Come accettare i sentimenti di odio

Odio

Ogni relazione fraterna è un caso a sé stante, una fra le infinite possibilità di manifestazione del sentimento di fratellanza, frutto dell’incontro di due soggettività, che sono portatrici di differenze fisiche e psichiche, con le quali ciascuna si appresta a vivere delle esperienze uniche dentro e fuori dalle mura domestiche.

Complesso e variabile di coppia in coppia è il complesso di affetti che gravitano intorno al legame fraterno: alcuni fratelli sono più amichevoli, altri manifestano un comportamento più ostile, ma molti altri ancora sperimentano nella loro relazione un grado più o meno elevato di ambivalenza. Il vissuto conflittuale di amore e odio è legato al fatto che l’altro può soddisfare bisogni di affetto, di protezione, di stima e così via, ma al tempo stesso può arrecare anche delle frustrazioni: queste tendenze contrastanti attendono di essere riconciliate, in un processo che molto spesso può durare una vita intera.

Nell’ambito della psicoanalisi delle relazioni oggettuali, Melanie Klein (1969), riprendendo le idee freudiane, ha posto l’accento proprio sul conflitto fra impulsi aggressivi e sentimenti d’amore, insito nel rapporto del bambino con l’oggetto: da una parte egli è fortemente geloso dei fratelli e delle sorelle, in quanto rivali dell’amore dei genitori, ma dall’altra li ama.

Dalla paura di non essere in grado di dominare gli impulsi aggressivi e di distruggere l’oggetto amato, deriva il senso di colpa inconscio e il corrispettivo desiderio di riparazione, che si realizza attraverso l’identificazione con l’altro: a livello della fantasia, assumendo dentro di sé le parti dei genitori e dei figli amorosi è possibile riparare i danni fatti. Dal “fare la pace” dopo un litigio quando si è piccoli, alle vere e proprie riconciliazioni in età adulta e avanzata, «la riparazione – che è
una parte così essenziale della facoltà di amare – allarga le possibilità, e aumenta costantemente la capacità del bambino di accettare amore, di ricevere con vari mezzi in sé stesso la bontà del mondo esterno» (Klein e Rivière, 1969 p. 110). «Solo se l’amore non è stato soffocato dal risentimento, dal rancore e dall’odio, ma si è consolidato  stabilmente nella mente, la fiducia nelle altre persone e la fede nella propria bontà sono come rocce che resistono ai colpi delle circostanze. […]» (Klein e Rivière, 1969 p. 109).

Alla luce della riflessione fin qui fatte sull’evolversi dell’amore e dell’odio fraterno e a proposito dello strutturarsi del senso di colpa e del desiderio di riparazione, illuminante risulta il racconto biblico che illustra la vicenda di Caino e Abele.
«Adamo si unì ad Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse “Ho acquistato un uomo dal signore”. Poi partorì ancora suo fratello Abele. Abele era un pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo. Dopo un certo tempo Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele
e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta» (Gn 4,1-5). Da questo passo emerge che il Signore, privilegiando l’uno a discapito dell’altro, contribuisce a determinare quella condizione di ingiustizia e di disparità, reale, non fantasticata, che predispone allo sviluppo di sentimenti di gelosia e di rivalità, infatti il testo biblico mette in evidenza che «Caino ne fu
molto irritato e il suo volto era abbattuto» (Gn 4,5-6). Nonostante la penosa reazione di Caino, il Signore non riconosce la fondatezza della sua rabbia: «Il signore disse allora a Caino: “Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è la sua
bramosia, ma tu dominala”» (Gn 4,6-8). La gelosia di Caino, in quanto frutto di un peccaminoso sentimento di avidità, non ha avuto la fortuna di essere accolta e trasformata, così la situazione ben presto degenera: «Caino disse al fratello Abele: “Andiamo in campagna!”. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise» (Gn 4,8-9).

Ancora una volta, la reazione del Signore è di rimprovero e scatta la punizione: «“Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra”» (Gn 4,10-13). A questo punto in Caino si sviluppa il senso di colpa per l’uccisione del fratello, infatti, così dice al Signore «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono!

Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere”» (Gn 4,14-15). Ma la situazione si ribalta, infatti, il Signore cerca di alleviare il senso di colpa di Caino, evitandogli punizioni eccessive e proteggendolo dalla possibilità che venga egli stesso ucciso:

«“Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!”. Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato» (Gn 4,15-16).

Ciò che il racconto biblico ci può insegnare è l’importanza del fatto che la gelosia venga tollerata, integrata dentro di sé ed eventualmente utilizzata come spinta per agire al meglio: per fare ciò il bambino deve poter disporre di esperienze soddisfacenti che gratifichino il suo bisogno di sentirsi amato, di uno strumento come l’immaginazione affinché
possa esprimere la propria rabbia senza pericolo, della capacità di identificarsi con l’altro ed infine della possibilità di scoprire il piacere legato alla condivisione (Scalisi, 1995). In tutto questo il contesto familiare gioca il suo ruolo: «compito dei genitori è di accogliere e trasformare questa emozione forte, intensa, spesso dolorosa, consentendo a ciascun figlio di superare la sua gelosia. Riuscire a riconoscere e a capire le inquietudini del bambino significa non solo testimoniargli disponibilità emotiva, ma fargli sentire che il papà e la mamma gli vogliono bene anche quando prova sentimenti “cattivi”.

Se i genitori lasciano che il bambino esprima i pensieri e gli stati d’animo e lo rispettano, il figlio si sentirà accettato e riuscirà a trasformare l’ascolto del suo mondo interiore in un’esperienza maturativa» (Capodieci, 2003 p. 295). Talvolta invece accade che al bambino è impedito di vivere la sua gelosia allora essa rimane «un nucleo cristallizzato che si ripresenta spesso nel corso della vita in maniera ossessiva e fortemente ansiogena» (Scalisi, 1995 p. 43). Nei “Colloqui con i genitori” (1993),

Winnicott sostiene che la sfortuna delle persone molto gelose è che non hanno mai avuto una vera possibilità di mostrare la propria gelosia, rabbia e aggressività quando ciò sarebbe stato giusto e controllabile. Questo ha impedito loro di superare la fase della gelosia e di uscirne come la maggior parte dei bambini: la gelosia si è incastrata dentro di loro e il vero motivo
della gelosia è andato perduto; così ora queste persone trovano continuamente motivi sbagliati per cui essere gelose, e sostengono che sono giustificate.

«“Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!”. Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato» (Gn 4,15-16).

Ciò che il racconto biblico ci può insegnare è l’importanza del fatto che la gelosia venga tollerata, integrata dentro di sé ed eventualmente utilizzata come spinta per agire al meglio: per fare ciò il bambino deve poter disporre di esperienze soddisfacenti che gratifichino il suo bisogno di sentirsi amato, di uno strumento come l’immaginazione affinché
possa esprimere la propria rabbia senza pericolo, della capacità di identificarsi con l’altro ed infine della possibilità di scoprire il piacere legato alla condivisione (Scalisi, 1995).

In tutto questo il contesto familiare gioca il suo ruolo: «compito dei genitori è di accogliere e trasformare questa emozione forte, intensa, spesso dolorosa, consentendo a ciascun figlio di superare la sua gelosia. Riuscire a riconoscere e a capire le inquietudini del bambino significa non solo testimoniargli disponibilità emotiva, ma fargli sentire che il papà e la mamma gli
vogliono bene anche quando prova sentimenti “cattivi”. Se i genitori lasciano che il bambino esprima i pensieri e gli stati d’animo e lo rispettano, il figlio si sentirà accettato e riuscirà a trasformare l’ascolto del suo mondo interiore in un’esperienza maturativa» (Capodieci, 2003 p. 295).

Talvolta invece accade che al bambino è impedito di vivere la sua gelosia allora essa rimane «un nucleo cristallizzato che si ripresenta spesso nel corso della vita in maniera ossessiva e fortemente ansiogena» (Scalisi, 1995 p. 43). Nei “Colloqui con i genitori” (1993),

Winnicott sostiene che la sfortuna delle persone molto gelose è che non hanno mai avuto una vera possibilità di mostrare la propria gelosia, rabbia e aggressività quando ciò sarebbe stato giusto e controllabile. Questo ha impedito loro di superare la fase della gelosia e di uscirne come la maggior parte dei bambini: la gelosia si è incastrata dentro di loro e il vero motivo
della gelosia è andato perduto; così ora queste persone trovano continuamente motivi sbagliati per cui essere gelose, e sostengono che sono giustificate.

di Valentina Donnari