, la struttura rispecchia un individuo come non amato, egli vivrà così nell’esigenza costante di rinnovare e dimostrare il proprio valore. Per M. Klein (1940) lo sviluppo del sé  e del mondo interiore  seguono alcune tappe prefissate denominate “ posizioni”: “ schizoparanoide” e “maniaco-depressiva”.

Nella tappa del superamento maniaco depressiva  spiega che nel momento in cui a madre emana segnali d’amore allora il bambino percepisce che l’oggetto amato non ha rotture e non è vendicativo. Questo permette al bambino di superare i sentimenti di abbandono e depressione, e di continuare a costruire la certezza della sua bontà e di quella degli altri. Mentre invece, un assenza di contatto sereno e intimo con l’oggetto d’amore accresce l’ambivalenza e la paura di annientamento interiore, arrestando i processi, o annientandoli, che permettono di conquistare la realtà interna.

Un altro esponente dell’approccio psicodinamico è H. Kohunt (1971, 1977), la sua teoria spiega che lo sviluppo della personalità coincide con lo sviluppo di un sé coerente e organizzato, che si trova alla base dell’autonomia della persona. L’autostima e le ambizioni personali sono fondate su un narcisismo sano e basate sul principio di realtà. Quando il bambino si trova a vivere esperienze di deprivazione emotiva in un ambiente scarsamente empatico, con i genitori, o perlomeno con il proprio caregiver, che non appagano i suoi bisogni, si verifica un arresto nello sviluppo di un narcisismo sano, il bambino perciò non sviluppa un senso di sicurezza di sé, ma solamente frammenti di sicurezza.

La teoria dell’attaccamento offre un contributo riguardo il concetto di sé, infatti sostiene che durante l’interazione con la madre il bambino sviluppa credenze stabili su di essa come presente accessibile e raggiungibile in ogni istante, e su se stesso come degno d’amore o meno. J. Bolwby (1973) ha perciò descritto il modello di sé che emerge dalla relazione di attaccamento come caratterizzato dal senso di essere degno d’amore,  componente tipica dell’autostima. Bolwby ha spiegato una sostanziale differenza; quando abbiamo una madre buona, presente ed affidabile, pronta rispondere alle esigenze del bambino, avremo di conseguenza un bambino con un sé sviluppato positivamente, percependo se stesso come una persona degna d’amore. Mentre invece con una madre inaffidabile, che non riesce a soddisfare i bisogni del bambino, ci troveremo di fronte ad un bambino con un immagine di sé instabile e/o negativa.

La psicologia dello sviluppo sostiene che il concetto di sé si sviluppa precocemente, tra il primo ed il secondo anno di vita, quando il bambino comincia a riconoscersi come oggetto, e si sviluppa man mano, inizialmente coinvolgendo qualità concrete e assolute, poi sempre più astratte e differenziate. Durante tutta la crescita, le idee dei bambini sulle caratteristiche proprie e altrui cambiano metodicamente. Durante l’adolescenza inizia a stabilizzarsi l’identità personale, che accompagnerà la persona per tutta la vita. La capacità di autocontrollo è strettamente collegata all’autostima, poiché il bambino capace di governare le proprie attività ed espressioni emozionali può sentirsi “in grado”, inoltre può ottenere più facilmente approvazione e considerazione positiva dagli altri. L’autostima corrisponde al “livello di stima globale che un individuo ha per il sé come persona” (1993), e deriva da un bilancio fra sé reale e sé ideale; i risultati che i bambini ottengono e l’approvazione che ricevono dagli adulti sono il trampolino di lancio per i processi emozionali associati all’autostima (1983). Abbiamo diversi studiosi, tra i quali S. Coopersmith (1967) che ha sostenuto una ricerca sui ragazzi con età compresa tra i 10 e 11anni ed ha ricavato dai risultati una risposta per un buon livello di autostima,o al contrario un livello di autostima differente; avremo un buon livello di autostima con genitori che accettano totalmente il figlio facendolo sentire apprezzato e considerato, e che pongono limitazioni ben definite al comportamento (regole chiare e ben definite), esigendone il rispetto ma lasciando anche ampi margini di libertà. Al contrario invece con un livello di autostima insufficiente avremo genitori eccessivamente coercitivi o permissivi, che si rapportano ai figli in modo brusco o distante; questo comportamento provoca la sensazione di non essere apprezzati.

 

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