Il concetto di sè e la costruzione dell’identità secondo Kohut

Articolo di Olga Pagano

Il concetto di sé per Kohut si collega al disturbo narcisistico presente in alcune persone, le quali non hanno potuto sperimentare situazioni di attaccamento con le figure genitoriali responsive e in grado di prospettare loro una crescita organica del sé, da una parte e dell’Io dall’altra.

Si sviluppano quindi persone con un deficit, con una scarsa capacità empatica nelle relazioni interpersonali, insieme ad un grandioso senso del sé che, il più delle volte, nasconde un senso di vuoto e di inferiorità.

Ma, al di là di questi dati diagnostici, la teoria del sé, oltre ad occuparsi di relazioni oggettuali, sviluppa un filone interessante per quanto riguarda la costruzione di una propria identità personale, frutto di processi di sviluppo che fanno parte della anamnesi di ogni singolo soggetto.

E allora, come Mezirow ha sempre sostenuto, la trasformazione di ciò che è parte di noi avviene nel tempo e secondo una prospettiva disorientante (“dilemma disorientante”), qualcosa che scuote il soggetto e che lo riporta ad un “nuovo inizio” e da lì riprende il suo cammino.

Il ripristino ad uno stadio “precedente” permette al soggetto di ri-proporsi a sé e all’ambiente circostante secondo una prospettiva diversa.

Ad esempio, un soggetto traumatizzato può, se non opportunamente sostenuto nella rielaborazione del trauma(Counselor, Educatore, Psicoterapeuta), non essere in grado di affrontare, nel corso della propria vita, i passaggi più cruciali (Adolescenza, adultità, prime esperienze sentimentali, matrimonio, nascita dei figli….) e perdersi nel gestire queste fasi dell’arco di vita.

Allo stesso modo può capitare che un adulto, che non abbia potuto consolidare le proprie capacità di assimilazione di nuove conoscenze tramite percorsi di apprendimento, possa poi necessitare di un aiuto nel tentativo di trasformare i livelli di apprendimento sino a quel momento introiettati, in processi realmente trasformativi di sé come individuo, nonché rispetto alle proprie scelte professionalizzanti.

Reintegrarsi alla luce di nuove competenze

È secondo questa prospettiva che il percorso di un individuo prende corpo, ovvero tramite la conoscibilità del proprio mondo interno che risulta sempre in contatto con l’ambiente e con le esperienze di cui lo stesso (ambiente) è intriso.

Si tratta dunque di declinare le proprie competenze, di apprendimento e non, nei confronti di una realtà circostante in continuo cambiamento.

L’adultità è di per sé una fase circoscritta ma in cui riemergono pilastri fondamentali del nostro passato, del nostro presente e del nostro futuro.

Organizzare il proprio processo formativo non è affatto banale. La Psicologia cognitiva, ad esempio, con Bruner ha dato sostanza al pensiero contemplativo, a quel tipo di pensiero che porta il soggetto a porre attenzione ai processi cognitivi (chiarificazione, riformulazione di dati di partenza, ecc….) ma non solo, ha posto interrogativi importanti, su come sia possibile attingere e far proprie certe informazioni presenti nella realtà esterna, assimilandole e facendole proprie.

Questo processo è di per sé un processo trasformativo, se visto in chiave critica, ovvero se mi rendo conto che i contenuti appresi vanno a rivisitare ciò che è dentro di me, o meglio ancora, il modo in cui riesco a percepire e a costruire nuovi modelli di una stessa realtà.

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