Che cos’è la mindfulness: terapia e cambiamento

aprile 4th, 2019 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

Articolo di Olga Pagano

Lo stato mindfull, caratterizzato dalla capacità di osservare in maniera oggettiva e pragmatica ciò che si trova, in un dato momento, all’interno del flusso di coscienza, seppur intrinseco nel funzionamento della mente umana, non è sempre presente.

Per una mera questione di risparmio di risorse cognitive, spesso mettiamo in moto una sorta di “pilota automatico” (Farb et. al, 2007) determinato da schemi mentali ben consolidati in seguito alle esperienze pregresse, come frutto di apprendimento.

Un esempio che viene spesso utilizzato è quello dell’automobile: quando decidiamo di metterci in auto per andare al lavoro mettiamo in atto una serie di operazioni mentali e motorie che cconsentiranno di raggiungere il luogo ove siamo diretti; il ruolo della coscienza, in questo esempio, è quello di dare inizio ai singoli piani di azione (ad esempio decidere la destinazione) mentre le singole operazioni possono essere eseguite in modo automatico (cambiare le marce, svoltare a destra o sinistra ecc…), lasciandoci liberi di intrattenere una conversazione con un eventuale passeggero o fare progetti sulla giornata di lavoro che sta per iniziare.

L’esempio mostra chiaramente l’utilità adattiva del “pilota automatico” che, tuttavia, ha un rovescio della medaglia; in alcuni casi esso non consente di mettere in atto comportamenti creativi in situazioni già sperimentate a cui si risponde in maniera quasi stereotipata, adattiva ma non necessariamente funzionale.

Infatti, uno dei fattori principali, in grado di generare e mantenere uno stato di sofferenza mentale, come ansia o depressione è una specifica reazione che gli individui hanno imparato ad attivare nei confronti dei propri stati interni (Didonna, 2008); ad esempio, nei soggetti affetti da disturbi psichiatrici gravi, come la schizofrenia, le situazioni relazionali evocano schemi mentali consolidati che si manifestano ciclicamente in tutte le occasioni di socializzazione, nel paziente depresso la mente è intrappolata in una rete di pensieri
pessimistici e auto-svalutativi (ruminazione), un soggetto affetto dal disturbo ossessivo compulsivo si confronta continuamente con il contenuto del pensiero ossessivo che invade il focus della coscienza in modo indipendente dalla volontà dell’individuo che è costretto a mettere in atto le compulsioni, pena una forte ansia che può sfociare in veri e propri attacchi di panico.

Dunque, questi individui sperimentano modalità di pensiero spesso indesiderate, il loro cervello indipendentemente dalla volontà, ripercorre “solchi” mentali già sperimentati in ogni episodio acuto della patologia.

Verrebbe da interrogarsi sul perchè il cervello debba cristallizzarsi e conservare modalità di pensiero così disfunzionali (Fulton & Siegel ;Siegel 2009; 1996), secondo Siegel:

“…questi stati della mente sono in realtà finalizzati a raggiungere obiettivi altamente desiderabili, il più importante dei quali è quello di ridurre o prevenire questi stessi stati […] i vecchi abiti mentali sono ingannevoli perchè inducono a cercare di pensare a come risolvere i problemi, il che significa continuare a rimuginare sull’attuale situazione emozionale e su tutti i problemi che potranno sorgere se le cose non cambiano”.

Anche in soggetti sani, i pensieri sorgono in rapida successione e spesso in modo indipendente dalla propria volontà; il punto, quindi, non è arrestare il flusso dei pensieri ma essere in grado di disidentificarsi da essi; questo assunto è proprio alla base dei programmi basati sulla mindfulness, indipendentemente dal fatto
che questa assuma un ruolo centrale o meno all’interno della terapia.

L’efficacia della meditazione sulla salute mentale sembra essere correlata, non al cambiamento dei contenuti del pensiero (obiettivo di molti approcci psicoterapeutici occidentali), ma dalla capacità di osservare i propri pensieri da una prospettiva più decentrata e imparziale, grazie alla quale è possibile “liberarsi” dall’influenza sul comportamento di contenuti emotivi e cognitivi indesiderati.

La ruminazione rappresenta uno dei processi cognitivi più frequenti in psicopatologia in cui è implicito il giudizio dell’esperienza che attiva una sorta di loop patologico che porta il soggetto a ritornare spesso sugli stessi contenuti.

Anche se può sembrare che il soggetto stia affrontando i propri problemi rimuginandoci sopra, questo causa in realtà effetti negativi: se il problema non viene risolto, infatti, i pensieri ricorrenti alimentano il processo di ruminazione; questo provocherà il sorgere di sentimenti negativi e pensieri di auto-svalutazione sempre più intensi e lontani dalla situazione reale e sempre più dominanti rispetto alle possibili soluzioni del problema.

La mindfulness propone di invertire questi processi a spirale in cui spesso i soggetti affetti da psicopatologie si trovano invischiati.

Favorendo i processi del “lasciar essere” e “lasciare andare” si modifica alla base la relazione dei pazienti con i loro pensieri, emozioni e sensazioni fisiche, che contribuisce ad attivare e mantenere gli stati psicopatologici.

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