Comunicazione Non Verbale spiegata dalla psicologia

luglio 4th, 2019 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo

Articolo di Francesca Iarusci

Il libro The Expression Of Emotion In Man And Animals (1872) di Darwin in cui fu esposta l’ipotesi secondo la quale le espressioni facciali emotive avrebbero carattere universale, sarebbero innate ed evolutivamente additive, non fu preso inizialmente in considerazione. I naturalisti lo reputarono di scarsa scientificità, in quanto consideravano inammissibile dare adito ad una ipotesi nata solo da studi provenienti solo dal piano osservativo. Negli anni seguenti le espressioni emotive continuarono ad essere considerate come un elemento che si sviluppava dalla cultura: così come in ogni cultura è riconoscibile un dato linguaggio verbale, allo stesso modo avrà anche un proprio linguaggio espressivo.

Per riprendere le teorie darwiniane si dovette aspettare l’avvento di Tomskin, il quale partendo dalla teoria secondo cui le emozioni sono il fondamento delle motivazioni umane e che la loro localizzazione principale è il volto, dimostrò insieme a Carter che le espressioni facciali erano associate a precisi stati emotivi.

Questa ricerca diede il via a diversi studi, detti “universality studies”. Tali ricerche misero in evidenza in modo particolare, un accordo nella valutazione delle espressioni emozionali facciali, dimostrando che membri facenti parte di culture diverse sottoposti a video emotivi mostravano sul loro volto in modo spontaneo identiche emozioni facciali. A questa ricerca ne seguirono altre, utilizzando metodi e soggetti diversi, e tutte hanno confermato l’esistenza di sette espressioni facciali emotive, universali, innate nel DNA: rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, disprezzo e gusto.

Queste espressioni insorgono in modo rapido e spontaneo, sono il modo con cui rendiamo visibile le più diversificate emozioni individuali. Un linguaggio espressivo che se è ben conosciuto e ben interpretato racchiude una duplice importanza: favorire la conoscenza dell’altro senza preconcetti e porta al raggiungimento di un migliore equilibrio emotivo con notevoli effetti positivi sull’intera vita sociale.

La teoria quindi che le espressioni emotive siano innate, universali e abbiano una radice biologica si basa oggi su molte ricerche scientifiche, ma questo non sta a negare comunque il ruolo giocato dalla cultura. Secondo Paul Ekman esistono dei “display rules”, ossia regole di dimostrazione apprese dal contesto culturale che trasmettono come manifestare le espressioni emotive in base al contesto sociale: intensificandole, attenuandole, inibendole o mascherandole. Si parla quindi di emozioni secondarie che sono il risultato della combinazione delle emozioni primarie con la crescita dell’individuo e con l’interazione sociale: allegria, invidia, vergogna, ansia, rassegnazione, gelosia, speranza, perdono, offesa, nostalgia, rimorso, delusione, il legame tra emozioni innate e cultura fu particolarmente dimostrato tramite alcuni esperimenti condotti da Ekman e Friesen (1972) su un gruppo di americani e uno di giapponesi ai quali furono mostrati dei filmati di operazioni chirurgiche. Quando gli individui erano da soli, si rilevarono differenze tra i gruppi sull’espressione di disgusto mostrata, ma in presenza dello sperimentatore i giapponesi mascheravano l’espressione di disgusto con un enorme sorriso sul volto. La spiegazione di questo comportamento viene data dalla cultura giapponese, secondo cui mostrare emozioni negative in pubblico è considerato inopportuno e viene nascosto solitamente con un sorriso. Un altro esperimento consisteva nel proporre fotografie di visi che mostravano le emozioni primarie, e associare ad ogni fotografia un’emozione primaria a individui di cinque diversi paesi: gli osservatori seppur provenienti da diversi paesi riconoscevano nelle fotografie le stesse emozioni primarie. A questo esperimento furono mosse dalle obiezioni secondo le quali gli osservatori esaminati avevano delle esperienze visive in comune, derivanti dai media, potevano in altre parole avere altre espressioni per esprimere, ad esempio, la tristezza ma aver visto quella stessa emozione in televisione e quindi potevano comunque riconoscerla.

Questo ragionamento portò Ekman ad un altro studio in cui i soggetti erano popoli che non avevano avuto contatti con i media e rarissimi contatti col mondo letterato: andò dunque in Nuova Guinea. Essendo che questi popoli non erano abituati ai test psicologici, dovette adottare un modo differente per eseguire l’esperimento: infatti nei precedenti test sono state mostrate fotografie a cui si è chiesto di associare un’espressione. In Nuova Guinea, invece, sono state raccontate delle storie e ad ogni storia i soggetti collegavano una delle espressioni mostrate in fotografia. Le espressioni delle emozioni vennero riconosciute quasi tutte, fatta eccezione per la paura e lo stupore. Questo avvalorò l’universalità della mimica facciale, perché il non riconoscere la paura e lo stupore era dovuto al fatto che le culture hanno modi diversi di reazioni alle stesse situazioni, ossia ciò che può far spaventare una cultura potrebbe non spaventare un’altra. Dagli anni settanta Paul Ekman capì l’importanza delle espressioni del volto, oggi scritto addirittura su un “atlante”. È il FACS (Facial Action Coding System), uno dei maggiori dizionari di anatomia per la comprensione delle espressioni facciali prodotte da 44 azioni del volto ed i cui movimenti permettono di riprodurre oltre 10 mila differenti espressioni. Ma non si tratta solo di espressioni facciali, perché il linguaggio del volto “lavora” in un connubio con altri 5 canali della comunicazione- il linguaggio del corpo, la voce, l’espressione verbale e il contenuto verbale.

Corso Comunicazione Non Verbale

 

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