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Etnopsichiatria: quando il disturbo psicologico dipende dalla cultura

Che cos’è l’etnopsichiatria, una definizione

L’etnopsichiatria ha messo in evidenza l’esistenza di disturbi etnici, ovvero manifestazioni psicopatologiche proprie di una cultura, la quale intervenendo su un conflitto psichico individuale determina che la sua espressione si adatti e sia conforme alla sua organizzazione.

Devereux (1978), ponendo le basi di questa disciplina, auspica a una teoria generale della cultura in grado di spiegare quanto il mondo dell’esperienza vissuta da ogni soggetto sia influenzato dalla cultura di appartenenza (etnopsichiatria).

L’autore definisce la cultura “un sistema operativo impersonale che struttura l’apprendimento della realtà sociale da parte di individui e gruppi storicamente determinati”, può essere descritta quindi come un insieme standardizzato di difese al servizio dell’Io.

Devereux sostiene che ogni sistema culturale distilli un accomodamento preciso di queste difese da lui denominato “carattere etnico”.

Esso sarebbe sostanziato, in un insieme strutturato di valori e fenomeni che influenzano i comportamenti individuali e collettivi, la cultura agisce organizzando il modo con cui il soggetto fa esperienza del mondo, del suo corpo, dello spirito e delle emozioni, influenzando le realtà comportamentali e sociali.

Parte da qui l’impostazione metodologica di stampo etnopsichiatrico che centralizza la funzione della cultura e che individua una relazione di interdipendenza tra natura biologica, cultura e organizzazione psicologica sana e patologica.

Perché la cultura è alla spiegazione di molti disturbi

Questa istanza metodologica è stata ripresa dalla task-force raccolta intorno al DSM-IV che riconosce l’esistenza sindromi etniche,  che vengono iscritte nell’ Appendice I (APA 1994) sotto il nome di sindromi culturalmente caratterizzate (CBS).

Queste sindromi in maniera semplificata esprimono il modo peculiare con cui gli individui si ammalano in specifici contesti culturali, purtroppo etnocentrismo psichiatrico esclude da questo glossario le tipiche patologie occidentali quali i disturbi alimentari o lo shopping compulsivo, e finisce per contenere solamente il disagio irrazionale ed esotico.

Raymond Prince al riguardo racconta un aneddoto che delinea chiaramente il gap nel quale si è bloccato il pensiero psichiatrico dominante: durante una conferenza preparatoria del DSM-IV alla proposta di spostare l’anoressia nel appendice riservato ai CBS (dal momento che vi era accordo unanime che fosse una patologia culturalmente caratterizzata), uno dei redattori dell’associazione psichiatrica statunitense ha risolutamente obiettato che in fin dei conti il DSM-IV era un’iniziativa tutta americana (Prince 1991, cit. in Cimininelli, 1997).

La definizione di culture bound reactive syndrome

Tale distorsione etnocentrica (etnopsichiatria) si ripercuoterà poi sulle tecniche di ricerca e di intervento, venendo meno la possibilità di utilizzare la cultura come strumento ermeneutico per la comprensione delle patologie contemporanee. La denominazione “ sindromi culturalmente caratterizzanti” è stata sottoposta a continue rivisitazioni e precisazioni, nel 1967 Yap la definisce Culture bound reactive syndrome.

Alla parola bound è stata in seguito conferita l’accezione di “ordinata”: ordinata è per indicare in primis la prerogativa della cultura che è di creare un proprio ordine, estraendolo da qualsiasi disordine sociale, etico, religioso, psicologico e mentale.

I dispositivi culturali fondano sistemi nosologici coerenti e ordinati, fatti di principi ideologici che diventano il sapere condiviso dall’intera popolazione.

L’ordine lo si ritrova anche nel potere prescrittivo esercitato dai sistemi culturali che determina le modalità di generazione e di presentazione di ogni accadimento morboso.

L’approccio più fecondo dal quale partire per contestualizzare e interpretare correttamente le CBS proviene ancora dagli studi di Deveroux che ha postulato la sussistenza di un “inconscio etnico” da lui definito come una parte dell’inconscio che l’individuo condivide con la maggioranza dei membri della sua cultura, che si trasmette in maniera trans-generazionale attraverso una sorta di insegnamento che viene in seguito occultato dai processi di rimozione  (Cardamone, etc., 1999).

Una conferma di questa teoria, che vede la patologia derivare dall’interscambio all’interno di uno spazio sociale e culturale, arriva più recentemente con Brodwin che ha coniato il termine “vocabolario dei sintomi”.

Quando i disturbi psicologici si tramandano di generazione in generazione secondo l’Etnopsichiatria

Attraverso i risultati di alcune ricerche sulla trasmissibilità  dei disturbi intrafamigliari emerge il dato sorprendente che l’ereditarietà  non interessa solo le note malattie genetiche, ma anche quei sintomi più sfumati scambiati nelle comunicazioni informali tra i membri della famiglia; questo modellamento sociale si concretizza attraverso le modalità linguistiche ricorrenti  usate per esprimere il disagio.

È quindi chiaro come l’atto del soffrire trascende il singolo per diventare ad ogni passaggio esperienza sociale, all’interno del quale gli schemi comunicativi del malessere danno ragione alle logiche che a livello pubblico definiscono e prescrivono l’esternazione del dolore (Auge, 1986). L’ipotesi che si fa strada con Devereux è  che tutti i membri di una cultura condividano un certo numero di pulsioni e di conflitti in grado di attivare l’intervento di  specifici dispositivi culturali (qualora non sia possibile governarli con mezzi difensivi di tipo psicologico).

Tali strumenti regolano l’espressione dei problemi soggettivi che assumono forme stereotipate istituzionalizzate e controllate culturalmente. Devereux raccoglie queste variegate entità sindromiche sotto la categoria comprensiva di disturbo etnico di cui precisa le costanti di presentazione.

Quando i disturbi psicologici dipendono dalla cultura

I disturbi etnici sono strutturati e coordinati culturalmente, con una specifica denominazione; ciascuna area culturale di solito possiede uno o più disturbi di questo genere ed elabora specifiche teorie culturali riguardo la natura e la causa di questi fenomeni.

Il sistema culturale in forma diffusa popolare o sapiente, rivela precise idee sui loro sintomi, sull’evoluzione, sulla prognosi e sulle specifiche tecniche di intervento (Devereux, 2007).

Amok è una sindrome psichiatrica che esiste solo in Malesia

Ne sono un esempio gli Amok , una sindrome culturale Asiatica tipica della Malesia ma la si riscontra anche in Indonesia e Nuova Guinea, una condizione temporanea di furia violenta e omicida. L’esordio di questa esplosione violenta è determinato da un’offesa ricevuta e vissuta come intollerabile: il soggetto che ne è colpito dopo una breve fase di ritiro relazionale, aggredisce da prima i famigliari e poi gli estranei, in una crescente incontrollabile furia omicida. Nell’eccesso di violenza, il soggetto corre velocissimo per strade e campi per poi accasciarsi esaurito, l’episodio è seguito da totale amnesia; il grido Amok! Amok! divenne presto un segnale socialmente riconosciuto tale da determinare nella popolazione un’immediata allerta similmente a quanto accade nell’udire il suono di una sirena d’allarme.

La diffusione della pratica di Amok  fu tale da influenzare persino la tecnologia malese rivoluzionando le armi, le semplici lance non bastavano per fermare il corridore impazzito, che nell’impeto omicida si portava avanti perforandosi da parte a parte pur di avvicinarsi alla vittima e mettere a termine il suo delirio omicida, perciò i Malesi erano giunti a costruire bastoni biforcuti che impedivano all’ Amok di avvicinarsi.

Le autorità avevano posizionato queste lance negli angoli della città allo scopo di permettere alla popolazione di bloccare gli Amok senza doversi avvicinare troppo.

Questo tipo di manifestazione psicotica è al mondo occidentale estranea, infatti, in ogni disturbo etnico la struttura del comportamento dell’individuo anormale, non è solo conforme a quanto la società si aspetta, ma allo stesso tempo totalmente estraneo alla manifestazione della follia di un’altra cultura.

Se la sintomatologia delle psicopatologie etniche quadra cosi adeguatamente con le esigenze di una determinata società e non un’altra, dipende soprattutto dai pregiudizi convenzionali sulla pazzia che la reggono e che riflettono la natura specifica dei conflitti prevalenti di quella determinata civiltà (pregiudizi determinati  dalle difese da essa fornite per combattere i conflitti e le pulsioni culturalmente condannanti).

Il disturbo in etnopsichiatria forma una struttura coerente che è inalterata nel corso della sua evoluzione. Tale coerenza determina specifici piani di corrispondenza tra fattori casuali, fattori precipitanti e agenti risolutivi; è così altamente specifico da determinare che il Malese in virtù dei suoi conflitti personali e la natura della sua cultura, placherà le sue tensioni divenendo corridore di Amok, la dove una adolescente occidentale potrebbe ingurgitare grandi quantità di cibo per poi eliminarla attraverso vomito auto indotto.

Questa convergenza tra:  stati di tensione tipici di una determinata cultura insieme alle difese che essa fornisce a tali tensioni, e le modalità socialmente convenzionali per esprimere il proprio malessere, potrebbe far luce su alcuni dati importanti.

La sindrome ossessiva ed i rituali compulsivi non si verificavano nei Mohave

L’estrema rarità se non addirittura l’assenza di una sindrome in una determinata società, nella quale invece proliferano sindromi assenti in altre realtà, e la variazione dell’incidenza di varie sindromi in funzione dell’ambiente culturale; infatti, l’attuale psichiatria occidentale raramente potrà imbattersi nella “grande isteria” che proliferava ai tempi di Freud, al tempo stesso i Mohave risultavano incapaci di comprendere la rimuginazione ossessiva e i rituali compulsivi. L’origine dei disturbi etnici è nei traumi idiosincratici ma che sono  sufficientemente diffusi in una determinata cultura, la cultura fissa la tipologia, l’intensità e la gravità dei traumi che possono giustificare l’insorgere di quella determinata sindrome, non appena la frequenza di determinati agenti stressanti e  la loro intensità supera una determinata soglia, la società è costretta a regolamentarli e a munirsi di difese per fronteggiarli e una di queste sarà proprio l’elaborazione di sintomi-modello, i quali permettono di esteriorizzare i disturbi in forme standardizzate, rendendoli così più facilmente controllabili attraverso la produzione di un comportamento malato prevedibile.

È chiara quindi l’intricata plasticità drammaturgica del fenomeno psicopatologico che si evidenzia nella rete di influenzamento ed interdipendenza tra il disturbo, il suo attore sociale designato e il contesto socioculturale (etnopsichiatria, Linton, 1973).

Questo articolo di etnopsichiatria è di Alice Maggini

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