Paul Ekman spiegato, uno dei più influenti psicologi al mondo

Articolo di Francesca Iarusci

Paul Ekman (15 febbraio 1934), psicologo statunitense , ha conseguito il dottorato in clinical psychology dopo aver svolto un anno di tirocinio presso il Langley Porter Neuropsychiatric Institute a San Francisco. Per oltre quarant’anni, il National Institute of Mental Health (NIMH) ha sostenuto la sua ricerca attraverso borse di studio, finanziamenti e premi. Si è ritirato nel 2004 come professore di psicologia presso il Dipartimento di Psichiatria alla University of California.

Le sue ricerche sulle espressioni facciali e i movimenti corporei hanno avuto inizio nel 1954, come argomento di tesi per il suo Master nel 1955 e dalla sua prima pubblicazione nel 1957.

Nei suoi primi lavori il suo approccio era influenzato dalla semiotica e dall’etologia[1] e la sua attenzione era focalizzata sui gesti. A metà anni sessanta Ekman cominciò a interessarsi della faccia e delle emozioni, avviando una serie di cross-cultural studies sulle espressioni e la gesticolazione. In aggiunta ai suoi studi sulle emozioni e le loro espressioni lo psicologo si occupò anche di menzogna.

       “Ekman ha fornito un contributo fondamentale alla comprensione dei meccanismi di regolazione e controllo dell’espressione delle emozioni. Oggi siamo in grado di valutare il tipo di influenza che il nostro comportamento non verbale determina sugli altri e di giudicare la competenza delle persone ad inviare segnali non verbali o ad interpretarli…” [Pio E. Ricci Bitti, Università di Bologna, 2011]

Le ricerche in ambito di nonverbal behavior  sono piuttosto recenti: è da circa trent’anni che diversi ricercatori, tra i quali spicca lo stesso Paul Ekman, si occupano di questo campo di studi, convinti che i rapporti interpersonali e i loro effetti non dipendano esclusivamente dagli scambi verbali ma da diversi fattori interdipendenti quali gli elementi verbali, intenzionali, paralinguistici e cinesici prodotti dai soggetti che comunicano.

Per comprendere a pieno i lavori di Ekman si dovrebbero considerare tutte quelle condizioni della vita quotidiana in cui l’emittente cerca di tradurre le proprie intenzioni in messaggi che influenzino il ricevente. Dissimulare, mascherare, essere credibile o convincere l’altro interlocutore sono processi di uno stesso meccanismo: qualunque sia l’intenzione dell’emittente, occorre produrre un’informazione coerente e interpretabile in modo univoco dal destinatario. Spesso, sebbene le parole siano coerenti con l’intenzione dell’emittente, questi potrebbe essere tradito da un tono di voce non adeguato o da un’espressione facciale discrepante. Il destinatario del messaggio viene allora messo in guardia e, data l’incongruenza tra i sistemi comunicativi, crede che i segnali non verbali siano più attendibili delle parole. Attraverso questa mancata corrispondenza tra linguaggio verbale e non verbale è possibile scoprire segni di un’eventuale “menzogna”.

Paul Ekman ha fornito un contributo eccezionale per quanto riguarda lo studio sulle e mozioni e la loro espressione ed è noto per aver formulato, nell’ambito della sua teoria “neuro culturale”, il concetto di “regole di esibizione” o “display rules”. Queste regole sono controllate da meccanismi che, appresi durante il processo di socializzazione, interagiscono con programmi innati di espressione delle emozioni. Le display rules regolano l’esteriorizzazione delle emozioni attraverso processi di intensificazione, attenuazione, neutralizzazione o mascheramento.[2]

Lo spunto per l’inizio degli studi viene fornito a Paul Ekman da Silvan Tomkins, psicologo, teorico della personalità e ideatore della Affect Theory, teoria secondo la quale esistono solo nove emozioni, determinate biologicamente, che vengono espresse tramite dei “display” ossia degli eventi biologici: l’emozione di gioia, per esempio, può essere riconosciuta grazie alla comparsa del sorriso. Queste emozioni possono essere osservate tramite le immediate reazioni facciali che le persone hanno in seguito ad uno stimolo, generalmente prima di poter elaborare una reazione autentica allo stimolo.

Prima di Paul Ekman i due principali filoni di studi nell’ambito della ricerca sulle emozioni seguivano le teorie di Charles Darwin (1809- 1882) da un lato e Margaret Mead (1901- 1978) dall’altro.

Le emozioni hanno da sempre costituito un centro di interesse per diverse discipline come la filosofia, la retorica, la medicina e l’arte ma solo a partire dall’Ottocento sono diventate oggetto di studi scientifici.

Dopo aver a lungo riflettuto su questo tema nel 1872 Charles Darwin pubblicò “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” che ebbe immediatamente un grande successo ma venne poi dimenticato per molto tempo. In questo saggio l’autore fornisce dei dati che dimostrano che le espressioni dell’uomo, così come quelle degli animali, sono innate sono un semplice prodotto dell’evoluzione per cui molte espressioni si ritrovano invariate non solo in uomini di diversa estrazione culturale o provenienti da differenti civiltà ma anche in altri animali; il fatto che, ad esempio, l’atto del ridere sia molto simile negli scimpanzé e nell’uomo testimonia una comune origine tra le due specie.

L’interesse di Darwin per l’espressione delle emozioni era cominciato molto presto giacché si ritrovano delle annotazioni su questo argomento già nei suoi Taccuini del 1838. Negli anni successivi egli aveva osservato lo sviluppo emozionale del suo primo figlio, aveva letto pubblicazioni scientifiche sull’anatomia e la fisiologia dell’espressioni delle emozioni, aveva osservato il comportamento animale allo zoo di Londra, aveva chiesto informazioni a medici e psicologi sull’espressione normale e patologica delle emozioni e aveva inviato dei questionari a diversi corrispondenti sparsi nel mondo per capire se ci fossero delle differenze nell’esternazione delle emozioni nelle diverse culture.

Mettendo insieme i suoi studi e le sue osservazioni, Darwin giunse ad affermare che le emozioni sono universali, innate e che non dipendono dalla socializzazione dell’individuo. Espressioni di rabbia, dolore, paura, gioia, disgusto possono essere riconosciute ovunque, anche nelle popolazioni che non sono ancora entrate in contatto con la civiltà, perché i tratti che le contraddistinguono (contrazione di determinati muscoli facciali, inarcamento delle sopracciglia, naso arricciato, etc.) sono universalmente noti.

Margaret Mead, allieva di R. Benedict e F. Boas, è stata uno dei personaggi più importanti del Novecento per quanto riguarda il mondo dell’antropologia. Intraprese viaggi etnografici nelle Samoa, nelle Isole dell’Ammiragliato e in Nuova Guinea. Le sue ricerche proseguirono poi a Bali dove, in compagnia del marito , G. Bateson, fu tra i primi antropologi a servirsi della fotografia e dei film come importanti tecniche di indagine etnografica. Tra le altre cose, Margaret Mead aveva l’obiettivo di comprendere se la classica “crisi adolescenziale”, lo stress e i periodi di turbolenza delle sue coetanee americane fossero delle caratteristiche biologiche legate all’età o se fossero causati da fattori culturali e sociali. La studiosa era dell’idea che bisognasse analizzare le popolazioni non ancora venute in contatto con la civiltà moderna in modo diretto, immergendosi nella loro quotidianità. Per questo motivo partì per le Isole Samoa; vi restò per diverso tempo e riuscì a scoprire che le adolescenti samoane vivevano il periodo di transizione all’età adulta in maniera serena, senza stress emotivi o psicologici o ansia. Questo accadeva perché erano libere di sperimentare e di costruirsi una propria identità senza pressioni esterne.

Tornata a New York, pubblicò il risultato dei suoi studi nel libro “Coming of age in Samoa” che diventò subito il suo libro più celebre e che, ancora oggi, è un bestseller internazionale.

L’antropologia statunitense era convinta che le differenze di carattere e di comportamento da una società all’altra non dipendano dalla genetica ma dall’apprendimento infantile e dai modelli culturali trasmessi di generazione in generazione, che incanalano il potenziale biologico di ogni singolo individuo. La manifestazione degli stati emotivi, quindi, non è considerata più un fattore universale ma varia da cultura a cultura, così come il linguaggio.

Paul Ekman apporta delle innovazioni nello studio delle manifestazioni delle emozioni: egli sembra unire le due principali correnti di pensiero in questo ambito, quella di Darwin e quella della Mead. Sebbene egli ammetta che alcuni elementi del linguaggio non verbale, come ad esempio la gestualità, siano culture specific ovvero cambino a seconda della cultura presa in esame, sostiene anche che le emozioni sono biologicamente determinate, universali ed è quindi possibile riconoscere espressioni identiche in uomini provenienti da diversi contesti sociali e culturali: in un’espressione di rabbia, ad esempio, noteremo (in ogni angolo del mondo) che le sopracciglia si presentano abbassate e ravvicinate, le palpebre tese, gli fissano duramente e le labbra sono serrate.

Corso Comunicazione Non Verbale

[1] La semiotica è la disciplina che studia i segni e il modo in cui questi abbiano un senso (significazione).

L’etologia indica la moderna disciplina scinetifica che studia il comportamento animale nel suo ambiente naturale.

[2] Mauro Cozzolino, La comunicazione invisibile. Gli aspetti non verbali della comunicazion, Ed. Carlo Amore, 2003, pp. 38-39