La definizione di comunicazione non verbale

ottobre 19th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo

Articolo di Katsiaryna Valko

Per lungo tempo la comunicazione umana è stata associata fondamentalmente alla sua espressione verbale. In realtà, alcuni studiosi, tra i quali Ricci Bitti e Zani (1983), Bara (1999) e Anolli (2002) con i loro studi più recenti e approfonditi, hanno ampliato la concezione della comunicazione, estendendola all’utilizzo di forme espressive differenti, spesso manifestate in maniera simultanea e con relazioni di reciproca dipendenza[1]. Alle analisi delle espressioni comunicative verbali sono state affiancate quelle del “linguaggio del corpo”, e autori diversi come Albert Mehrabian, Paul Ekman e Wallace V. Friesen sul finire degli anni’60 fino a Luigi Maria Anolli negli anni più recenti, hanno elaborato e proposto modelli differenti di sistemi di comunicazione non verbale in virtù dell’approccio tipico utilizzato durante le loro specifiche ricerche.

Poiché la comunicazione umana si muove e si integra tra i due piani, quello verbale e quello non verbale, diventa necessario comprendere in quali modi venga espresso il linguaggio corporeo, attraverso quali segnali esso venga rappresentato e in che modo detti segnali si articolino tra loro per costituire un sistema comunicativo complesso.

Alcuni esempi di fenomeni e segnali presi in esame nello studio della comunicazione non verbale, sono

la gestualità e la postura del corpo insieme all’abbigliamento indossato, la mimica del volto e dello sguardo supportate anche dal maquillage, le caratteristiche della voce come l’intonazione e il ritmo (ambito prosodico della comunicazione), il comportamento spaziale e le distanze assunte (ambito prossemico) oltre alla percezione temporale e alla sua manifestazione (ambito cronemico), o la percezione tattile e la propriocezione del corpo (ambito aptico)[2].

Nella comunicazione diversi segnali ed espressioni non verbali appaiono solitamente in maniera contemporanea e interdipendente, mai isolate, e coinvolgono differenti sensi e parti del corpo, basti pensare alla tipica interazione tra gestualità, sguardi ed espressioni vocali. Già sul finire degli anni’60, lo psicologo statunitense Albert Mehrabian[3], esaminò un vasto numero di segnali non verbali attribuendone il significato sulla base di tre parametri: immediatezza, rilassamento, attività. Evidenziò che l’espressione di “atteggiamenti posturali di immediatezza”, come l’avvicinarsi e il protendersi, oltre alla ricerca di un più persistente contatto visivo, veniva utilizzata per comunicare simpatia e considerazione verso l’interlocutore. Mentre i segnali di “rilassamento posturale”, come l’assumere una posizione reclinata con collo e mani rilassate, entravano in gioco quando nella comunicazione si volevano evidenziare differenze di stato sociale, in particolare quelle assunte dal soggetto quando il suo interlocutore era considerato appartenente a uno status inferiore; infatti, quanto più elevato è lo status di una persona, tanto più essa sarà rilassata e a suo agio. Un terzo parametro, quello dell’“attività posturale”, veniva associato a segnali utilizzati per esprimere attenzione e spigliatezza nelle risposte, come il gesticolare durante il discorso o l’accompagnarlo con movimenti del capo.

Ci sembra opportuno a questo punto approfondire la ricerca condotta da Albert Mehrabian che ha avuto una forte influenza sugli studi della comunicazione fin dalla sua pubblicazione nel 1967[4] e con la pubblicazione del libro “Nonverbal Communication”(1972).  La ricerca ha indotto l’autore alla conclusione per cui gli elementi non verbali della comunicazione, come la postura del corpo, i suoi movimenti, la gestualità e anche le microespressioni facciali, e gli aspetti paraverbali (tono, ritmo della voce e velocità del parlare)  svolgono un ruolo decisivo nella trasmissione dei messaggi ogni volta che stabiliamo un dialogo con gli altri. [5]

Questo studio ha suscitato, negli ultimi cinquant’anni, una lunga serie di polemiche che hanno diviso il campo tra sostenitori e critici. Uno degli elementi di maggior richiamo del lavoro di Mehrabian e Ferris è la sua accurata precisione nel determinare le percentuali dell’influenza nella comunicazione, per cui il 7% è verbale, il 38% è vocale e il 55% è non verbale. Emerge chiaramente che la comunicazione verbale avrebbe un ruolo esiguo,  ciò è stato contestato da alcuni studiosi come David Lapakko[6].

Questo autore sostiene che le nostre esperienze di vita suggeriscono una importanza maggiore della comunicazione verbale e fa l’esempio di discorsi tenuti in pubblico che sono persuasivi per il loro potere linguistico. Un’altro elemento su cui si focalizza la critica è quello metodologico; infatti, Lapakko sostiene che il campione su cui Mehrabian ha tratto le sue conclusioni sia numericamente esiguo ed il fatto che si trattasse di un campione esclusivamente femminile. Infine il nostro autore sottolinea che l’aspetto numerico apparentemente ben determinato semplifica apparentemente il fenomeno vasto e complesso della comunicazione in questi “three magical numbers[7].

Un’altro studioso, A. Merriam (1990) ha osservato che la precisione dei numeri ha un forte richiamo come fonte di un ordine razionale e armonico perché sembrano possedere esattezza ed obiettività in contrasto con la necessaria ambiguità del linguaggio[8].

Il continuo e disinvolto riferimento allo studio di Mehrabian e Ferris da parte di educatori della comunicazione,  ha portato gli studenti di tale materia a ritenere che il messaggio non verbale sia “tutto” mentre il messaggio verbale è “nulla”[9].

In relazione a questo uso acritico dei dati presenti nelle sue pubblicazioni, Mehrabian ha tenuto a puntualizzare che tali risultati devono essere riferiti esclusivamente alla comunicazione di sentimenti e di atteggiamenti, quindi l’autore ritiene assurdo che si consideri la parte verbale di tutta la comunicazione solo il 7% del messaggio.

Al di là delle diatribe tra gli studiosi che abbiamo appena citato, i processi comunicativi umani possono essere, e solitamente lo sono, al tempo stesso complessi, ma intrisi di spontaneità e naturalezza, per cui segnali ed espressioni corporei possono essere difficili da identificare e interpretare consapevolmente. Questo aspetto è stato messo in evidenza da Ekman e Friesen[10], senza peraltro relegare in un ambito secondario il linguaggio corporeo rispetto alla comunicazione verbale.

Anzi, proprio perché la comunicazione umana avviene contemporaneamente su più piani comunicativi, occorre tenere conto sia del contesto nel quale si svolge, sia degli scopi per i quali viene effettuata quando si cerca di assegnare più o meno importanza reciproca a tali piani. Al linguaggio è possibile associare il livello più consapevole dell’interazione comunicativa: quello dei significati trasmessi. D’altro canto, la comunicazione non verbale riguarda aspetti più soffusi, anche se a volte ugualmente espliciti, attinenti alla trasmissione di elementi emotivi o legati all’istinto che possono quindi sottrarsi al controllo della razionalità, o viceversa, essere appositamente manipolati per indurre in errore il giudizio inconscio dell’interlocutore.

Se si volesse dare una definizione di “comunicazione non verbale”, riprendendo il concetto espresso da autori come Ekman e Friesen[11], si potrebbe considerarla come la trasmissione di un insieme di informazioni tra due o più soggetti mediante un messaggio espresso con segnali corporei anziché verbali. Questi sono costituiti da mimica e gesti, movimenti e atteggiamenti posturali ed infine dall’intensità o dal tono della voce.  Ekman e Friesen (1969)[12] e Argyle (1972)[13] hanno identificato cinque funzioni principali specifiche del comportamento non verbale nel corso di un’interazione tra le persone:

1) Ripetizione: in cui il gesto conferma il significato di quello che è stato detto, ad esempio quando si indica con la mano le indicazioni per la strada da seguire.

2) Contraddizione: in cui un messaggio corporeo contrasta apertamente con il livello verbale della comunicazione, come l’assunzione di una mimica facciale di diniego o di disappunto durante una conversazione dai toni verbali più orientati alla condivisione e all’accettazione. In tal caso viene svelata una contraddizione tra i due livelli comunicativi.

3) Sostituzione: in cui il messaggio non verbale può sostituirsi pienamente a quello verbale con gesti che equivalgono, se non superano, il senso esprimibile attraverso l’uso del linguaggio. Scuotere la testa o annuire possono, infatti, sostituire pienamente la disapprovazione o l’approvazione solitamente espresse a parole.

4) Accentuazione: in cui i segnali corporei possono rafforzare il senso di quanto viene trasmesso a parole mettendo in simbiosi l’espressione verbale con quella emotivo-affettiva.

5) Regolazione e relazione: in cui i segnali del linguaggio non verbale, ovvero la loro capacità di orientare e regolare la comunicazione, mettono in relazione i due interlocutori in maniera da consentire loro, ad esempio, di scambiarsi i ruoli, prendendo vicendevolmente la parola, oppure di segnalare all’altro che la comunicazione si avvia verso la conclusione. Tipici a riguardo sono alcuni gesti espressi tramite mani e capo, la direzione dello sguardo o sospiri d’impazienza che possono comunicare all’altro il bisogno di passare ad un ulteriore turno della conversazione.

L’importanza di saper esprimere e cogliere i segnali del “linguaggio del corpo” durante la comunicazione, sta nello svelare aspetti che le parole non esprimono o addirittura cercano di nascondere.

 

Alcuni autori, come Buck (1984), von Cranach (1973), Ricci Bitti e Zani (1983), in ambito psicologico distinguono tra diverse funzioni per le quali viene svolta una comunicazione non verbale durante il processo comunicativo[14]:

–               Una funzione espressiva o comunicativa, che racchiude elementi personali e soggettivi mediante l’uso di una gestualità il cui scopo è quello di trasmettere il messaggio in maniera più consapevole rendendolo più esplicito.

–               Una funzione informativa, che ha appunto lo scopo di informare, mediante atteggiamenti e gesti il cui significato è condiviso e accettato da tutti.

–               Una funzione referenziale, svolta mediante gesti illustratori o atteggiamenti vocali che sottolineano l’aspetto verbale del messaggio sia riguardo al suo contenuto che al suo significato[15]. La funzione referenziale si rivela evidente con i bambini piccoli e con gli individui che non hanno facilità nel parlare la lingua.

–               Una funzione interattiva rappresentata, ad esempio, dai gesti, dalle posture e particolarmente dagli sguardi scambiati durante la comunicazione con il fine di regolarla guidando l’interazione tra i soggetti.

Come evidenziato da A. Pease[16], l’interpretazione del linguaggio corporeo deve tenere conto di tre punti essenziali:

1)      Leggere e interpretare i segnali espressi tramite il corpo analogamente a quanto si fa con il linguaggio verbale, ovvero cogliendoli e valutandoli nel loro complesso, tutti                        insieme e non separatamente. Essi, infatti, proprio come le parole di una frase, possono assumere significati diversi a seconda di come si inseriscono e si integrano con gli altri.

2)      Non bisogna cercare di interpretare gesti, atteggiamenti, mimica facciale senza calarli nel contesto sociale in cui si sta svolgendo la comunicazione.

3)      La corrispondenza tra quanto viene espresso verbalmente e quanto avviene tramite il linguaggio corporeo, soprattutto riguardo alla situazione nella quale si sta svolgendo l’interazione, in modo da valutare eventuali aspetti di incoerenza o contraddizione.

Il quadro generale della comunicazione non verbale con tutti gli elementi che lo compongono, i quali verranno analizzati più avanti, sono capaci di esprimere le emozioni, i sentimenti, i pensieri e le sensazioni. Per questo motivo è importante percepire il significato rappresentato dalla comunicazione non verbale in quanto esso amplia ciò che è espresso da quella verbale. E’ chiaro che debba esservi coerenza tra parole e comportamento comunicativo per evitare di trasmettere messaggi contraddittori.

[1]Grazzani I., Ornaghi V. e Antoniotti C. (2011), La competenza emotiva dei bambini. Proposte psicoeducative per le scuole dell’infanzia e primaria, Edizioni Erickson,Trento.

[2]Anolli L. (2006), Fondamenti di psicologia della comunicazione, Il Mulino, Bologna.

[3]Mehrabian A. (1968), Communication without words, Psychology today, vol.2, no.4,  pp.53-56.

[4] Mehrabian A. e Ferris S. (1967), Inference of attitudes from nonverbal communication in two channels. Journal of Consulting Psychology, 31, 248-252.

[5] http://www.savinotupputicoach.com/La_comunicazione_non_verbale_-_cosA_e_come_funziona.html

[6] Lapakko D. Three Cheers for Language: A Closer Examination of a Widely Cited Study of Nonverbal Communication, Communication education, Volume 46, january 1997.

[7] ivi, p.65.

[8] Merriam A. (1990), Words and numbers: Mathematical dimensions of rhetoric, The Southern communication Journal, 55. 337-354 (cit. in Lapakko D. (1997)).

[9] Lapakko D. : op.cit. p.65.

[10]Ekman P. e Friesen W.V. (2007), Giù la maschera. Come riconoscere le emozioni dall’espressione del viso, Giunti Editore, Firenze.

[11]Ekman P. e Friesen W.V. (1969), The repertoire of nonverbal behavior: categories, origins, usage, and coding, Semiotica,1, pp.49-98.

[12]Ibidem, pp.49-98

[13]Argyle M. (1975), The Psychology of Interpersonal Behavior, Penguin, Harmondsworth.

[14] Lis A., Venuti P., De Zordo M. (1995), Il colloquio come strumento psicologico, Giunti, Firenze, pp.53-54.

[15]Scherer K. R. (1980), The functions of nonverbal signs in conversation, in Clair R.S. e Giles H., The social and psychological contexts of language, Erlbaum, Hillsdale, pp. 225-244.

[16] Pease A. (1997), Body Language, Sheldon Press.

Corso Comunicazione Non Verbale

 

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