Resilienza: definizione in psicologia

Definizioni e caratteristiche della resilienza

Riflettere sui molteplici approcci sottesi alla resilienza è il punto di partenza dal quale procedere per una comprensione del fenomeno. Nella letteratura specialistica si incontrano differenti definizioni e approcci alla resilienza, la maggior parte derivanti dal mondo anglosassone: – La resilienza è un fenomeno manifestato da soggetti giovani che evolvono favorevolmente, nonostante abbiano subito una forma di stress che nella popolazione generale è conosciuta come comportante un rischio serio di conseguenze sfavorevoli (Rutter, 1993). – Si ammette, generalmente, che c’è resilienza quando un bambino mostra delle risposte moderate e accettate, nonostante sia sottomesso, da parte del suo contesto, a stimoli conosciuti come nocivi (Goodyer,1995) –

resilienza

La resilienza è la capacità che un soggetto ha di superare circostanze singolari di difficoltà, grazie alle sue qualità mentali, di comportamento e di adattamento (Kreisler, 1996). –

La resilienza è la capacità di riunire in modo accettabile, a dispetto di uno stress o di un’avversità che
comporta, normalmente, il rischio grave di uno sbocco negativo (Vanistendael,1996). Non esistono ancora definizioni condivise e consensuali. L’importanza di una lettura e riflessione sulle definizioni di resilienza deriva dall’approccio che ad essa può essere sotteso e che permette di collocarsi nel dibattito scientifico, di desumere paradigmi, modelli culturali, sociali e educativi. Se ne propone una declinazione che si situa a un crocevia epistemologico, integrando apporti e teorie psicoanalitiche, di sviluppo, comportamentali, che impregnano gli approcci clinici, psicopatologici e socioeducativi contemporanei.

Secondo Anaut (2003), Università Lumière Lyon, le definizioni della resilienza, nella letteratura scientifica, rimandano a due tipi di reazioni di adattamento: lo sviluppo normale a dispetto del rischio e la rinascita dopo aver subito un trauma. La resilienza designa l’arte di adattarsi a situazioni avverse (condizioni biologiche e sociopsicologiche) e di sviluppare capacità collegate sia a risorse interne (intrapsichiche), sia esterne (ambientali, sociali, affettive), che permettono una buona costruzione psichica e un buon inserimento sociale.

Per gli psicoanalisti e i clinici che si riferiscono alla meta psicologia freudiana, gli attacchi traumatici sono il preambolo alla nascita di un processo di resilienza che si riferisce, prima di tutto, all’attitudine di un soggetto a superare e trasformare il trauma. Cyrulnik (2001) ricorda che la resilienza in psicologia è spesso definita come la capacità di riuscire a vivere e svilupparsi positivamente, in modo socialmente accettabile, a dispetto di uno stress o di una avversità che comporta un rischio grave di un risultato negativo.

La resilienza si riferisce a un processo complesso risultante da un’interazione tra la persona e il suo ambiente. Egli precisa che, per esistere resilienza, occorre che sia avvenuto un confronto con il trauma o con il contesto traumatico, e occorre un percorso di rivisitazione della propria storia, non in chiave autobiografica ma attraverso azioni
educative, incontri, scambi, occasioni di crescita. Il percorso può essere molto lungo e può richiedere molto tempo. Può accadere che la persona si accorga di essere resiliente sul finire della sua vita. Questo può riunire i ricercatori di orientamento psicoanalitico che considerano il trauma l’agente di resilienza. Secondo questa prospettiva, De Tychey
(2001) indica che sembra esistere un consenso per definire la resilienza, come la capacità che l’individuo ha di costruirsi e vivere in maniera soddisfacente malgrado le situazioni traumatiche con le quali si confronta.

Dall’analisi della letteratura una componente che sembra essere essenziale, nel percorso di resilienza, è l’incontro con la parte ferita, che ha subito un trauma e dunque con le persone, le situazioni e i contesti che la riguardano. Non si tratta di avviare azioni di costrizione della resilienza formando dei professionisti atti a costruire resilienza o percorsi specifici, ma di essere consapevoli che occorrerà trovare modi per aiutare la persona o il gruppo a camminare su un doppio binario: il mondo interiore del trauma e le risorse, le competenze, le abilità che
nonostante tutto si sono costruite. Le due azioni non si sviluppano necessariamente nel medesimo tempo, così come, ad esempio, la richiesta di confronto sulla propria situazione familiare, sulla propria storia, può essere prematura e creare maggiori difficoltà.

Potrebbe essere utile spostare l’attenzione sull’acquisizione di competenze, sulla proposta di esperienze gratificanti e positive per chi in quel momento vive una condizione difficile. La dimensione della vulnerabilità e del trauma deve fare i conti con la possibilità di una sua trasformazione e viceversa.

La capacità di riuscire a svilupparsi positivamente e la messa in atto di risorse interiori ed esteriori attraverso il sostegno culturale e sociale necessariamente incontra, si scontra, dialoga, interroga il trauma.

“La più grave e cattiva violenza che possa esistere è quella che ferisce l’anima, la mente” scrive Sturiale (1977) in alcuni suoi scritti e poesie. (Alice Sturiale era una bimba colpita fin dalla nascita da una malattia congenita che le impediva di camminare; mori improvvisamente la mattina del 20 febbraio 1996 sul suo banco di scuola). La
ferita prodotta nell’anima è il più delle volte invisibile: lacera, blocca e paralizza.

L’evento traumatico spesso rimane nel ricordo e non amiamo esplicitarlo, perché spaventoso, nascosto nel profondo del nostro intimo, non semplice da condividere con coloro che non l’hanno vissuto. La sofferenza prodotta ci può invadere, le parole sono difficili da pronunciare e forse ciò che emerge non è la parte più dolorosa.

Passerà molto tempo prima che il bambino ferito, divenuto adulto, guardando il proprio passato, possa rendersi conto del suo riscatto. Lo testimoniano le narrazioni di molti sopravvissuti a condizioni estreme, quali ad esempio l’aver trascorso un periodo della propria vita in campi di concentramento; il racconto, la testimonianza, avviene
solitamente dopo molto tempo dall’evento traumatico. Lungo è il periodo di silenzio.

Quando si riesce a trasformare in dialogo, in racconto e in apprendimento un’esperienza difficile, si dà senso alla sofferenza, comprendendo, a distanza di anni, come si è riusciti a trasformare il dolore. Secondo Cyrulnik (1999), due sono le parole chiave che permettono di osservare e comprendere il processo di chi ha superato un trauma nel
momento in cui riguarda il suo passato: resilienza e ossimoro.

L’ossimoro, è una figura retorica che consiste nel riunire due termini contraddittori in una stessa espressione.
L’esempio forse più celebre è “L’oscura chiarezza”, di Corneille. L’ossimoro, secondo Cyrulnik, mette in evidenza il contrasto di colui che, subito un duro colpo, vi si adatta secondo la scissione. Una parte della personalità, meglio protetta, ancora intatta e forse nascosta, ricerca tutto ciò che le permette di trovare la forza di vivere; l’altra parte,
quella che ha subito il colpo, si necrotizza. L’ossimoro diviene caratteristico di una personalità ferita ma resistente, sofferente ma desiderosa di sperare ancora.

Nel caos dell’esistenza, secondo Cyrulnik (1999), un bambino attiva una serie di meccanismi di difesa interna quali:

  • La scissione, quando l’Io si divide in una parte socialmente accettata e in un’altra più nascosta che può esprimersi per vie indirette inaspettate.
  • La negazione, che consente di banalizzare una ferita dolorosa o di non vedere una realtà pericolosa. – Il fantasticare, che permette di sognare quando la realtà è triste, di immaginare luoghi meravigliosi. Dalla lettura di alcune testimonianze emerge, in modo chiaro, questa caratteristica. Alcuni sopravvissuti ai campi di sterminio raccontano le notti intere a sognare pranzi succulenti. – L’intellettualizzazione permette di prendere le distanze da situazioni e relazioni troppo coinvolgenti.
  • L’astrazione permette di dominare o di evitare l’avversario attraverso la ricerca di leggi generali. – L’umorismo è capace di trasformare una situazione pesante in euforia.
  • Il celebre film di Roberto Benigni, La vita è bella
    (1998), illustra la funzione protettrice dell’umorismo, che permette di trasformare una situazione limite in una sostenibile.

Ossimoro e resilienza sono utilizzati da Cyrulnik per indicare le caratteristiche della persona resiliente.

I meccanismi di difesa assumono una funzione protettrice. Le sofferenze costringono a trasformare e a sperare di
cambiare lo sguardo sulla realtà. La resilienza è un processo naturale che spinge l’individuo a relazionarsi con l’ambiente ecologico, affettivo, verbale. Se soltanto uno di questi ambienti dovesse venire meno, il processo si bloccherebbe. Se invece trovasse anche un solo punto di appoggio, la costruzione riprenderebbe.

Al momento del trauma, l’attenzione è focalizzata sulla ferita. E’ possibile parlare di resilienza solo molto tempo
dopo, quando l’adulto riconoscerà il trauma subito. Tale constatazione, secondo Cyrulnik, porta a una modalità di approccio alla resilienza solo retrospettiva, in cui si osserva il fenomeno solo in termini di riparazione sociale, senza preoccuparsi di comprendere cosa accade nell’ intimo di questo adulto, nonostante tutto realizzato.

E’ necessario, dunque, affrontare il problema secondo i suoi due aspetti:

  • Esteriore, in cui anche attraverso i frequenti casi di resilienza si dimostra che è possibile superare i traumi;
  • Interiore, analizzando la persona in cui l’Io adotta la struttura di un ossimoro che rivela la divisione interiore dell’uomo ferito.

A proposito di resilienza, tutti gli specialisti concordano sul fatto che essa possiede due caratteristiche: comporta l’aver subito un trauma o una situazione ad alto rischio di disfunzione, e ha una funzione non patologica. Per quanto concerne una definizione di questo secondo aspetto, appaiono numerose differenze e difficoltà.

Secondo Lecomte (2002), non vi è ancora un consenso per affermare che la resilienza corrisponda a un tratto (caratteristica di personalità), a un processo, a un risultato. Egli declina alcune caratteristiche di ogni definizione, che si riferiscono rispettivamente a differenti approcci, apportando una riflessione che permette di orientarsi intorno al tema.

  • Tratto: corrisponderebbe alla resilienza dell’ego (ego resiliency). E’ dunque la capacità di adattarsi a circostanze variabili e a contingenze ambientali. Concerne l’analisi di un livello di corrispondenza tra le esigenze della situazione e le possibilità comportamentali e l’utilizzazione non rigida di un repertorio disponibile di strategie e risoluzioni dei problemi. (Block e Blok, 1980).
  • Processo: la resilienza si riferisce ad un processo dinamico che comprende l’adattamento positivo in relazione a una avversità significativa (Luthar, Cicchetti, e Becker, 2000).
  • Risultato: la resilienza si riferisce a una classe di fenomeni caratterizzati da buoni risultati a dispetto di minacce serie per l’adattamento o lo sviluppo. (Masten, 2001).

L’approccio della resilienza, in termini di tratto, deriva da un’importante corrente di ricerca iniziata da Jack Block (Block e Block, 1980) sull’ego resiliency, concetto che designa una caratteristica personale dell’individuo di cui alcuni descrittori sono: il calore, la capacità di cogliere il cuore dei problemi importanti, la valorizzazione dell’autonomia personale e la capacità di creare relazioni intime.

Questo approccio ha dato il via a una ricca corrente di ricerca, che corre però il rischio di concepire la resilienza senza riconoscere la parte vulnerabile, stabilendo una netta dicotomia tra gli individui resilienti e quelli che non lo sono. Ragione per cui Luthar, Cecchetti e Becker (2000) hanno inteso sottolineare la distinzione fra ego resiliency, che è una caratteristica di personalità, e resilienza, che è un processo dinamico che si evolve e comprende
fattori esogeni ed endogeni. L’interesse maggiore che suscita pensare la resilienza in termini di risultato è la possibilità di rendere operativo il fenomeno e di poterlo valutare.

In modo implicito o esplicito, tutti gli studi empirici sulla resilienza sono obbligati a passare attraverso la nozione di risultato. Tale approccio solleva due problemi. Rendere operativo in termini di risultati questo fenomeno non è semplice. Inoltre, esiste il rischio di fissare e circoscrivere una situazione, stabilendo, ad esempio, che una persona, una volta che ha raggiunto certi risultati, è definitivamente resiliente.

La maggior parte degli autori concordano sul fatto che la resilienza si definisce meglio in termini di processo
che di risultato (Luthar, Cecchini e Becker, 2000; Egeland, Carlson e Sroufe, 1993).

Questo autorizza a modificare la definizione di resilienza secondo lo stadio di sviluppo, considerando che esso non si restringe all’infanzia o all’adolescenza ma prosegue per tutta la vita. Il processo di resilienza è una prospettiva che esamina il ciclo di vita (life span). “La resilienza, affermava Cyrulnik nel 1999, è più che resistere, è anche imparare a vivere”.

Secondo questa prospettiva, come sottolineano Manciaux, Vanistendael, Lecomte e Cyrulnik (2001), la resilienza non è mai assoluta, totale, acquisita una volta per tutte, ma varia a seconda delle circostanze, della natura del trauma, del contesto e dello stadio di vita; si può esprimere in modo differente secondo le differenti culture. Si tratta di una risorsa che risulta da un processo dinamico durante il quale la valenza del trauma può sorpassare le capacità della persona.

Secondo Manciaux, Vanistendael, Lecomte e Cyrulnik (2001): La resilienza è la capacità, di una persona o di un gruppo, di svilupparsi positivamente, di continuare a progettare il proprio futuro, a dispetto di avvenimenti destabilizzanti, di condizioni di vita difficili, di traumi anche severi.

La definizione che gli autori danno di resilienza evidenzia che essa non riguarda solo l’individuo, ma può essere applicata anche a un gruppo umano o familiare. L’interesse verso questo concetto appare evidente: riconoscendo l’esistenza di problemi, si cerca di affrontarli in modo costruttivo, a partire da una mobilitazione delle risorse della persona e del gruppo direttamente coinvolti. Se la genetica e la biologia determinano i limiti del possibile, rimane un ampio spazio di libertà e margine di manovra per la messa in atto delle risorse personali e collettive. La resilienza, in ogni momento, è il risultato dell’interazione tra la persona e il suo ambiente, tra i suoi vissuti e il contesto di quel
momento, rispetto alla dimensione umana, politica, economica e sociale.

Tutte le definizioni insistono e convergono su due aspetti: sulla resistenza ad un trauma, a un avvenimento, a uno stress riconosciuto come serio, e su un’evoluzione soddisfacente, socialmente accettabile. Queste due dimensioni sono inseparabili dalla nozione di resilienza. Ci si chiede cosa significa evoluzione favorevole, una risposta socialmente adeguata, una risposta moderata a circostanze singolari, un rischio serio ecc.

I bambini di strada, ad esempio, sviluppano delle strategie di sopravvivenza che ne fanno dei soggetti resilienti ma al di fuori della legge sociale. Si trovano, ad esempio anche nel nostro Paese, persone resilienti che operano all’interno della legalità, ma contro valori morali comunemente ammessi.

Oltre al loro carattere relativo, a dispetto di un’apparente soggettività, queste definizioni si richiamano a dei presupposti culturali marcati a seconda della società che li esprime, a seconda dell’epoca in cui si situano: se
la resilienza è universale, e la si riscontra in più occasioni con gradi e intensità differenti, è probabilmente impossibile giungere a una definizione transculturale precisa e condivisa, poiché la definizione si modifica a seconda del contesto e del riferimento culturale.

di Paulina Szczepanczyk