La relazione tra fratelli in adolescenza

fratelli-adolescenzaÈ alquanto nota l’idea che la fase adolescenziale sia un periodo di innumerevoli cambiamenti, non soltanto da un punto di vista corporeo, con il raggiungimento della maturità sessuale, ma anche da un punto di vista psichico, in relazione al processo di acquisizione di un’identità sempre più definita.

Secondo Petri anche l’amore fraterno, afferrato dai vortici di questa fase evolutiva, si trasforma: «il mutamento dell’identificazione in partecipazione segna il passaggio dall’amore fraterno di tipo infantile in amore adulto» (Petri, 1994 p. 65); questo cambiamento è reso possibile dal fatto che le differenze di età e il vantaggio nello sviluppo finalmente si appianano nella direzione di una maggiore parità (Petri, 1994). «Nella pubertà e nell’adolescenza la partecipazione fraterna non significa solamente condivisione e integrazione attraverso l’armonioso scambio di affinità e diversità nella strutturazione della vita esteriore; essa dischiude anche il mondo interiore dell’altro, in un’intimità mai raggiunta fino a quel momento» (Petri, 1994 p. 67).

Inoltre, in questa fase, la relazione fraterna si sviluppa a tal punto da consentire l’accesso ad un nuovo personaggio, il partner del fratello, che ancora una volta pone una sfida psicologica importante al soggetto, quella di doversi separare dall’amato fratello (Petri, 1994).

Nondimeno, però, il rapporto con la fratria è minacciato da due pericoli: l’esclusione e l’aggrappamento. È ormai noto che, per rafforzare la propria identità, l’adolescente abbia bisogno di “sbarazzarsi” del precostituito ordine dei valori dei genitori e della società, e che nel far ciò debba operare anche una delimitazione nei confronti dei fratelli visti come «catene
che legano alle vecchie strutture familiari» (Petri, 1994 p. 57).

Mentre precedentemente il bambino si era adattato al nuovo contesto scolastico, non pienamente conformato ai suoi bisogni e non garantito in modo completo dalle attenzioni dei genitori, facendo riferimento al “serbatoio” di insegnamenti ed esperienze familiari, «[ora] è [proprio] a quel serbatoio – riempito anche di relazioni fraterne – che l’adolescente si rifiuta di
attingere» (Capodieci, 2003 p. 147). Per compiere le sue scelte, egli necessita di fare “piazza pulita” dei riferimenti del passato, per rivolgersi piuttosto al mondo dei coetanei, nell’ambito del quale ci si sostiene reciprocamente e si apprende dalle esperienze altrui (Capodieci, 2003). In un indagine sulla condizione giovanile Capodieci e i suoi collaboratori (1991) hanno in effetti riscontrato che, per quanto il rapporto fraterno possa essere importante nella fase adolescenziale, esso lo è in misura minore rispetto alla relazione confidenziale, che si sviluppa con gli amici o con il partner.

Il livello di confidenzialità era più alto nelle coppie di sorelle (24,8%) rispetto alle coppie di fratelli (17,1%) e lo era ancora di più se messo in relazione alle coppie fratello-sorella, infatti, i fratelli che sceglievano come confidente la sorella rappresentavano solo il 14,6% del campione, viceversa le sorelle che si confidavano con il fratello ne costituivano soltanto
il 9,1%.

Secondo Petri (1994) questo distacco dalla famiglia, compresi gli stessi fratelli, può comportare delle vere e proprie esperienze di esclusione, che generano delusioni, offese ed equivoci, che diventano tanto più durevoli, quanto più la relazione è minacciata da conflitti tipici di altre fasi: sotto l’influsso delle aspettative genitoriali la completa maturazione di alcune qualità, che possono riguardare tanto l’aspetto esteriore, quanto la sfera intellettuale, può portare, in una valutazione comparativa, a sperimentare sentimenti di rivalità, invidia e gelosia.

Una situazione, opposta alla precedente, implica il rischio di aggrapparsi all’altro, sulla base di «bisogni di protezione e di intimità di tipo regressivo» (Petri, 1994 p. 58): ne deriva un’incapacità di condurre autonomamente la propria vita, che unisce i due fratelli in un amore patologico.

Gli studi condotti da Buhrmester e Furman (1987; 1990) sul rapporto fra fratelli durante la preadolescenza e l’adolescenza, hanno messo in evidenza che il più alto livello di intimità del legame fraterno si realizza nelle coppie dello stesso sesso rispetto a quelle composte da fratello e sorella, e che una conflittualità maggiore riguarda le coppie con
pochi anni di differenza, in concomitanza col fatto che il rapporto diventa sempre più paritario. Tendenzialmente, secondo i fratelli più piccoli la rivalità raggiunge il suo acme durante la prima fase dell’adolescenza per poi decadere successivamente, mentre i maggiori sostengono il permanere di una conflittualità di base per tutto il periodo; entrambi concordano sul fatto che alla fine di questa fase minore è l’intensità, il coinvolgimento nella relazione, nonché la quantità di tempo che ad essa di dedica (Capodieci, 2003).

Anche gli studi retrospettivi, condotti da Cicirelli (1995) sono in linea col fatto che le qualità positive della relazione (il piacere di stare insieme, la fiducia, la confidenza, la comprensione) declinino decisamente in questa fase, per poi riaffiorare in
età adulta, viceversa per quel che riguarda gli aspetti negativi (litigi, competitività, rivalità e antagonismo) che sono più marcati in questa fase per poi decrescere successivamente.

Questa tendenza è più evidente nel rapporto fra sorelle, molto meno in quello fra fratelli e di livello intermedio tra un fratello e una sorella; i soggetti attribuiscono allo sconvolgimento portato dall’età adolescenziale la causa del cambiamento della relazione in questa fase della loro vita (Capodieci, 2003).

Lungi dal considerare il rapporto fra fratelli in maniera idealizzata, in quanto basato sull’affetto e sul prendersi cura, bisogna tener conto del fatto che la conflittualità è una componente importante della relazione, che a volte rimane presente per tutta la vita: i litigi possono riguardare il disaccordo su ciò che è vero, su quello che bisognerebbe fare, su chi è il migliore, su chi sia il proprietario di certi oggetti o di un particolare “territorio”, aspetto quest’ultimo molto rilevante in questa fascia di età, e così via.

I conflitti possono arrivare a una conclusione temporanea o permanente che può essere costruttiva o distruttiva per la relazione: in un caso le parti si impegnano a raggiungere un accordo, o comunque cercano di rispettare la posizione del fratello, nell’altro uno di loro può arrivare ad imporre il suo punto di vista con la forza, attraverso l’uso dell’aggressività e della violenza (Capodieci, 2003).

Nella fase adolescenziale anche la rivalità risulta una componente significativa del rapporto fraterno, la quale consente di soppesare meglio i concetti di superiorità e inferiorità, con conseguenze importanti sulla personalità
(Capodieci, 2003). Ad esempio la rivalità incide sul raggiungimento di alcuni risultati, infatti, un fratello minore, può trovarsi in difficoltà nell’affermarsi in un determinato settore, nel momento in cui si confronta con i risultati del maggiore (Capodieci, 2003).

Nondimeno la rivalità può manifestarsi anche nel campo particolarmente sensibile della sessualità: i fratelli maschi possono vantarsi delle forme e delle dimensioni del corpo, oltre che delle esperienze con l’altro sesso, viceversa le sorelle ostentano il loro coinvolgimento con persone che reputano molto più affascinanti dei loro fratelli (Capodieci, 2003). Infine, la rivalità esercita degli effetti sulle relazioni sociali: molto spesso, quando i fratelli più piccoli vengono esclusi dal gruppo di amicizie del fratello maggiore, essi si sentono non voluti e non amati; se i loro sentimenti non vengono adeguatamente compensati da altri atteggiamenti dei fratelli, il vissuto di rifiuto tenderà a permanere per tutta la vita (Capodieci, 2003).

Secondo Petri (1994) la rivalità fraterna può essere dovuta ad una serie di fattori che riguardano tanto il contesto sociale più esteso, quanto il più piccolo ambiente familiare, nonché le singole caratteristiche individuali. Esistono situazioni sociali
particolarmente svantaggiate nel senso della povertà, della disoccupazione, della malattia, della persecuzione e così via, che producono una condizione definita «insicurezzastrutturale»: essa «genera ingiustizia, disarmonia, sfiducia e disperazione» (Petri, 1994 p. 122).

Quando due fratelli devono affrontare questi tipi di difficoltà, il loro amore viene duramente messo alla prova dal caos esterno e lo stesso discorso si può fare in tutte quelle situazioni familiari, in cui i genitori cercano di colmare un certo squilibrio, legando a sé in modo particolare uno dei figli: due sono i ruoli che vengono comunemente attribuiti ai
figli, quello di sostituto del partner e la parentificazione (Petri, 1994). Il primo caso può verificarsi quando il partner viene a mancare per morte o separazione, oppure nel momento in cui si verifica un crollo all’interno della relazione, inoltre nelle famiglie caratterizzate da una relazione genitoriale disturbata e in cui ci sono sia un figlio che una figlia si possono formare dei legami incrociati, che distruggono l’equilibrio familiare e danneggiano l’amore fraterno (Petri, 1994).

«Sono le aspettative idealizzanti nei confronti del sostituto del partner che spaccano la relazione fra fratelli. Infatti in esse viene stabilito chi tra i figli sia in realtà “il prediletto”. Soprattutto nelle condizioni di insicurezza strutturale il figlio prescelto assume quel ruolo, perché ciò garantisce tutti i vantaggidell’essere favorito e aiuta a compensare i deficit in altri ambiti. Dall’aggrapparsi emotivamente da parte di un genitore al sostituto del partner deriva quasi automaticamente l’indifferenza o addirittura l’esclusione degli altri fratelli, perché essi disturbano “la relazione amorosa”. Si comprende facilmente che gelosia, invidia rivalità e odio vengano particolarmente fomentati da queste costellazioni e possano scatenarsi violentemente tra i fratelli» (Petri, 1994 p. 123).

Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda il ruolo delle differenze individuali che si riferiscono tanto a caratteristiche fisiche come l’aspetto, la forza, l’altezza, tanto ad aspetti psicologici e sociali come l’intelligenza, le doti naturali, il successo, la popolarità.

È ovvio che il confronto su questi aspetti assuma un’importanza centrale per la regolazione della propria autostima, perché è attraverso questo continuo interscambio con il mondo esterno, che il soggetto può costruire sé stesso. Ovviamente più qualcuno resta svantaggiato rispetto all’altro più violenta sarà la lotta per la rivalità: questo fatto è tanto più vero quanto più sono in ballo le caratteristiche che si riferiscono all’attrattiva esteriore, perché esse costituiscono il cemento del narcisismo, suscitando più reazioni nell’ambiente circostante, mentre le differenze intellettuali e quelle nelle doti individuali possono essere più facilmente compensate ed equilibrate (Petri, 1994).

Prima ancora che i sentimenti distruttivi esplodano, la relazione fraterna sembrerebbe essere caratterizzata da una certa ambivalenza: da una parte il fratello viene idealizzato e ammirato, dall’altra cresce la rabbia per i privilegi di cui egli può godere (Petri, 1994).

Dunque, secondo Petri, alla base delle inimicizie fra fratelli ci sarebbero l’ingiustizia, lo svantaggio, l’iniqua distribuzione di opportunità, che talvolta possono perpetuarsi oltre le mura domestiche, a causa di altre determinanti influenze personali e
sociali: insegnanti, educatori, amici, istituzioni e così via molto spesso possono privilegiare un fratello a discapito dell’altro, favorendo lo sviluppo di rivalità (Petri, 1994).

Nella sua riflessione sulla pulsione gregaria il maestro della psicoanalisi, Sigmund Freud, ha sostenuto che il sentimento collettivo deriva dall’invidia originaria, quella provata dal bambino nei confronti del fratellino: senza dubbio «il bambino più grande vorrebbe allontanare gelosamente quello venuto dopo, tenerlo lontano dai genitori e privarlo di tutti i diritti, ma di fronte al fatto che questo bambino – come tutti i successivi –viene amato allo stesso modo da parte dei genitori e data l’impossibilità di mantenere il suo atteggiamento ostile senza danni per sé, egli è costretto ad identificarsi con gli altri bambini e nello stuolo dei bambini si forma un sentimento collettivo o comunitario che si sviluppa ulteriormente nella scuola. La prima esigenza di questa formazione reattiva è un’esigenza di giustizia, di trattamento uguale per tutti. […]

Nessuno deve voler emergere, ognuno deve voler essere e avere ciò che sono e hanno gli altri. “Giustizia sociale” significa che
non consentiamo a noi stessi molte cose affinché anche gli altri debbano rinunciarvi o, ciò che è lo stesso, affinché non possano aspirarvi» (Freud, 1930 pp.68-69).

Questa interpretazione, successivamente soppiantata dalla teoria dualistica sulle pulsioni di vita e di morte, ha riscosso molto seguito al di fuori dell’edificio psicoanalitico nell’ambito di quelle correnti di pensiero che hanno visto nell’invidia il motore del comunismo e della democrazia (Giusti e Frandina, 2007).

D’altro canto, altri autori non sembrano condividere il pensiero freudiano: ad esempio Alberoni (2000) sostiene che il senso di giustizia debba far riferimento ad altri criteri oltre quello dell’uguaglianza, in quanto essa esige una riflessione in cui bisogna tener conto di molte realtà diverse, andando oltre la propria soggettività e i suoi desideri immediati.

di Valentina Donnari