Comunicazione non verbale: prossemica ed uso dello spazio personale

ottobre 21st, 2018 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo

Articolo di Katsiaryna Valko

Il termine “prossemica” è stato introdotto la prima volta dall’antropologo americano Edward Hall[1] nel 1963 per indagare il significato che viene attribuito alla distanza che la persona interpone tra sé e il suo interlocutore, tra sé e gli oggetti, al modo di collocarsi nello spazio e di sistemarlo.  Su tutti questi elementi influiscono fattori di carattere etnologico e psicosociologico.

Egli ha notato che la distanza reciproca ha una sua particolare importanza durante la comunicazione. Nello spazio intorno alle persone, in base a cui si regolano i rapporti interpersonali, per ciascun individuo esiste un’area virtuale che rappresenta inconsciamente la propria intimità, convenzionalmente intesa come la zona di circa sessanta centimetri intorno al proprio corpo, e nella quale non tutti possono accedervi a proprio piacimento.  Sebbene essa esista per ciascun individuo, la sua reale estensione può variare da soggetto a soggetto e risente di aspetti sociali e culturali tipici della società in cui si vive. Può quindi capitare che, più o meno consapevolmente, s’invada quest’area durante un’interazione sociale, come ad esempio un atto comunicativo, pur senza effettive intenzioni ostili da parte di uno dei due soggetti, finendo comunque per determinare nell’interlocutore la sensazione di essere stati invasi nel proprio spazio vitale se non, addirittura, aggrediti.

  1. Hall (1968)[2] come risultato delle sue osservazioni ha individuato quattro distanze interpersonali di comunicazione che passiamo a discrivere più dettagliatamente:
  • La zona intima, variabile in genere tra i 15 e i 45 cm, considerata dall’individuo sua proprietà privata e quindi spazio prioritario. L’accesso a tale zona è consentito esclusivamente alle persone più care con cui c’è un rapporto di grande fiducia, intimità, confidenza reciproca (parenti, amici stretti, partner), cioè quelle che ci sono più vicine dal punto di vista emotivo-sentimentale. L’accesso alla zona ancora più interna, denominata “zona intima ristretta”, che si colloca al di sotto dei 15 centimetri dal corpo, è ristretto ai contatti fisici più intimi e riservati.
  • La zona personale, convenzionalmente stimata tra i 46 e i 122 centimetri, è quella accessibile durante la partecipazione a eventi sociali, come riunioni amichevoli, feste e banchetti. Generalmente in questa zona si svolge la maggior parte dell’interazione tra gli individui perché è considerata una distanza ottimale per ammetterci familiari meno stretti, amici e colleghi con i quali quotidianamente si comunica con affabilità e piacere.
  • La zona sociale, tra i 123 e i 360 centimetri, è invece una zona degli incontri formali in cui vengono tenute le persone con cui non si è in confidenza, o delle quali si ha una conoscenza superficiale o con cui si tiene un rapporto puramente professionale; in generale è la distanza riservata agli estranei o alle persone poco conosciute.
  • La zona pubblica, oltre i 360 centimetri, che rappresenta il limite a cui tendiamo a mantenerci quando siamo tra una folla di sconosciuti. E’ una zona preferenziale per le occasioni di incontri ufficiali come riunioni, meeting, conferenze, congressi.

Può capitare che una persona oltrepassi più o meno inavvertitamente il confine della zona intima, avvicinandosi al di sotto della distanza critica (15-45 cm), pur non rientrando in quelle categorie considerate come “autorizzate” dall’interlocutore, in particolare quelle appartenenti alla cerchia familiare o al ruolo di partner sessuale. Il risultato può essere quello di essere percepiti come una minaccia e il comportamento inteso come aggressivo e prepotente, innescando nell’altro una serie di reazioni che hanno dei risvolti fisiologici ben definiti, riportando istintivamente a una risposta comportamentale che oscilla tra la scelta della fuga, per sottrarsi alla minaccia, o quella del combattimento, per affrontarla e respingerla. Tipiche reazioni fisiologiche sono legate all’aumento della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca e respiratoria, oltre alla tensione muscolare; reazioni queste tutte susseguenti alle scariche di adrenalina.

E’ quindi importante rispettare alcune regole considerate inconsciamente universali quando si instaurano dei rapporti sociali, specialmente nelle fasi iniziali, rispettando i suddetti limiti delle distanze interpersonali e lasciando che l’altro accetti di ridurre gradualmente le distanze mano a mano che il rapporto diventa più confidenziale nel tempo. Cercare di saltare questa gradualità può portare a clamorosi fraintendimenti, i cui risultati possono avere risvolti fortemente negativi se non distruttivi per il proseguimento della relazione.

Occorre anche tener conto che le distanze reciproche possono variare in funzione del contesto sociale in cui si svolge la relazione, basti pensare al tipico caso di due colleghi di lavoro, dove uno ha un ruolo subordinato all’altro, che abbiano anche stabilito un rapporto di cordiale amicizia in virtù di una lunga e collaudata collaborazione[3]. Anche se in occasioni private ciascuno dei due accetterà volentieri di accogliere nella sua zona personale o intima l’altro, nelle occasioni di lavoro tenderanno a mantenere delle distanze più rispettose delle convenzioni sociali, in particolare per rimarcare la loro differenza di status. In altre parole, tanto più elevato è lo status sociale o lavorativo, tanto più ampia sarà la sua dimensione prossemica.

Inoltre, ci sono gli altri fattori che possono influenzare le distanze prossemiche:

  • il temperamento di un individuo, ad esempio una persona estroversa invade con meno fatica lo spazio prossemico di quella introversa;
  • lo stato d’animo di una persona nel momento in cui avviene la comunicazione, ad esempio quando siamo stressati cerchiamo di evitare ogni tentativo di avvicinamento nel nostro spazio più di quanto avvenga quando siamo di buon umore;
  • il proprio passato personale: se nel passato di una persona ci siano state delle violenze, allora diventa più sensibile all’avvicinamento nella sua zona prossemica;
  • il sesso: si è riscontrato che in genere le donne tendono a ridurre queste distanze tra di loro, mentre gli uomini fanno l’opposto, aumentandole.

Sul finire degli anni 90’, alcune analisi illustrate da Michael Argyle[4], misero in evidenza come l’ambiente di provenienza di un individuo, ad esempio l’area urbana piuttosto che quella della campagna, influiva a priori sulla dimensione del proprio spazio personale. Chi proveniva dalle città, aveva la tendenza a ridurre il suo “spazio minimo vitale” al limite inferiore di circa 45 cm, per cui nel presentarsi a una persona nuova tendeva la mano mantenendo il braccio piegato vicino al corpo, e spesso accompagnava il gesto portando un piede in avanti come a voler ridurre ancora più la distanza reciproca. Al contrario, chi era abituato a vivere in spazi più aperti, come la campagna o la provincia, considerava come necessario uno spazio personale più ampio, arrivando a tendere la mano con il braccio quasi teso e mantenendo una postura con i piedi più simmetrici e saldi a terra, tuttalpiù inclinando leggermente il corpo in avanti nello scambio di saluti iniziale. Il caso estremo è quello di persone che provenendo da zone scarsamente popolate e abituate a vivere in grandi spazi aperti, ricorrono a un saluto a distanza, senza contatto fisico, segnalando così un’area personale di dimensione più ampia, perfino di alcuni metri.

Esistono anche spazi separati dalla persona, ma che rappresentano un’esternalizzazione della sua area personale, quella che cioè circonda il corpo. Si tratta di aree considerate come proprie perché associate effettivamente al concetto di proprietà privata, sia per quanto riguarda oggetti che spazi. Tali aree vengono sottoposte a misure difensive e possessive, che nel caso dell’abitazione o dell’automobile sono, ad esempio, i limiti costituiti dai serramenti e dalle strutture perimetrali. Al loro interno esistono spazi ancora più individuali e privati la cui invasione da parte di altre persone può generare comportamenti difensivi. Questo spiega perché luoghi come la propria scrivania in ufficio, o il proprio divano, perfino il posto preferito a tavola, vengano solitamente segnalati come propri dalla presenza di oggetti personali che vi vengono lasciati sopra o in prossimità, quasi a occupare quel posto anche in nostra assenza. In luoghi esterni al proprio ambiente privato, come può essere una panchina in un parco o una sedia in una biblioteca, tanto più l’oggetto lasciato in prossimità ha un carattere intimo, ad esempio un capo di vestiario, tanto più quel posto viene considerato e segnalato come proprio per un periodo più lungo. Tale evidenza è stata riscontrata in alcune osservazioni del sociobiologo Desmond Morris[5].

Da quanto detto sopra, emerge quanto sia importante il ruolo di regolazione delle interazioni sociali svolto dall’uso dello spazio e delle reciproche distanze interpersonali. Come pure l’utilizzo che viene fatto degli elementi di arredo dell’ambiente e il modo in cui essi vengono collocati nello spazio, hanno un significato legato al possesso del territorio o all’affermazione del proprio status sociale.

E’ importante tenere presente che il mancato rispetto di queste regole spaziali e delle distanze reciproche durante lo svolgimento di un’interazione sociale, può avere un significato comunicativo talmente forte da superare anche gli aspetti verbali della comunicazione. Così, restare eccessivamente distanziati, può dare l’idea di essere arrabbiati, o scostanti, o impauriti dall’altro, nonostante la conversazione segua altre tonalità.

[1] Hall E.T. (1968), Proxemics. Current Anthropology, vol.9, pp. 83-108.

[2] Hall E.T., (1982), La dimensione nascosta, Bompiani, Milano, pp. 147-158.

[3] Montagu A. e Matson F., (1981), Il linguaggio della comunicazione umana, Sansoni, Firenze, pp. 13-28.

[4] Argyle M., (1978), Il corpo e il suo linguaggio, Zanichelli, Bologna.

[5] Morris D., (1977), L’uomo e i suoi gesti, Arnoldo Mondadori, Milano.

Corso Comunicazione Non Verbale

 

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